L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 luglio 2020

Una classe dirigente inadeguata, senza idee, progetti, strategia...

Il tempo dell’anacronismo

11 Luglio 2020

Nuove strade, nuove autostrade, nuove grandi opere inutili, a cominciare dal Tav. Il dopo lockdown è una triste ricetta che rimbalza da almeno quarant’anni. Lo choc esistenziale e collettivo da Coronavirus per alcuni non c’è mai stato. “Nuovi movimenti sociali dovranno prendere la scena – scrive Lorenzo Guadagnucci -, senza perdere altro tempo…”

Foto di Luca Perino

Durante i mesi del confinamento, in pieno choc esistenziale e collettivo da Coronavirus, si è pensato, parlato, scritto moltissimo su come sarebbe stato il “dopo”, sulla lezione impartita dal pianeta Terra alla specie umana, sull’urgenza di cambiare rotta al fine di prevenire future emergenze sanitarie, sul nesso fra la pandemia e l’incontrollato consumo di risorse naturali. Niente dev’essere più come prima, si diceva; non possiamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema. Il tutto, ovviamente, nella cornice di una crisi profonda, forse finale, della civiltà industriale, alle prese con un collasso climatico spaventoso e pressoché sfuggito a ogni controllo.

Ebbene, nel nostro piccolo paese, un paese che però si vanta ogni giorno dei suoi meriti nelle arti, nel pensiero, nella cultura attraverso i secoli, il “dopo” sembra essere un insieme di provvedimenti governativi detti di “semplificazione”. Si tratta, in buona sostanza, di vecchi, alle volte vecchissimi progetti “infrastrutturali”, concepiti in una logica “sviluppista” da anni Sessanta e Settanta: nuove strade, nuove autostrade, nuove grandi opere per lo più inutili (in testa, addirittura, la vetusta Tav Lione-Torino, ormai indifendibile sul piano tecnico-progettuale). In controluce, si intravede un progetto di società cristallizzato in quel mondo malato, letteralmente asfissiato dalle emissioni nocive, che è all’origine della pandemia.

Quest’idea così arretrata, così mortifera di sviluppo – uno sviluppo slegato da qualsiasi idea di bene pubblico e di benessere collettivo, uno sviluppo senza futuro – è la certificazione del fallimento irreversibile di un intero ceto politico e di una classe dirigente imprenditoriale del tutto inadeguata ai tempi presenti. Potremmo dire che stiamo vivendo una fase di anacronismo: tutti sappiamo che la via maestra ci spinge a battere strade nuove, lontano dalla cultura del consumo di beni inutili e dell’estrazione incontrollata di risorse non rinnovabili, ma chi comanda – in politica, nella finanza, nel ceto imprenditoriale, nei mezzi di comunicazione – vive nel passato ed è ancorato a un modello ormai incompatibile con il presente e il futuro delle popolazioni viventi.

La via d’uscita è un cambiamento profondo degli orizzonti collettivi, quindi del senso comune, e il punto di partenza non può essere che una mobilitazione vasta e prolungata dei cittadini più attivi e più consapevoli. Nuovi movimenti sociali dovranno prendere la scena, senza perdere altro tempo. Dobbiamo uscire dalla surreale “fase anacronistica” che stiamo vivendo.

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