L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 agosto 2020

i nostri politici al governo e non, sono sempre felici quando l'Italia rafforza il Vincolo Esterno in maniera che quando chiederanno agli italiani le lacrime e sangue diranno sempre che dipende da Euroimbecilandia come se loro non gli avessero dato in mano la pistola fumante

Ecco fuffa e verità sul prestito europeo Sure all’Italia per coprire spese già stanziate

11 agosto 2020


Che cosa (non) si dice sul prestito Sure chiesto dal ministero dell’Economia. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Da sabato pomeriggio stenta a farsi largo tra le notizie rilevanti per il futuro del nostro Paese, un fatto che non trova precedenti nella storia recente dell’Italia. Un evento di una gravità assoluta, purtroppo travolto da una ammorbante cortina fumogena che è all’opera, in modo invero sospetto proprio da domenica, per commentare il nulla: 5 parlamentari che, avendone diritto, hanno richiesto l’indennità di 600€ erogata dall’INPS.

Tale vicenda è bastata per mettere in secondo piano un evento che ha precedenti nei prestiti chiesti dall’Italia alla Bundesbank ed al FMI tra il 1974 ed il 1976, in occasione della prima crisi petrolifera. O, ancora prima, nel 1964 in occasione di un’altra crisi di bilancia dei pagamenti.

Ove mai questa cortina fumogena si rivelasse insufficiente, a confondere ulteriormente le idee ci pensano i toni trionfalistici ed omissivi con cui vengono annunciate le misure del governo per fronteggiare la crisi, al confronto con i quali, le sfuocate immagini dei cinegiornali Luce degli anni ’30 appaiono proclami disfattisti.

Non ci eravamo ancora ripresi dallo stupore per i 100 miliardi del decreto “Agosto” (che forse arriverà in Gazzetta Ufficiale dopo Ferragosto) propagandati a reti unificate – che però sono solo 25, in quanto sommano i 20 di marzo ed i 55 di aprile – quando il comunicato stampa congiunto del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e del Lavoro, Nunzia Catalfo, annunciava la formale richiesta alla UE dell’”attivazione” dello “strumento” Sure per finanziare le spese a sostegno dei meccanismi anti disoccupazione. Tipicamente la cassa integrazione, finanziata fino a 18 settimane dai decreti di marzo e maggio e per altre 18 dall’emanando decreto annunciato in questi giorni.

Il comunicato parla di richiesta “di poter accedere alle risorse di Sure nella misura di 28,5 miliardi”. Incredibilmente, in nessuna parte del comunicato compare la parola “prestito”, come se si trattasse di manna scesa dal cielo. Anzi, ad ingenerare nel lettore la convinzione che si tratti proprio di un dono celeste, il titolo parla di “esempio positivo di solidarietà tra gli Stati membri”. Ancor più fuorviante la scelta della parola “strumento”: evidentemente il dizionario in uso a via XX Settembre prevede che sia un sinonimo di “prestito”.

Artifici verbali degni del mago Silvan. Allora ci armiamo di pazienza e ribadiamo al lettore che si tratta di un prestito concesso dalla UE per la finalità prima descritta per complessivi 100 miliardi a favore dei 27 Stati membri. Poiché i primi tre maggiori beneficiari non potranno superare i 60 miliardi, è ragionevole ipotizzare che l’Italia possa ricevere tra i 20 ed i 25 miliardi, al termine di una allocazione discrezionale tra i Paesi richiedenti, che però hanno già presentato richieste leggermente superiori al totale disponibile. Ma poiché la Commissione non dispone di tale cifra, per poter consentire alla Ue di raccoglierle, emettendo titoli con tripla A sul mercato, l’Italia ha già fornito garanzie per 3,3 miliardi. Altro che solidarietà.

Tale prestito finanzierà spese già impegnate dallo Stato nel proprio bilancio, quindi già comprese nei saldi dell’autorizzazione al maggior indebitamento che il Parlamento ha votato a più riprese. Quindi costituisce uno strumento di finanziamento alternativo all’emissione di titoli pubblici. Non finanzia nuove spese. Con una enorme differenza: lo Stato trova quella cifra sui mercati in poche settimane e non ha vincoli di destinazione, la Commissione impiegherà mesi per raccogliere quella somma e poi prestarla a rate agli Stati beneficiari, poi bisognerà inviare montagne di carte a Bruxelles per rendicontare tutto. A dimostrazione, tra maggio e giugno, il Tesoro ha eseguito emissioni lorde per 130 miliardi. Invece, la Commissione ha annunciato il regolamento del Sure a fine marzo, l’ha pubblicato a fine maggio, poi a settembre comincerà ad emettere obbligazioni. Sono già passati 5 mesi ed ancora non si vede nulla. Il Financial Times ha recentemente riportato delle stime secondo le quali la Commissione emetterà i bond per il Sure per 1/3 nel 2020 e 2/3 nel 2021. Quindi non si capisce come sia possibile per il nostro Paese ricevere entro quest’anno tutta la somma richiesta. I precedenti della Ue per quanto riguarda le emissioni di titoli sono di modesto ammontare e l’organizzazione di tali operazioni richiede tempi tecnici incomprimibili per chi non è un grande emittente come l’Italia.

Non è ancora noto il costo di tali prestiti. Infatti il Regolamento 672/2020 che ne disciplina il funzionamento prevede che tutte le condizioni siano decise dal Consiglio su proposta della Commissione sulla scorta di una preventiva discussione con lo Stato richiedente e verifica dell’esistenza di spese ammissibili.

Quanto potranno essere più convenienti queste condizioni rispetto a quelle spuntate oggi dall’Italia sui mercati, emettendo titoli acquistati a piene mani dalla Bce? Ricordiamo che gli interessi pagati su quei titoli tornano nelle casse del Tesoro sotto forma dividendi ed imposte pagate da Bankitalia.

A completare l’imbarazzante quadro, c’è il tema dello status di creditore privilegiato di fatto (mentre il Mes lo è per Statuto) della Ue. Nessun Paese si sognerebbe mai di fare un default selettivo verso un emittente sovranazionale, il privilegio è già incorporato senza necessità di scriverlo.

È un momento triste per il nostro Paese, stretto tra omissioni e prestiti buoni per Paesi all’ultima spiaggia. Credevamo, sbagliandoci, che l’eurozona ci avrebbe protetto dal ricorso a prestiti come quelli degli anni ’70, giustificati dal vincolo di riserve valutarie insufficienti per pagare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti. Oggi abbiamo un Paese con un saldo delle partite correnti con l’estero ampiamente positivo, abbiamo abbondante risparmio privato, ma ricorriamo a soluzioni stile anni ’70. C’è qualcosa che non va, ma purtroppo l’attenzione è altrove.

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