L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 agosto 2020

Italexit - Inevitabile nel processo di formazione che si creano scorie le quali devono essere eliminate

QUALE PARTITO CI SERVE? 

di Moreno Pasquinelli
AGO 06, 2020


I compagni di Nuova Direzione hanno deciso di non prendere parte (che in concreto significa mettersi di traverso) al costituendo “Partito dell’Italexit con Paragone”.

Lo hanno ufficialmente dichiarato con un comunicato il 13 giugno scorso dal titolo perentorio: “Nuova Direzione non partecipa al progetto del Senatore Gianluigi Paragone“.

Correndo deliberatamente il rischio di semplificare, provo a dire quale sia il succo del discorso:

“Il partito di Paragone si pone obbiettivi pienamente condivisibili — l’uscita dalla Ue, la riconquista della sovranità nazionale e democratica, il rifiuto del neoliberismo, l’applicazione del modello sociale della Costituzione del ‘48 —, tuttavia non ne faremo parte poiché non ha scritto in fronte che vuole il socialismo, ergo non sarà un partito di classe (del lavoro salariato) anticapitalista”.

Siamo davanti ad un ragionamento sillogistico seppur a termini rovesciati: poste due premesse negative, la conclusione obbligata è anch’essa ovviamente negativa.

Dal punto di vista logico il discorso non farebbe (come vedete uso il condizionale) una piega.

Da quello politico esso è palesemente fallace.

E’ vero, il partito Italexit con Paragone, non è né anticapitalista né socialista.

Che razza di partito sarà dunque mai, ammesso che riesca a prendere piede? Per quanto concerne la sua natura (qui Aristotele ha ragione) essa si ricava dai due fini che esso si pone, che sono l’uscita dalla Unione europea e farla finita con il neoliberismo.

Agli occhi dei compagni di Nuova Direzione questi due fini risultano, evidentemente, troppo modesti.

“Mica si può far parte un mero partito di scopo!?”.

Premesso che ogni partito si definisce dalla missione che si pone (dal suo scopo) — pure quelli comunisti di una volta, erano di “scopo” (la rivoluzione socialista); erano talmente “di scopo” che Lenin stesso, sulla scia di Marx, immaginava la loro autodissoluzione a socialismo realizzato —, si tratta di stabire se questi due scopi (uscita dall’Unione europea e rottura con il neoliberismo) siano davvero “modesti”.

Utilizzando il linguaggio del realismo politico, il modo giusto di porre la questione secondo noi è, infatti, il seguente: il raggiungimento dei due scopi, oltre ad evitare al Paese un tracollo storico, rappresenterebbe o no una inversione di tendenza? Aprirebbe o no un ciclo virtuoso dal punto di vista della stessa lotta emancipatrice del popolo lavoratore?

Chi ha i piedi per terra sa qual è la risposta: un rotondo sì. Due ragioni che spiegano perché noi faremo parte del partito Italexit con Paragone e perché sarebbe enormemente sbagliato mettersi di traverso. Ove il farne parte non è frutto di una decisione estemporanea, bensì risultato di un’analisi e di una intuzione su cui avevamo scommesso in tempi non sospetti — IL PARTITO DELL’ITALEXIT.

Noi siamo di quest’avviso: meglio un partito, per quanto imperfetto esso sia, che non avere nessun partito.

Meglio provare a dare vita ad un campo politico di massa che per sua natura si pone come antagonista a quelli sistemici, piuttosto che lasciare le cose come stanno, con le minoranze rivoluzionarie confinate nel vicolo cieco dell’impotenza, destinate ad un’attività di mera testimonianza culturale.

A noi risulta inaccettabile scegliere un confino volontario mentre la gravissima crisi sociale produrrà fratturazioni e conflitti inediti, la cui posta è il destino del Paese. In una guerra che necessariamente ci riguarda, si è tenuti a scegliere un posto di combattimento, per quanto rischioso esso sia, non invece restare alla finestra, in attesa di “tempi migliori”. Le posizioni attendiste e benaltriste per loro natura condannano all’impotenza e all’irrilevanza.

Difficile non vedere che il differente approccio alla questione del partito Italexit con Paragone implica un differente giudizio sul contesto storico reale. Evidentemente i compagni di Nuova Direzione non ritengono che siamo dentro un marasma drammatico, evidentemente non pensano che l’Italia attraversa una crisi esistenziale come stato nazionale. Evidentemente non vedono nemmeno i rischi che le classi dominanti pur di restare in sella sono pronte, ove non riuscisse il tentativo di mettere il Paese sotto tutela esterna, a promuovere una svolta reazionaria e brutalmente autoritaria.

E’ difficile sfuggire alla sensazione per cui il giudizio liquidatorio di Nuova Direzione, ove non si tratti di un vero e proprio operaismo di ritorno, si spieghi con una mesta commalgia — mi si perdoni questo orribile neologismo — ove il composto sta per una nostalgia del comunismo. Apprezzabile sentimento, ma da tempo politicamente sterile. Nessuno ci toglie dalla testa che sia il segnale di un rifugiarsi in una turris eburnea, in una trincea immaginaria che per sua natura non proteggerà chi ci si ficca.

Che Nuova Direzione abbia scelto la via di tirarsi fuori dalla mischia, ci pare confermato da quanto scrive uno dei suoi più importanti esponenti, Andrea Zhok. Parliamo dell’articolo “Perché l’Italia non ha un partito antiliberista”.

Un buffo articolo, davvero. Eravamo rimasti all’idea che fosse lecito sostenere un partito solo a condizione che esso fosse socialista, che cioè non fosse una “accozzaglia populista”. Date le critiche di “astrattezza politica” ricevute, Zhok prova a spostare maldestramente il piano del discorso, ovvero il pendolo vien fatto oscillare al lato opposto. Dal surrealismo precipitiamo ad un realismo sorprendentemente rozzo e ingenuo.

Il ragionamento fa acqua da tutte le parti. Siccome non ci sono i quattrini, un partito antiliberista non potrà nascere, nemmeno ove scendesse in campo (ogni riferimento a fatti e persone non è casuale) un “faccione populista televisivamente noto”. Se la logica ha un senso, si dovrebbe dedurre che ove invece i soldi ci fossero un “partito neoliberista” sarebbe un’opzione potabile. Ma siccome “senza soldi non si canta messa”, questa non ci sarà. Così, mentre un partito antiliberista con potenzialità di successo sta nascendo, non solo si pontifica che esso non sorgerà, si fanno gli scongiuri affinché non sorga.

Alla fine della fiera Zhok cambia l’odine dei fattori, ma il prodotto resta lo stesso: Nuova Direzione va per fatti suoi. In quale direzione per la precisione? Il nostro la descrive in questo modo: “non essendoci scorciatoie”, non resta che agire “sul lungo o lunghissimo periodo” con pratiche “di resistenza simbolica e di promozione intellettuale… consone ad un’associazione culturale”. Salvo l’assenza dell’ossessione elettoralista, è lampante come il discorso rassomigli come una goccia d’acqua a quello del Fronte sovranista italiano.

C’è un modo infallibile per evitare che un errore abbia irreparabili conseguenze, riconoscerlo per tempo e raddrizzare la rotta. Il partito dell’Italexit non sorge per un capriccio, né per la smania di protagonismo di questo o quello.

Ce lo sta consegnando la storia, ovvero una crisi economica, sociale e politica che non ha precedenti. Conviene che il parto si concluda con successo. Che se il nascituro muore, avremo perso tutti quanti.

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