L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 agosto 2020

La pochezza statunitense sempre più evidente

Niente estensione dell'embargo sulle armi all'Iran. Usa isolati all'Onu 

Bocciata la proposta americana di estendere l'embargo che scadrà il prossimo ottobre. Il rischio è far precipitare il Consiglio in una delle peggiori crisi diplomatiche di sempre

aggiornato alle 10:27 15 agosto 2020

Donald Trump, all'Onu

AGI - All'indomani dell'accordo tra Iran ed Emirati Arabi Uniti, che aveva offerto alla Casa Bianca l'occasione per celebrare lo "storico successo" sulla scena mediorientale, l'amministrazione Trump inciampa in un clamoroso fallimento all'Onu.

Gli Stati Uniti non sono riusciti a convincere il Consiglio di sicurezza a estendere indefinitamente l'embargo sulle armi imposto all'Iran dal 2015 e che scadrà il prossimo ottobre.

Una bocciatura che adesso potrebbe avere ripercussioni sull'accordo sul nucleare iraniano, ma anche far precipitare il Consiglio in una delle peggiori crisi diplomatiche di sempre. Dei 15 membri del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti hanno ottenuto solo l'appoggio della Repubblica Dominicana.

Al di là dei veti annunciati di Cina e Russia, Francia, Germania e Regno Unito insieme ad altri otto membri del massimo organo del Palazzo di Vetro (Belgio, Estonia,Indonesia, Niger, StVincent/Grenadines, SudAfrica, Tunisia e Vietnam) hanno scelto di astenersi. E la risoluzione si è arenata.

A poco è servito il fatto che, poche ore prima del voto, il rappresentante permanente della Casa Bianca all'Onu, Kelly Craft, avesse rimarcato che la proposta fosse il frutto di "mesi di attiva diplomazia" da parte degli Usa.

In una breve nota, la missione belga in Consiglio di Sicurezza ha spiegato la posizione dei partner europei: la priorità rimane "contenere il programma nucleare dell'Iran" ma nel quadro dell'accordo nucleare firmato nel 2015 con Teheran, "il miglior strumento multilaterale per affrontare le nostre preoccupazioni comuni".

Immediata la reazione degli Stati Uniti che, attraverso il segretario di Stato, Mike Pompeo, hanno denunciato il fallimento "imperdonabile" dell'Onu. Secondo Pompeo, il Consiglio di Sicurezza "non è riuscito a compiere la sua missione fondamentale", che è quella di "mantenere la pace e la sicurezza internazionale".

"Il risultato mostra ancora una vota che l''unilateralismo non ha sostegno, e che l'atteggiamento arrogante è destinato a fallire", ha invece 'twittato' rapidamente la rappresentanza cinese.

E adesso si pensa al dopo. Gli Stati Uniti avevano comunque avvertito che se l'estensione dell'embargo non fosse andata in porto avrebbero utilizzato altri mezzi per mantenerlo in vigore; e la Casa Bianca aveva suggerito di poter invocare una clausola (la cosiddetta 'snapback') che fa parte dell'accordo sul nucleare (una clausola pensata per reimporre a Teheran tutte le sanzioni delle Nazioni Unite revocate, ma solo se si scopra che Teheran abbia violato il patto).

Le potenze europee, ma anche Cina e Russia, si chiedono se gli Stati Uniti abbiano il diritto di usare quel meccanismo, dato che hanno abbandonato l'accordo del 2015. Di certo, l'eventuale passo statunitense metterebbe in grave crisi la tenuta dell'accordo nucleare, che per ora l'Iran e le potenze firmatarie - a parte gli Stati Uniti - continuano a cercare di mantenere in vita.

Sembra che gli Stati Uniti vogliano consegnare la lettera di 'snapback' già la prossima settimana e così cercare di forzare unilateralmente il ripristino delle sanzioni delle Nazioni Unite.

Ecco perché c'è chi sospetta che Washington abbia presentato intenzionalmente una bozza rigida, perché sapeva che i membri del Consiglio non sarebbero stati in grado di accettarla.

Insomma la risoluzione è stata il preludio al tentativo degli Stati Uniti di innescare lo 'snapback' e affondare definitivamente l'accordo sul nucleare iraniano prima delle elezioni presidenziali di novembre. 

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