L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 agosto 2020

Euroimbecilandia e le trappole disseminate per toglierci miliardi e poi c'è qualcuno che non vuole ammettere che l'Euro è un Progetto Criminale

Next Generation Eu: entrate e uscite. Cosa cambia per l’Italia

15 agosto 2020


L’approfondimento di Giuseppe Liturri su Next Generation Eu

Non bisogna perdere di vista l’intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1074 miliardi, ridottosi dai 1100 iniziali.

Il NextGenEu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del PIL nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell’arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche 2 anni dopo la fine del ciclo di programmazione.

I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del NextGenEu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti ed autonomamente finanziati nel Qfp.

Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio Europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio complessivo degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, fare la differenza rispetto al punto di arrivo.

Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei Conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se – se l’Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con la Ue. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell’uscita del Regno Unito ed il conseguente aumento della nostra quota sul Reddito Nazionale Lordo della UE a 27, che salirà dal 11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta, aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.

Ora è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l’Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in 7 anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.

L’altro aspetto da tenere in evidenza è l’effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il NextGenEU prevede un prefinanziamento per il 10% dell’importo del Recovery Resilience Fund (Rrf). Per l’Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre ad una quota non stimabile di eventuali prestiti. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in effettivi impegni finanziari ed erogazioni da parte della UE. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.

Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti) che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del Presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale. Nelle conclusioni del Consiglio le cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020.

Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai Commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con €0,80/kg) e bisognerà solo pagare.

(Estratto di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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