L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 agosto 2020

Avevamo ragione - Mesi addietro abbiamo sostenuto che l'Italia doveva portare i nostri soldati dislocati in Afghanistan a Misurata ma gli euroimbecilli italiani in altre faccende erano affaccendati. Neanche i nostri mostri sacri strateghi militari italiani hanno avuto una visione di questo tipo troppo asserviti ai giochi della Nato e degli Stati Uniti. Mancano di coraggio culturale

Vi spiego cosa combina la Turchia in Libia (e perché gli Usa chiudono un occhio). Parla Jean

19 agosto 2020


“Misurata diventa di fatto un caposaldo della Turchia nel Mediterraneo, e questo è un grande successo per Erdogan e un grande inconveniente per l’Italia”. Le novità in Libia commentate dal generale Carlo Jean

La firma di un accordo per la cooperazione trilaterale in campo militare tra Libia, Turchia e Qatar, e la concessione da parte di Tripoli ad Ankara del porto di Misurata come base militare per le navi militari operanti nel Mediterraneo Orientale, hanno l’effetto immediato di cementare la presa di Qatar e Turchia sulla nostra ex quarta sponda.

Questo avviene nonostante la guerra sia solo formalmente sospesa, e le due armate contrapposte si accingano a riarmarsi per riaprire la danza dei combattimenti.

Tripoli, evidentemente, ha la necessità assoluta di guardarsi alle spalle dai numerosi e agguerriti nemici che mirano a spodestare il Governo di Accordo Nazionale. E non può che rivolgersi ai due alleati, in particolare la Turchia, che l’hanno salvata dalla sicura cacciata da parte dell’Esercito Nazionale Libico del Gen. Khalifa Haftar, ora ritiratosi nelle retrovie a organizzare la riscossa.

Ma come interpretare l’accordo trilaterale siglato ieri? E che significato dare ad un’alleanza che si inserisce nel turbine delle complicate relazioni tra i vari attori che si misurano, confrontano e scontrano in Libia ed in tutto il Mediterraneo?

Lo abbiamo chiesto al generale Jean, che come sempre riesce a guardare oltre alla superficie delle cose e a intravedere i grandi trend geopolitici dietro i fatti quotidiani.

Generale, cosa ne pensa dell’accordo tripartito tra Libia, Turchia e Qatar?

Mi pare la logica conclusione dell’appoggio che la Turchia ha offerto in questo tempo al governo di al-Sarraj, di cui Ankara è diventata una sorta di protettore a livello sia di operazioni militari che di diplomazia internazionale. Questo del resto era evidente sin da quando a novembre Turchia e Libia hanno firmato un accordo per la spartizione delle zone economiche esclusive nel Mediterraneo.
Adesso c’è anche l’omaggio da parte libica alla Turchia del porto di Misurata.

Ma questa è stata semplicemente una legalizzazione di quanto già avveniva sul terreno. Il porto era infatti già utilizzato dalla Turchia per inviare rifornimenti militari ad al-Sarraj. Ora però diventa di fatto un caposaldo turco nel Mediterraneo, e questo è un grande successo per Erdogan e un grande inconveniente per l’Italia.

Perché per l’Italia?

Perché l’Italia aveva creato la sua propria testa di ponte a Misurata creando un ospedale da campo gestito dai nostri paracadutisti. I veri perdenti in questa mossa siamo dunque noi.

Cosa pensa della cooperazione tra Turchia e Qatar in Libia e della loro scelta di unirsi in un accordo tripartito con la Libia?

La cooperazione tra i due Paesi va alla grande da molto tempo ed ora sarà sicuramente rafforzata dall’accordo tra Emirati Arabi Uniti ed Israele in cui gli Emirati si sono mossi sicuramente con il consenso dell’Arabia Saudita, che ricordo è il principale avversario del Qatar in questo momento nonché uno dei sostenitori del campo di Haftar in Libia.

Anche lei pensa dunque che l’accordo di ieri e quello tra UAE e Israele sia destinato ad aggravare la contrapposizione che oggi esiste tra i due campi, quello guidato dai sauditi e quello capitanato dai qatarini?

I due accordi sono destinati a rafforzare il contrasto tra i due campi. Di conseguenza lo scontro esistente all’interno del mondo sunnita tra il campo salafita e quello della Fratellanza Musulmana troverà maggiori difficoltà di composizione, trattandosi del resto di uno scontro ideologico che tocca i fondamenti stessi dell’Arabia Saudita da un lato e del Qatar e della Turchia dall’altro.

Tornando alla Libia, molti danno per imminente la ripresa degli scontri. Lei che ne pensa?

Lo penso anch’io, visto che c’è da sciogliere il nodo del Golfo della Sirte, dove si trova la cosiddetta Mezzaluna petrolifera che è il clou della contesa perché è da lì che arrivano i due terzi delle esportazioni petrolifere della Libia. Attualmente la Mezzaluna è sotto il controllo di Haftar e delle forze che lo sostengono, inclusi i russi che ricordo hanno in Libia un migliaio di mercenari della Wagner.

Russi da una parte e turchi dall’altra.

Sì, e infatti io credo che Russia e Turchia verosimilmente cercheranno un compromesso tra loro. I due paesi infatti hanno molti interessi comuni. La Turchia è sempre più aperta verso il mercato russo, con un aumento significativo delle esportazioni verso Mosca, mentre aumentano significativamente le vendite di armi russe alla Turchia. Il convitato di pietra qui sono gli Stati Uniti.

Stati Uniti che sono però distratti da altre priorità.

Gli Usa finora hanno mantenuto un atteggiamento alquanto ambiguo nei confronti della Turchia cercando di frenarla ma nel contempo cercando di non rompere con essa data la posizione strategica del Paese che apre il Medio Oriente agli Usa.

Infatti Erdogan sembra approfittarne facendo il bello e il cattivo tempo tanto in Libia quanto nel Mediterraneo Orientale.

Erdogan gioca con questa posizione ambigua degli Usa che persisterà fino a quando non si celebreranno le elezioni americane. Ma qui va detto che in caso di vittoria di Biden non possiamo escludere che gli Usa cercheranno di recuperare il rapporto con la Turchia più velocemente di quanto non lo stia facendo Trump.

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