L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 agosto 2020

Con Reagan quando il salario di una persona non è stato più sufficiente per vivere (sopravvivere) è iniziato il declino del popolo statunitense

Irreversibilità

di Pierluigi Fagan
5 agosto 2020

Neoliberismo e globalizzazione sono fenomeni supportati da teorie che nascono a pacchetto nella seconda metà degli anni ’80. Si ricorda che l’attuale forme degli scambi internazionali in un mercato regolato da pochi principi comuni a tutti gli attori, nasce ufficialmente nel 1995 con la World Trade Organization (WTO). Nel 1989, un economista britannico John Williamson, compendia il sistema teorico in dieci punti, dando coerenza logica e funzionale al tutto che prese nome di Washington Consensus. Ma sebbene compaia in forma sistemica nel 1989, i suoi elementi teorico-pratici si sono affermati prima, durante gli anni’80. Il cerchietto nero della chart allegata posiziona il momento in cui diventa presidente del FED Alan Greenspan che tale rimarrà per 23 anni sotto le presidenze Reagan (che lo nominò), Bush I, Clinton, Bush II. Il successore Ben Bernanke non si discostò di nulla dalle impostazioni di Greenspan. L’intera sequenza Greenspan-Bernanke-oggi (33 anni) segna una costante riduzione dei tassi di interesse (denaro in prestito), un’enorme volume di dollari immesso nel mercato.

 Ma cosa ne ha fatto il "mercato"?

La libertà di poter immettere tale enorme massa di dollari essendo questi niente di più che carta ed inchiostro, aveva presupposto nella decisione unilaterale che il presidente Nixon aveva comunicato alla nazione ed al mondo il 15 agosto del 1971. Si trattava della fine del “gold standard” ed è conosciuto anche come “Nixon shock”. Come si rileva dagli indici della chart, tra 1971 e metà anni ’80, smette di crescere l’income della popolazione detta 99%. Poco dopo inizia la vertiginosa ascesa di quella parte di popolazione detta 1%. Ecco spiegato allora cosa ci hanno fatto gli americani di tutti quei dollari. Il 99% li ha presi ha debito per sostenere uno stile di vita basato sul radioso passato che però era finito. L’1% li ha pesi per investirli nella slot machine finanziaria che ha beneficiato l’ipertrofia di Wall Street ormai scollegata del tutto dal sottostante dei bilanci reali ma investendoli anche nelle aziende globali quando non apertamente estere. Direttamente o tramite strumenti finanziari molto sofisticati.

L’economia è un sistema molto complesso e ridurre la questione a queste brevi note taglia molti passaggi. Lo stesso Williamson ha poi più volte dichiarato che nelle sue originarie prescrizioni che per altro valevano in particolare solo per il Sud America, non se ne davano a proposito della totalmente libera circolazione dei capitali così come non ne venivano date sul piano fiscale. Questo perché il capitale di origine americana, per quanto si riproducesse all’estero, poteva poi ben esser tassato e ridistribuito per sostenere l’economia e quindi la società interna. Cosa che si scelse scientemente di non fare perché le élite non hanno una intelligenza che va oltre il cieco ed avido egoismo a breve termine. Sopratutto, non possono e vogliono leggere le svolte storiche che cambiano il modo che le determina.

Pagine e pagine sono state scritte su questo essenziale movimento dell’economia e della società americana e da questa, del sistema occidentale nel suo complesso. Al Washington Consensus è stato poi affiancato, nel dibattito teorico, un diverso modello detto Beijing Consensus. Questo, come se l’economia fosse una questione di modelli. I modelli sono però forma e la forma si applica alla sostanza, ma la sostanza delle economia dei paesi iper-sviluppati non è quella dei paesi in via di sviluppo o emergenti, sono posizioni ben diverse nella curva dello sviluppo.

Una infima minoranza di osservatori (tra cui il sottoscritto nella sua totale insignificanza), ritiene che questo movimento forse poteva esser certo diversamente e meglio gestito (“meglio” nel senso di “più equamente”), ma nella sua buona sostanza, esso denota un fatto irreversibile che quasi nessuno sembra accettare, neanche i "critici del capitalismo". L’economia americana aveva terminato, già nella seconda metà degli anni ’60, il suo impeto espansivo. Il decennio della nascita della “società dei consumi”, della pubblicità e del marketing, dell’obsolescenza programmata, tutte operazioni di “push” che incontravano il “pull” della crescita di lavoro e salari, aveva consumato tutte le strategie possibili per far sì che l’economia regolasse la felicità degli americani. Non è un caso che nei successivi cinquanta anni, a parte l’economia digitale che negli USA oggi vale -solo- il 10% del Pil complessivo (praticamente vale poco meno dell’”antico” comparto energetico), non si sia inventato null’altro di significativo che potesse sostenere il ciclo di produzione ed acquisto. Non lo si è inventato perché non c’era più nulla di veramente interessante a inventare. Hai una macchina, un telefono, un frigo, la lavatrice, la lavastoviglie, l’asciugapanni (in USA non usano stendere al sole le cose), il microonde, la televisione, l’aria condizionata, sei pieno di ridondante roba inutile, sei pieno di servizi accessori, cos’altro “serve”? L’unica cosa utile per esseri umani sazi di soddisfazione materiale sarebbe dedicarsi a quella immateriale. Ma questa consuma tempo ed il tempo è vincolato a correre sempre più velocemente nella ruota del criceto del "produco e consumo" su cui è scritto il motto di B. Franklin “Il Tempo è Denaro”.

Le economie asiatiche, cinese o indiana ma anche le altre, non hanno solo un diverso "modello", in parte, hanno prospettive di crescita “naturali” perché sono all’inizio del loro ciclo di sviluppo. I veicoli ogni 1000 abitanti sono 20 in India, 80 in Cina, 500 in europa, 800 negli USA. Il ciclo di sviluppo non è infinito, segue la normale curva logistica che è disegnata da tutti i fenomeni di crescita di un sottostante materiale. Solo in metafisica si danno fenomeni infiniti. Accettare la naturale non-infinitezza di questo sistema pare esser impossibile per molti.

Insomma, secondo questa lettura, la decisione di Nixon ebbe molte ragioni ma in primis, liberare da vincoli la segnatura delle ricchezza che sostiene l’edificio economico che sostiene la società intera. Greenspan, globalizzazione e neoliberismo vengono dopo e si fondano su questo pre-requisito di libera creazione del capitale. Questo perché il capitale non si poteva più riprodurre da solo tramite i cicli produzione-consumo interni. Questo perché andavano a finire le cose da produrre, cioè da consumare. “Andare e finire” non significa certo che scomparivano, solo che il volume complessivo della matassa di interrelazioni produzione-salari-consumo, così come lo si era conosciuto nei felici anni precedenti e più lungamente nei decenni festosi della crescita del capitalismo occidentale, aveva raggiunto un intrascendibile limite dimensionale oggettivo con infittirsi di rendimenti decrescenti e strozzature pratiche. Tra Nixon e Greenspan ballano 15 anni, il sistema non è andato in crash per colpa del FED come sostiene l'articolo allegato.

Sono quindi cinquanta anni che non ci rassegniamo al fatto che gli equilibri tra crescita - economia (produttiva e finanziaria) - società - competizione geopolitica, non possono più trovare un corretto bilanciamento. Il sistema (non nella sua sola accezione "economica") ha terminato da tempo la sua vigenza, in maniera irreversibile.

A nessuno però vien voglia di pensarne un altro. O forse la voglia ci sarebbe pure, ma non la capacità. Non è un questione di economia verde o digitale, di keynesismo o liberismo, di modello neo-liberale o neo-statale, di istituzioni liberal-democratiche o illiberali e dispotiche o distopiche. Non è cioè solo una questione “ideologica” sebbene certo l’ideologia con cui si interpreta il passaggio storico ha la sua debita rilevanza e non è solo una questione di modelli o istituzionale. E prima ancora, non è neanche una questione di limiti ambientali o geopolitici. I paesi occidentali giunti al plateau della propria espansione del volume economico, dovrebbero ripensare un diverso modo di organizzare la vita associata, complessivamente. Questo sistema è un fenomeno storico, ma tutte le storie hanno una fine e l'ora dell'inizio di questa fine è scoccata decenni fa. Da allora, come dice W. Streeck, si è solo cercato di "guadagnare tempo".

Questo è in sintesi, uno dei sensi profondi del nostro passaggio d’epoca, a mio modesto avviso.

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