L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 14 agosto 2020

La distruzione del porto di Beirut è il coronamento di 40 anni di attacchi degli ebrei sionisti. E' un attentato terroristico

Beirut: chi, cosa, dove, quando, perchè
Basta riavvolgere il filo

di Fulvio Grimaldi
8 agosto 2020


“La fiducia dell’innocente è lo strumento più utile al bugiardo” (Stephen King)

Disinformare evitando il contesto

Clicca qui per vedere l'intervista fattami da Edoardo Gagliardi di Byoblu (aprire con CTRL e clic sul link), a poche ore dalle due esplosioni che il 4 agosto hanno distrutto il porto di Beirut, ucciso circa 150 persone, ferito altre 5000 e devastato gran parte della capitale libanese. Qui si tratta di un primo giro d’orizzonte lungo le domande che, codificate un tempo dalla stampa anglosassone, un qualsiasi cronista dovrebbe porsi. Le risposte dovrebbero inserire il fatto con le sue coordinate nel suo contesto ambientale, politico, geopolitico, temporale, storico. Un’abitudine da lungo tempo persa, o piuttosto abbandonata, dalla stragrande maggioranza della stampa nazionale e occidentale, che, in omaggio agli interessi dei suoi editori e referenti politico-economici, preferisce fornire le risposte da costoro richieste. Avendo attraversato più di mezzo secolo di pratica giornalista per un notevole numero di testate stampa, radio e televisive, sono testimone di questo trapasso.

Libano, la preda negata

E ho potuto anche essere testimone di ciò che è culminato ora a Beirut: una storia dei popoli arabi che, liberatisi dal gioco coloniale europeo, da quel momento subiscono la ritorsione, via via più feroce e letale, degli ex-colonialisti, dei quali hanno preso la guida due nuove presenze innestate in Medioriente, Usa e Israele.

A Beirut sono arrivato la prima volta venendo dalla Palestina della guerra dei Sei Giorni, trovando un paese florido, culturalmente vivacissimo, risparmiato dall’aggressione israeliana, in cui 500mila profughi palestinesi, un’intellettualità progressista dalla ricca pubblicistica, strati popolari resi coscienti dal contesto antimperialista, tenevano testa a una cricca interconfessionale di corrotti speculatori e alle bande terroristiche, sostenute da Francia, Usa e Israele, della comunità cristiano-maronita.

Media dei gatekeeper: guardare dall’altra parte

Poi ho percorso il paese tante volte. Nella guerra civile 1975-1990, come inviato di “The Middle East” alle varie invasioni israeliane, insieme a Stefano Chiarini, il grande giornalista del “manifesto”, in perenne conflitto con la linea ambigua di quel giornale, a testimoniare l’orrore di Sabra e Shatila e raccontare la nuova resistenza di Hezbollah. Inviato di guerra nel 2006, nella Beirut rasa al suolo dai missili e dalle bombe di Israele e tra le file dei combattenti Hezbollah, quando per la seconda volta, l’invasore fu battuto e dovette ritirarsi dal paese, sconfitto da una guerriglia di contadini. Rievoco questo, per offrire al lettore una base di competenza. Quella che nella superficialità, tendenziosità, manipolazione, decontestualizzazione dei servizi su Beirut dei giornalisti italiani è rigorosamente, ostinatamente assente e la si cercherebbe invano tra le allusioni, accuse, accostamenti nei quali vengono fatte svolazzare riferimenti a Hezbollah (organizzazione terroristica per gli USA), Siria, Iran e all’inetto, e perciò correo, governo libanese che non avrebbe custodito adeguatamente il deposito di nitrato d’ammonio al porto. Tutto, per non vedere l’impronta, l’interesse e l’obiettivo dell’immancabile sospetto numero uno. Quello che nasconde la mano, ma non il compiacimento. Quello di sempre.

Subito un Pietro Valpreda

Trump ha immediatamente parlato di attentato per le due esplosioni di Beirut. Il Pentagono, sostenuto da tutta la conventicola del Deep State e, come è fisiologico nell’era del neoliberismo globalizzato, da quasi tutta la stampa europea, ha insistito sull’incidente determinato dalla trascuratezza dei governanti libanesi. Un video inconfutabile illustra la presenza di un drone nei cieli sopra il porto prima degli scoppi. Tecnici degli esplosivi, sulla base della forma a fungo della seconda, più potente, esplosione, e della coloratura dei fumi sprigionatisi, parlano di ordigno termonucleare, di mini-atomica, quanto meno di missile caricato a uranio impoverito. L’ambasciata canadese fa circolare sui social questo messaggio, poi rapidamente rimosso: “Si tratta di una bomba all’uranio impoverito (il rosso dei fumi). Dite a tutti i vostri cari di allontanarsi e di non inalare. Muovetevi in direzione opposta a quella del vento”.

Analogo l’invito sui social subito partito dal Centro Medico dell’Università Americana di Beirut: “Tutti in Libano rimangano in casa… Dall’aspetto delle fiamme, l’esplosione risulta da esplosivo a base di acido. PER FAVORE RIMANETE CHIUSI IN CASA”.

Resta da chiedersi chi, nell’area, dispone di armi di tal fatta e, magari, ne ha già fatto uso? Chi è il massimo specialista mondiale di attentati terroristici, bombardamenti a piacere (suo), minacce di obliterazione? Basta porla la domanda e la risposta scatta come la molla di una trappola per topi.

A chi conviene

Quasi sempre il cui prodest indica la strada da percorrere per arrivare alle responsabilità. Come nel caso delle Torri Gemelle, della finta battaglia nel Golfo del Tonchino, dell’incendio nazista del Reichstag, di Piazza Fontana, o del capolavoro P2-Servizi a Bologna. Né il Libano, né le sue forze di difesa, popolari o governative, hanno mai attaccato nessun altro paese, tanto meno i suoi aggressori. Semmai si sono difesi, o hanno rivendicato propri territori. Discorso che vale per altri paesi martirizzati o demonizzati: Libia, Siria, Iran, Egitto, Algeria, i paesi del Sahel, Russia, Cina… Tutte le aggressioni dal dopoguerra ad oggi sono dell’Impero, delle sue succursali e dei suoi sicari. Terrorismo compreso.

40 anni di attacchi israeliani

Negli ultimi 40 anni Israele ha invaso il Libano nel 1980 (la strage di Sharon a Sabra e Shatila è del 1982), nel 1992 e di nuovo nel 2006. In tutti i casi lo Stato ebraico è stato sconfitto da Hezbollah, formazione patriottica a maggioranza scita appoggiata dall’Iran, non senza che prima avesse raso al suolo Beirut con bombardamenti a tappeto, disseminato il Sud Libano di mine che continuano a uccidere e a mutilare bambini e contadini, utilizzato armi proibite, chimiche, che lacerano e fanno incancrenire gli organi interni dei colpiti (lo evidenzia il mio documentario su quella guerra, “Delitto e Castigo”, terzo di quelli in cui ho unito i destini di Libano e Palestina, dopo “Patria Palestina” e “Fino all’ultima kefiah”). Tutto nell’assenza assoluta di reazioni da parte della “comunità internazionale” e dei suoi organi di garanzia e nella completa indifferenza della cosiddetta Missione di Protezione, Unifil, di cui tanto vanto si mena da noi e di cui non si capisce perché sia installata nel paese più volte aggredito e non in quello aggressore.

Il rinforzo dei “colorati” all’attentato

Hezbollah, la meglio organizzata e più numerosa organizzazione civile e militare, è stata in tutti questi anni il presidio della libertà, indipendenza e integrità libanesi, come lo è con i suoi combattenti per quelle di Siria e Iraq. Per annientare questo semisecolare e finora insuperabile scoglio sulla via del Nuovo Medioriente, intento perseguito fin dagli anni 60 e mirante alla frammentazione dei maggiori Stati arabi lungo linee etniche e confessionali, si è tentato di tutto. Rivoluzioni colorate fomentate dalle élite maronite filo-francesi e sostenute da Israele, sia agli inizi del millennio, sia recentemente e addirittura riprese adesso, in funzione di depistaggio dal carnefice alla vittima, quando ancora i fumi delle esplosioni non si erano dissipate Riappare, come in tutti i casi analoghi, il pugno sorosiano di Otpor.

“Colorati” a Beirut

Manifestanti violenti, subito riattivati, che provano a invadere il parlamento per proiettare al mondo l’immagine di una responsabilità interna libanese, di governo e parlamento, nei quali si deve intravvedere la figura prominente di Hezbollah. Ovviamente i media italioti, PR dell’atlantosionismo, innescano la quarta, mentre la quinta è come sempre appannaggio della mosca-cocchiera del “Deep State, “il manifesto”

Le motivazioni: la corruzione della classe politica (effettivamente imputabile a tutti, ma non ai parlamentari e governanti Hezbollah), lo sfascio economico, la crisi sociale. Espressione massima del tasso criminale di quell’istituzione sovranazionale finanziaria che è il FMI, era stato il ricatto allo Stato sovrano libanese per cui, o si sarebbe liberato con tutti i mezzi (!) di Hezbollah, forza politica democraticamente eletta e da decenni partecipe del governo, o gli 11 miliardi di dollari di prestito se li sarebbe sognati. Sono i propositi di chi ha tagliato la giugulare alla Grecia.

Un collasso nazionale perseguito da “fuori”

Tutto questo viene, dai “colorati”, imputato al governo, insieme all’esplosione del deposito di nitrati d’ammonio, immagazzinati dal 2013, provenienti da una nave sequestrata e abbandonata dal suo armatore, un russo di Cipro, sul quale imbastiscono ora miserevoli speculazioni i nostrani invasati di Russiagate. La crisi libanese viene da lontano e, senza negare responsabilità di una classe dirigente certamente inadeguata, ha ben altri responsabili. 15 anni di sanguinosa guerra civile, innescata dall’alleanza in fieri tra Israele e i satrapi del Golfo, tra destre maronite e sinistre popolari patriottiche e palestinesi che ha minato alla base lo sviluppo e la stabilità del paese. Poi, sotto il Primo Ministro Rafik Hariri, voluto dai sauditi (come poi suo figlio e successore Saad), una ricostruzione all’insegna della speculazione/devastazione immobiliare che ha cancellato il patrimonio storico di Beirut, ha cementificato e inquinato, fatto di Hariri il quarto uomo più ricco del mondo, indebitato il paese oltre ogni limite e impoverito ulteriormente le masse popolari del Sud.

Come non bastasse, agitazioni sociali promosse dai ceti privilegiati, l’invasione israeliana del 2006 e la distruzione del centro delle maggiori città e di gran parte delle infrastrutture del paese a forza di bombardamenti. A mantenere il paese sotto pressione, ricatto, terrore, come a dimostrare il proprio rispetto per il diritto internazionale, aerei israeliani penetrano quotidianamente nello spazio aereo libanese, minacciando di ripetere le stragi del 2006 e quegli orrori che, con analoga frequenza, infliggono alle popolazioni della Siria.

Il precedente di Hariri, per eliminare il protettore siriano

Episodio centrale di un nuovo tentativo di destabilizzazione, nel 2005 Rafiq Hariri, uomo dei sauditi, salta per aria sul lungomare di Beirut grazie a un attentato di alta tecnologia che lascia un cratere di 10 metri x tre, fa a pezzi lui e altre 20 persone. Il postribolo mediatico atlantico-sionista punta il dito sulla Siria. La pressione è tale, che Damasco decide di abbandonare il paese, del quale fin lì era stato il garante militare contro le aggressioni interne (Falange maronita) ed esterne (Israele). Cui prodest? Svanita, per lampante inconsistenza, la pista siriana, ci si accontenta di Hezbollah. Un Tribunale Speciale sul Libano viene prontamente costituito all’Aja sul modello di quello, di esaltante integrità giuridica, sulla Jugoslavia, dai verdetti preordinati da Washington, tutti contro i serbi e che, trovatolo incolpevole, ha lasciato morire in carcere, per rifiuto di cure, il presidente patriota serbo Slobodan Milosevic. Naturalmente nessuno all’Aja, e neanche nei nostri media, prenderà in considerazione l’unico dato di prova emerso: Il video registrato da Hezbollah che riprende i mezzi della sorveglianza aerea israeliana sul luogo dell’attentato nel suo preciso attuarsi e una registrazione audio israeliana che illustra il percorso del corteo di Hariri prima che stesse per compiersi.

Le coincidenze funzionano sempre e, così, la nostra premurosa stampa, riempite le testate di riferimenti a Siria, Iran e Hezbollah, si accorge che, guarda un po’, l’esplosione su cui vien fatto aleggiare il sospetto scita, accade proprio a pochi giorni (18 agosto) dalla sentenza che i lealissimi giudici dell’Aja pronunceranno a carico di 4 ragazzi Hezbollah (in absentia) accusati allo scopo.

Netaniahu annuncia l’operazione

Il 27 settembre del 2018 il primo ministro Benjamin Netaniahu illustra all’assemblea generale dell’ONU, con tanto di cartina del'aeroporto di Beirut, la zona in cui gli Hezbollah stoccherebbero le armi. Siccome la stessa affermazione l'ha fatta a proposito del deposito di nitrato d'ammonio al porto, evidentemente intendeva anche quello come bersaglio. Dice che lì sono depositati i missili di Hezbollah, attribuendo a questi protagonisti delle istituzioni libanesi la criminale demenza di collocare un rischio apocalittico ai piedi delle sedi in cui opera e tra la gente che ne costituisce la base sociale. Il baro israeliano ribadisce la stessa credibilità di quando, sempre all’ONU, esibì un ridicolo disegno della “bomba” iraniana, ormai pronta. Lui, che di ordigni nucleari ne ha 400 e che, insieme agli altri caporioni dello Stato sionista, ha ripetutamente promesso la distruzione definitiva, sia di tutto l’Iran, sia delle infrastrutture del Libano.

Il premier incriminato per una serie di delitti e che ha un evidente bisogno di riscattare la sua figura di corrotto maneggione, prepara il grande diversivo? Trump lo sa quando pronuncia la parola “attentato”? Il Pentagono e l’Intelligence lo occultano quando smentiscono?

Contro lo scoglio Hezbollah un classico: bombe e fame

E’ davvero umiliante, alla luce abbagliante delle evidenze, dover ribadire al cialtroname mediatico l’elementare logica per cui nessuno fa saltare la poltrona su cui siede, né favorisce il nemico dichiarato, collocandosi da solo alla colonna infame con sotto le chiappe una bomba fine del mondo. Hezbollah trae la sua forza dalla difesa del paese, dalle vittorie sull’aggressore e dalla vasta rete di assistenza sociale che, in assenza dello Stato, fa sopravvivere nella crisi, anche da Covid, decine di migliaia di poveri libanesi e profughi palestinesi e siriani. I rifornimenti dal porto, unico vero sbocco verso l’esterno, di importazioni e aiuti alimentari sostenevano questa rete e impedivano una carestia dalle proporzioni inimmaginabili. Ora il porto non c’è più e, alle sue spalle, l’infrastruttura logistica di magazzini, carico e scarico, percorsi e mezzi di distribuzione, è polverizzata.

Mentre Pompeo, Macron, Johnson, versano lacrime e promesse di “non vi lasceremo soli” (tipo Mattarella, Renzi, Gentiloni, Conte, dopo il terremoto), qualcuno i libanesi, dopo gli attentati, le carneficine belliche, i sabotaggi colorati, ma anche le sconfitte subite sul campo come “esercito più potente e morale del mondo”, pensa di prenderli per fame. E’ dura con la Siria, l’Iraq, la Libia, l’Egitto, l’Iran. Si riparta dall’anello più debole. E da colui che conta sui suoi cittadini perché, preda del solito delirio di guerra, fermino i giudici che lo vogliono sbattere in galera.

Tornando al “contesto”, concetto familiare ai nostri amanuensi incaricati di vergare incunaboli da fregamondo quanto lo sono le onoranze funebri a sciacalli e avvoltoi, sono tanti i fili che vanno tirati per ricostruire la ragnatela. Come ci ha insegnato la più grande delle insegnanti italiane, Maria Montessori: vedere i dettagli, scoprire le connessioni. Inevitabilmente si arriverà al centro, alla Vedova Nera che tesse i fili. Delle guerre, delle depredazioni, dello sradicamento e sballottamento di popoli, del globalismo, della depopolazione, del terrorismo, perfino del Covid.

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