L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 agosto 2020

Euroimbecilandia è basata sulla concorrenza fra stati la solidarietà è un valore che non conosce e per questo che ci sono all'interno i paradisi fiscali per cui le grandi aziende hanno il permesso di eludere alla grande le tasse

Paradisi fiscali: la UE balbetta e regala decine di miliardi alle corporation

Le sole imprese USA sottraggono agli Stati europei 27 miliardi. Ed è una stima parziale. Ma sui tax haven la UE mantiene la linea morbida

Pur non rientrando ufficialmente nella lista nera dei paradisi fiscali riconosciuti dalla UE, l’Olanda resta un tax haven di primo piano. Nel 2017 le sole imprese USA attive in Europa hanno trasferito nel Paese profitti per 44 miliardi di dollari sottraendone 10 al fisco delle altre nazioni del Continente. 


C’è anche il contrasto all’elusione fiscale nelle ultime raccomandazioni inviate all’Irlanda dalla Commissione europea. Parole dirette quelle vergate da Bruxelles nelle sue indicazioni periodiche che suonano come un moderato atto d’accusa nei confronti di Dublino. Moderato sì, almeno nei toni che risentono di una certo stile retorico ormai consolidato; ma anche diretto e facilmente interpretabile – pochi dubbi a riguardo – in un momento chiave come questo, tra coronavirus, pressioni contabili e ripensamenti vari.

Irlanda, ovvero un paradiso fiscale ai confini della UE ad alto rischio di riciclaggio di denaro («Supervisione inadeguata», dice Bruxelles). Ma anche un Paese che gioca col fuoco visto che al momento – nota la Commissione – quasi metà delle imposte corporate raccolte da Dublino proviene da appena 10 multinazionali. Una diversificazione limitata che rende il Paese particolarmente vulnerabile alle «fluttuazioni economiche e agli shock idiosincratici» (Sic). Semplificando, parliamo di strategie rischiose ma il messaggio implicito è che non si tratta di un caso isolato. Perché quello dei tax haven sta diventando sempre di più un tema caldo del dibattito europeo. E i numeri, ormai quotidianamente sotto i riflettori, sono davvero impressionanti.

Le multinazionali USA risparmiano 27 miliardi

Alla fine di aprile un rapporto di Tax Justice Network ha puntato il dito sul ruolo svolto da quattro giurisdizioni europee. Olanda, Lussemburgo, Svizzera e Regno Unito, sostiene lo studio, attirano da anni i capitali delle corporation USA. In gergo tecnico si chiama BEPS, Base Erosion and Profit Shifting:

le imprese si strutturano in una rete di controllanti e controllate registrate in diverse giurisdizioni; i profitti più consistenti vengono trasferiti nelle sussidiarie collocate nei Paesi dove la tassazione è più bassa.

In questo modo, la base imponibile nella nazione d’origine o di attività si riduce e l’aliquota effettiva sostenuta dal gruppo si abbassa.

Nell’ultimo anno le imprese americane operanti in Europa hanno registrato 373 miliardi di dollari di profitti così distribuiti: 271 miliardi nei quattro Paesi di cui sopra, 102 in tutti gli altri. In termini di mancati introiti, prosegue la ricerca, il profit shifting in Lussemburgo, Svizzera e Regno Unito è costato 17 miliardi che si vanno ad aggiungere ai 10 risparmiati dalle corporation a stelle e strisce grazie ai trasferimenti in Olanda (stimati in 44 miliardi di dollari nel 2017).

Le prime vittime fiscali? Francia, Germania e Italia

Le entrate fiscali sottratte all’Europa grazie ai trasferimenti nei quattro Paesi in esame sono particolarmente evidenti «nelle nazioni più colpite dal coronavirus», scrivono i ricercatori. La Francia, in particolare, ha perso quasi 7 miliardi di dollari pari al 2,7% della sua spesa sanitaria. Seguono la Germania con 4,1 miliardi di perdita (1,4% della spesa in campo sanitario) e l’Italia con 3,9 miliardi (2,6%). Penalizzate anche la Spagna con meno 2,5 miliardi (2,5%) e soprattutto il Belgio, per il quale i 2,6 miliardi di perdita rappresentano ben il 6% della spesa per l’assistenza medica nel suo complesso.
Entrate perse in alcuni Paesi Ue a causa delle politiche fiscali olandesi. FONTE: Time for the EU to close its own tax havens. Tax Justice Network, aprile 2020.

E i dati sono ovviamente parziali. Nel 2015, secondo una stima della United Nations University, le multinazionali del Pianeta avrebbero trasferito nei paradisi fiscali redditi d’impresa per 600 miliardi di dollari e le corporation europee avrebbero contribuito per un terzo della cifra. L’Italia avrebbe registrato così mancati introiti per oltre 7 miliardi di dollari. Germania e Francia avrebbero subito danni ancora peggiori.

Introiti fiscali persi in 5 Stati a causa delle strategie elusive delle multinazionali. FONTE: T. R. Tørsløv, L.S. Wier and G. Zucman (2018). The Missing Profits of Nations. NBER Working Paper No. 24701

La UE ha un atteggiamento troppo ambiguo

Quello dei paradisi fiscali all’interno della UE è diventato tema caldo negli ultimi mesi. Nelle scorse settimane Danimarca e Polonia hanno scelto di escludere dagli aiuti statali le imprese che pagano le tasse all’estero. L’Italia, al contrario, non ha imposto alcun veto e non è un caso che la vicenda FCA abbia scatenato più di una polemica. Sul tema è intervenuta ovviamente la stessa Unione Europea: i governi nazionali, ha spiegato Bruxelles, hanno il diritto di escludere dal sostegno statale le imprese domiciliate interamente o parzialmente all’estero.

Una presa di posizione significativa che si scontra però con il persistente rifiuto della UE di includere i suoi Paesi membri più chiacchierati – Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Cipro e Malta – nella lista nera dei tax haven, tuttora limitata alle località più esotiche. Ed è proprio questa posizione a suscitare oggi ulteriori perplessità.

L’Europa, in altre parole, non intende fare pressione su Varsavia e Copenaghen riconoscendo il loro diritto di discriminare le corporation che praticano strategie di elusione. Ma al tempo stesso, tuttavia, Bruxelles non intende nemmeno fare alcunché per impedire che consistenti aiuti di Stato possano finire nelle giurisdizioni paradisiache dell’Unione, a partire da quell’Olanda tanto amata dalle maggiori corporation italiane.

Nuove proposte fiscali per la UE

Dietro all’inerzia della UE sui paradisi fiscali, notano i ricercatori, non c’è solo la campagna di pressione delle multinazionali ma anche l’impegno di alcuni Paesi – a partire da Olanda e Lussemburgo – nell’opporsi alle riforme pensate per contrastare l’elusione. Per superare lo stallo, argomentano i ricercatori, la UE dovrebbe seguire essenzialmente tre strade: adottare regole comuni sulla base imponibile dei profitti delle imprese (Common Consolidated Corporate Tax Base); fissare un’aliquota minima effettiva «pari ad almeno il 25%»; obbligare le multinazionali a pubblicare ogni anno la rendicontazione «Paese per Paese» (Country-by-country reporting) evidenziando i dettagli su impieghi, fatturati, profitti e tasse pagate in ogni singola giurisdizione.

Queste misure, conclude Tax Justice Network, «metterebbero fine al ricorso ai paradisi fiscali» e garantirebbero «nuove importanti entrate per finanziare la risposta dei tutti i Paesi membri al coronavirus». Chissà se Bruxelles sarà disposta ad accettare i suggerimenti.

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