L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 agosto 2020

Il covid-19 è la piccola foglia di fico della gravissima crisi economica ufficializzata dalla Fed a settembre del 2019 con le secchiate di miliardi giornalieri regalati ai mercati. Ma la Russia, Cina, Germania, Venezuela, Turchia erano anni che mettevano da parte oro


18 AGOSTO 2020

L’incertezza che aleggia sui mercati mondiali a causa della pandemia ha rafforzato quello che è il bene rifugio per eccellenza: l’oro. Il metallo prezioso rappresenta un investimento in grado di reggere meglio alle incertezze dei mercati e dato che il Covid-19 ha messo una forte pressione sui bilanci delle società e sulle Borse, il suo valore è letteralmente schizzato verso l’alto raggiungendo i 2046 dollari l’oncia. La progressione è notevole se si considera che, ad inizio anno, l’oro valeva 1500 dollari l’oncia ed a marzo era già cresciuto fino a raggiungere i 1700 dollari l’oncia. I mercati sono instabili per diversi motivi: dal coronavitus alle tensioni tra Cina e Stati Uniti, dalle elezioni americane ad una possibile ripartenza dell’inflazione ed a beneficiarne sono quegli investimenti ritenuti più sicuri come l’oro.

Il parere degli esperti

Secondo Ruchir Sharma, dirigente della banca d’affari Morgan Stanley, ” l’oro è piuttosto interessante” e resterà tale “almeno che un vaccino non emerga il più in fretta possibile, le banche centrali smettano di stampare moneta in maniera frenetica ed i tassi d’interesse tornino a crescere”. Secondo altri l’oro ha raggiunto picchi talmente alti da rendere improbabile un proseguimento della crescita. La febbre dell’oro, in questo scenario, potrebbe rivelarsi pericolosa ed essere foriera di perdite importanti. Osservando gli ultimi trend i pessimisti potrebbero non avere tutti i torti: l’oro ha subito, all’inizio della settimana appena trascorsa, una forte contrazione, la maggiore degli ultimi sette anni, che l’ha portato a toccare il valore di 1942 dollari per oncia. Secondo Peter Hug, a capo della divisione metalli del sito di investimenti Kitco, l’iper-estensione dei prezzi dell’oro è avvenuta troppo in fretta e ciò ha portato molti investitori a vendere per cercare di ricavare i profitti maggiori: una slavina dalle conseguenze nefaste. Hug ha poi affermato come sia probabile un consolidamento ed in seguito una nuova crescita.

Gli effetti del Covid sulla catena produttiva

Il Covid 19 ed in particolar modo i lockdown hanno indebolito la catena produttiva e distributiva dell’oro a tutti i livelli. Diverse miniere hanno dovuto interrompere ogni attività estrattiva: i lavoratori erano infatti a rischio di poter contrarre il morbo. Le spedizioni sono state compresse da regolamenti di viaggio restrittivi e dalla minore disponibilità di rotte aeree. Le raffinerie hanno decrementato le proprie attività a causa del minore afflusso del metallo e ciò ha influito anche sulle attività dei rivenditori. Gli acquirenti finali hanno invece subito gli effetti di un alto tasso di domanda, dei rifornimenti al ribasso e del rialzo dei costi: una triplice mazzata che li ha costretti ad acquistare spendendo di più.

Una panoramica globale

L’oro ha una funzione molto importante: è in grado di stabilizzare la valuta qualora si verifichi il fenomeno dell’iperinflazione e tanto più in presenza di una grave crisi mondiale come quella in corso. Relativamente pochi Paesi, però, dispongono di ampie riserve d’oro che, per oltre l’80 per cento, sono detenute da appena 25 stati. Si tratta di alcune tra le nazioni più prospere del Pianeta che in parte posseggono queste riserve in quanto Paesi produttori, come Cina, Russia e Stati Uniti ed in parte perché lo hanno acquistato. I dati di gennaio 2020, diffusi dal World Gold Council, vedono al primo posto gli Stati Uniti, con riserve stimate a 408 miliardi di dollari, in seconda posizione la Germania, con circa 169 miliardi di dollari ed al terzo posto l’Italia, con 123 miliardi di dollari di riserve aurifere. Tra i maggiori produttori di oro c’è la Cina che, nel 2018, ne aveva estratte ben 399 tonnellate seguita dall’Australia, al secondo posto con 312 tonnellate ed a seguire la Russia con 283 tonnellate. L’industria mineraria contribuisce alla metà delle esportazioni australiane e contribuisce all’8 per cento del Prodotto Interno Lordo del Paese. L’Europa è invece il mercato privilegiato dell’export russo che, per l’83 per cento, è diretto qui. Il trend produttivo della Cina è invece in fase calante a causa delle politiche ambientali imposte recentemente da Pechino. Altri Paesi produttori con numeri importanti sono gli Stati Uniti, il Canada, il Sudafrica ed il Ghana.

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