L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 agosto 2020

La Cina esporta e da confortanti interessi al capitale che investe in renminbi, mentre l'occidente non riesce ad uscire dalla trappola della sovraproduzione nonostante le massicce soppressioni/distruzioni delle aziende produttive prima con la crisi economica che perdura dal 2007/8 poi attraverso il covid-19

L’Occidente affonda, la Cina corre. Ma c’è una logica…

di Claudio Conti
4 agosto 2020

Con un intervento di Guido Salerno Aletta

L’Occidente neoliberista, diciamo spesso, è avviato su una china da cui non sembra in condizioni di riprendersi.

Non è difficile individuare la “colpa” di questa corsa verso il baratro. Se vogliamo dirla in termini marxiani, è una manifestazione della “caduta tendenziale del saggio del profitto”. Se vogliamo dirla in termini terra terra, si tratta dell’ormai incontrastata prevalenza della finanza sull’economia reale, ossia del “denaro creato col denaro”, senza passare più di tanto per la produzione.

Non dappertutto funziona in questo modo. Per esempio la Cina – oltre ad aver reagito in modo certamente più efficace e rapido alla pandemia – ha fatto quasi l’esatto opposto, investendo al massimo nello sviluppo del mercato interno tramite investimenti e aumenti salariali. Se non crei un “consumatore solvibile”, con un po’ di soldi in tasca, poi non puoi lamentarti che i consumi siano fermi o in calo…

L’Europa “tedesca”, bloccata dal neo-mercantilismo di Berlino, ha seguito per tre decenni la strada senza uscita dell’”austerità” e della deflazione salariale per rendere più “competitive” le esportazioni, e ora non ha strumenti efficaci per contrastare la crisi economica.

La cosa “curiosa” è che in realtà le scelte operate dalle banche centrali (Usa, Ue e Giappone), che influiscono sull’andamento delle monete, sono molto simili e tendenti ad aggravare – rinviando – la situazione, anziché risolverla.

Tutte, infatti, hanno messo in atto solo massicci quantitative easing tramite acquisto di titoli di Stato della propria aerea, in competizione reciproca. Nella speranza che evitando il crollo del sistema finanziario qualcosa potesse “sgocciolare” fino al sistema produttivo. Ma con il risultato, invece, di deprimere anche l’afflusso di capitali, perché gli interessi offerti sono ridicoli o addirittura negativi.

Anche qui la Cina ha fatto quasi l’opposto. E anche i risultati – investimenti di capitali esteri nel debito pubblico di Pechino – lo sono.

Se si segue una logica di sviluppo coerente sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda (consumi e salari), anche senza gridare al miracolo o al comunismo realizzato, la differenza si vede, si sente, si tocca.

Un’analisi più tecnica e precisa, come spesso accade, è fornita da Guido Salerno Aletta, in un editoriale per TeleBorsa.

Buona lettura.

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Uno Yuan debole, che però rende tanto

di Guido Salerno Aletta

Svalutato per esportare meglio, attira i capitali stranieri con alti tassi di interesse

Il mondo delle monete è bello perché è vario.

La Fed, la BCE e la BoJ, per contrastare gli effetti recessivi della epidemia di Covid-19, immettono liquidità a manetta sui mercati finanziari comprando rispettivamente titoli di Stato del Tesoro americano, emessi dai Paesi aderenti all'euro e dal Tesoro nipponico.

Mentre proclamano ufficialmente l'obiettivo di evitare la deflazione dei prezzi al consumo, ottengono il risultato concreto di deprimere i tassi di interesse sui debiti pubblici, che sono in territorio negativo sulle emissioni decennali: i rendimenti delle obbligazioni statunitensi, giapponesi e tedesche sono rispettivamente dello 0,597%, 0,023% e -0,515%.

Comprando titoli di Stato, considerati "safe asset" dal mercato, creano una concorrenza tra gli investitori che si accontentano di tassi risibili pur di tenere i propri capitali al sicuro. Ne beneficiano i conti pubblici, portati in deficit per sostenere l'economia in recessione, poiché si finanziano a tassi estremamente convenienti. Nel caso dei tassi negativi pagati sui Bund a 10 anni, gli investitori pagano per essere creditori dello Stato tedesco: si accontentano di rimetterci sul capitale, piuttosto che rischiare con altri asset. Un'altra conseguenza di questa immissione continua di liquidità è la disponibilità di risorse a costi irrisori per coloro che vogliono effettuare acquisti in Borsa: nonostante i pessimi risultati dell'economia reale e le prospettive non tranquillizzanti, i corsi azionari sono rimasti pressoché invariati. Il mondo della finanza non può che ringraziare le Banche centrali di Usa, Eurozona e Giappone.

L'immissione straordinaria di liquidità in dollari, euro e yen, ha avuto effetti sui cambi: l'euro, in particolare, si è molto rafforzato sul dollaro, mentre il 22 marzo scorso, nel pieno della crisi epidemica, la moneta europea era debolissima sul dollaro, visto che stava quasi alla parità: con un euro si compravano solo 1,07 dollari. Il 1° agosto la moneta europea si era rafforzata sul dollaro, tanto che con un euro si compravano ben 1,18 dollari.

Il merito di questa rivalutazione dell'euro va agli swap tra dollari ed euro che sono stati operati dalla Fed: quest'ultima acquista euro a termine dalla BCE rifornendola in cambio dei dollari che servono alle banche europee per onorare i debiti contratti in dollari nell'Eurozona. C'è anche l'effetto dovuto al rimpatrio in Europa degli interessi pagati sugli investimenti finanziari in dollari: si vendono dollari per comprare euro, con il risultato di aumentare il valore della moneta unica europea. Il risultato della rivalutazione dell'euro sul dollaro è favorevole per la bilancia commerciale degli Usa, che in questa maniera non devono contrastare una maggiore convenienza delle merci europee rispetto a quelle prodotte in America. Di converso, la svalutazione del dollaro rispetto all'euro favorisce l'export statunitense nell'Eurozona.

E' accaduto lo stesso nel rapporto tra il dollaro e lo yen giapponese. Quest'ultimo si è rivalutato sul dollaro come è accaduto per l'euro: se il 23 marzo scorso con un dollaro statunitense si compravano ben 110,8 yen, il 1° agosto se ne compravano appena 105,8. Anche in questo caso, la svalutazione del dollaro sullo yen è positiva per la bilancia commerciale Usa.

Completamente opposta è la strategia valutaria e monetaria della Cina: se Pechino ha comunque bisogno di uno yuan debole al fine di mantenere elevato il proprio export negli Usa ed in Europa, soprattutto per contrastare l'effetto dei dazi americani e quello della contrazione generalizzata della domanda per via della epidemia di Covid-19, per altro verso deve smarcarsi dall'egemonia del dollaro incentivando l'uso dello Yuan.

Già da tre anni, ormai, la Cina ha smesso di reinvestire parte del proprio surplus commerciale in dollari acquistando titoli del debito pubblico americano, ormai plafonati attorno ai mille e cento miliardi di dollari.

Lo yuan si è svalutato in continuazione, soprattutto sull'euro: mentre il 23 marzo scorso con un euro si compravano 7,6 yuan, il 1° agosto con un euro si compravano ben 8,24 yuan. Più cauta è stata la strategia di cambio col dollaro, per non indispettire Washington che ha sempre accusato Pechino di manipolazione valutarie volte a mantenere basso il valore dello yuan: il 29 maggio scorso il cambio di quest'ultimo sul dollaro è stato portato ufficialmente dalla PBOC da 7,1277 a 7,1335. Una nuova limatura.

Pechino sta cercando di aumentare l'uso della propria moneta, soprattutto incentivando gli investimenti esteri nel suo debito pubblico. Nel secondo trimestre di quest'anno, il capitale straniero investito nel debito pubblico cinese denominato in yuan ha superato i 4.300 miliardi di yuan (pari a 619 miliardi di dollari), crescendo al ritmo più alto dalla fine del 2018. Quanto ai rendimenti, i titoli del tesoro cinesi a 10 anni offrono un interesse del 3,118%: davvero appetibile, rispetto a quelli di Usa, Germania e Giappone.

Le contromisure americane non si sono fatte attendere: si minaccia la eliminazione del rapporto fisso di cambio tra la valuta cinese e quella di Hong-Kong, visto che attraverso quest'ultima passano i capitali stranieri diretti sul debito pubblico cinese. Uno sganciamento metterebbe in pericolo il valore degli investimenti stranieri.

Lo yuan debole aiuta l'export cinese, mentre gli alti tassi di interesse sul debito pubblico di Pechino allettano gli investitori stranieri, demoralizzati per i rendimenti infimi pagati in Occidente.

Dopo gli alti profitti garantiti sugli investimenti industriali, ora Pechino si comporta all'opposto delle Banche centrali occidentali che continuano con la repressione finanziaria a danno degli investitori: offre nuove e lucrose opportunità ai capitali occidentali.

Svalutato per esportare meglio, attira i capitali stranieri con alti tassi di interesse.

Uno Yuan debole, che però rende tanto.

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