L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2020

Di crisi in crisi il potere economico delle masse statunitensi decresce sempre di più, l'offerta è lavoro precario a vita nascosto da una miriade di lucciole ammantate di libertà apparente, effimera. La svolta c'è stata con Reagan, da uno stipendio per campare all'obbligatorietà del doppio stipendio per famiglia

Tempeste americane: Recessioni ed Elezioni

di Guido Salerno Aletta
29 luglio 2020

Dalla bolla di Internet nel 2001 ai mutui sub-prime nel 2008, fino alla epidemia di Covid-19 di quest'anno

Lo sanno tutti: le crisi economiche e finanziarie si ripetono ciclicamente, è la malattia endemica del capitalismo a provocarle.

Chi si accontenta di questa spiegazione ha ben ragione, ma forse potrebbe incuriosirsi per qualche circostanza politica americana che le accompagna con impressionante regolarità.

Se una crisi non basta a correlare il cambio politico alla Presidenza degli Usa, e se due crisi possono essere considerate come coincidenze casuali, quando si arriva alla terza che deflagra sempre nell'imminenza ovvero a poche settimane da una svolta clamorosa nella politica americana, vale la pena soffermarsi a ragionare.

E' la quarta crisi mancante, infatti, a suscitare la domanda più inquietante: viene da chiedersi perché mai in America non ci fu nessuna recessione economica o l'esplosione di alcuna bolla finanziaria quattro anni fa, quando Donald Trump si trovò a sfidare, da novizio della politica e poco amato nello stesso GOP, la erede designata nel campo democratico, la Hillary Clinton data vincente da tutti i sondaggi, già First Lady, Vice Presidente e Segretario di Stato con Barack Obama.

Il passaggio di mano, tutto nel campo democratico, sarebbe avvenuto senza scossoni: fu l'improvvisa ed inattesa apparsa di Donald Trump a scombinare le carte: vinse contro ogni pronostico, con lo slogan: "Make America Great Again".

I detrattori di Donald Trump non si sono mai arresi: lo hanno criticato in ogni modo e per loro la prospettiva di vederlo rieletto nel 2020 è una prospettiva agghiacciante: una crisi economica, sociale, finanziaria sarebbe stata indispensabile per azzoppare la sua corsa alla rielezione, che fino a gennaio scorso sembrava inarrestabile. La recessione profondissima, inattesa ed improvvisa, che è stata determinata dalla epidemia di Covid-19, che è partita dalla Cina e che ha maramaldeggiato nell'intera Europa prima di travolgere l'intero continente americano, ha finalmente messo in difficoltà The Donald.

A partire dall'inverno scorso, a causa dell'epidemia, la lunga e robusta crescita economica che aveva caratterizzato i primi tre anni della Presidenza Trump si è dissolta come neve al sole: se l'ultimo anno è cruciale per la rielezione, gli ultimi mesi sono decisivi. Il suo avversario in campo democratico Jo Biden, già Vice di Obama nella seconda Amministrazione, è pronto a raccogliere i voti dei milioni di disoccupati che la crisi ha determinato.

Ancora una volta, una profonda crisi negli Usa può determinare un cambio di colore alla Presidenza o può mettere in grande difficoltà il successore.

Accadde così a Bush Jr. che nel 2001 subentrò a Bill Clinton: la bolla del Nasdaq, esplosa a poche settimane dall'insediamento, polverizzò miliardi di dollari di capitalizzazione. Era stata gonfiata da anni, consapevolmente, per dare l'illusione di benessere e ricchezza. Clinton era già al secondo mandato e non poteva essere rieletto. La deflagrazione era imminente: migliaia di aziende della New Economy americana, tanto pompata da Clinton, fallirono miseramente. La vituperata Old Economy era il futuro regalato alla Cina, fatta entrare nel Wto a condizioni estremamente vantaggiose.

Bush Jr. ebbe poi la sventura dell'attentato alle Torri Gemelle, nel settembre dello stesso anno. Solo le spese di guerra e l'enorme credito erogato a chi non se lo poteva permettere fecero crescere l'economia americana: la nuova bolla era pronta a scoppiare. La detonazione fu provocata dallo stesso Bush, che si rifiutò di salvare la Lehman Brothers: non potendosi ricandidare per un terzo mandato come era accaduto nel suo scontro con Clinton nel 2010, sapeva che John McCain, il candidato repubblicano, sarebbe stato sonoramente sconfitto da Barack Obama.

La crisi finanziaria avrebbe azzoppato violentemente la Presidenza democratica, e così fu: quando a dicembre si riunì il G20 a New York. per prendere atto del disastro globale provocato dai mutui sub-prime erogati negli Usa, era ormai Obama a doversi sobbarcare tutto il peso di una recessione che aveva come paragone solo quella sempre americana del '29.

La gestione della crisi economica, finanziaria e sociale dei prossimi mesi negli Usa sarà determinante per la rielezione di Donald Trump e per gli assetti della globalizzazione.

Tutti guardano agli Usa, dalla Cina all'Europa: la narrazione di quanto accade sarà determinante. I media di tutto il mondo cavalcano da tempo la crisi che può azzoppare la corsa di Trump alla rielezione: questa, e non il vaccino per curare il virus, è la vera scommessa.

Mai sprecare una crisi...

Nessun commento:

Posta un commento