L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 agosto 2020

La Strategia di Destabilizzazione Permanente non contlempla una Nazione curda ma li utilizza come manovalanza


Öcalan: la mia soluzione per Turchia, Siria e curdi

Abdullah Öcalan10 Agosto 2020

Il leader curdo detenuto da più di vent'anni nell'isola-prigione turca di İmralı, in questo editoriale scritto per Jacobin, chiede un «progetto di nazione democratica» in grado di unire cittadini di diverse etnie e tradizioni culturali

La modernità capitalista è la crisi di civiltà più mortale e continua della storia. In particolare, la distruzione generale degli ultimi duecento anni ha interrotto migliaia di legami evolutivi nell’ambiente naturale. Probabilmente non siamo ancora del tutto consapevoli della devastazione che ciò ha causato al mondo vegetale e animale. È, tuttavia, chiaro che, come l’atmosfera, entrambi questi mondi emettono costantemente segnali di Sos.

Per quanto tempo l’umanità può continuare a sopportare questa modernità, che ha inflitto devastazioni ambientali di vasta portata e ha causato la disintegrazione della società? In che modo l’umanità lenirà il dolore e l’agonia della guerra, della disoccupazione, della fame e della povertà? L’affermazione che lo stato-nazione protegge la società è una vasta illusione. Al contrario, la società è stata sempre più militarizzata dallo stato-nazione e completamente immersa in una sorta di guerra. Chiamo questa guerra genocidio della società, imposto in due modi.

Primo, il potere e l’apparato statale controllano, opprimono e sorvegliano la società. In secondo luogo, la tecnologia dell’informazione (i monopoli dei media) degli ultimi cinquant’anni ha sostituito la società reale con una virtuale. Contro i canoni del nazionalismo, del religionismo, del sessismo, dello scientismo, delle arti e dell’industria dell’intrattenimento (inclusi sport, soap opera, ecc.), con cui la società viene martellata 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai media, come si può difendere la società?

È diventato abbastanza chiaro che lo statalismo nazionale in Medio Oriente è, in effetti, uno degli strumenti di dominio della modernità capitalista. Ciò che è stato il trattato di Versailles per l’Europa, l’accordo Sykes-Picot stipulato tra inglesi e francesi nel 1916 lo è stato per il Medio Oriente: «Una pace per porre fine a ogni pace».

Gli stati-nazione di oggi hanno lo stesso significato nella regione di quelli che un tempo avevano i governatori dell’Impero Romano, ma sono ancora più collaborazionisti con la modernità capitalista e si distinguono ancora di più dalle tradizioni culturali della regione. Sono in guerra con i propri popoli internamente e tra di loro esternamente. La liquidazione della società tradizionale significa guerra contro i popoli e le mappe disegnate con un sovrano sono un invito a guerre tra stati.

Nessuno di loro è adeguato per superare la crisi che si aggrava; infatti, la loro esistenza approfondisce ulteriormente questa crisi. A mio avviso, a livello globale è in corso una terza guerra mondiale, con il Medio Oriente come centro di gravità. In termini di portata e durata, questa guerra è sia più profonda che più lunga delle prime due guerre mondiali. Il risultato è decadimento e disintegrazione.

E può finire solo con la formazione di un nuovo equilibrio regionale o globale. Affermo che il destino della terza guerra mondiale della modernità capitalista sarà determinato dagli sviluppi in Kurdistan. Ciò è evidente in ciò che sta accadendo in Iraq e in Siria. L’esistenza degli stati-nazione è un’anomalia nella storia del Medio Oriente e l’insistenza su di essi porta a disastri. Lo stato-nazione turco crede che con un genocidio finale dei curdi si renderà eterno – uno stato-nazione ora integrato con il proprio paese e nazione. Chiaramente, a meno che la Turchia non abbandoni questo paradigma, sarà un semplice becchino per i popoli e le culture sociali della regione, compreso lo stesso popolo turco. Allo stesso modo, la situazione futura dell’Iran rimane incerta sia per sé stessa che per la regione.

Ma la situazione dei curdi – suddivisi in parti dallo statalismo nazionale in Medio Oriente, imponendo diverse forme di annientamento e assimilazione su ciascuna di queste parti – è una catastrofe completa. I curdi sono, per così dire, condannati a un’agonia mortale a lungo termine.

Lotta curda

Tuttavia, le condizioni sono ora maturate – e i curdi, attraverso la loro lotta, possono uscire dal movimento a tenaglia del genocidio. Ciò è possibile solo attraverso il progetto di una nazione democratica, basata su cittadini liberi ed uguali, che coesistano solidali, comprendendo tutte le realtà culturali e religiose. Questo è, quindi, un progetto pensato per essere forgiato insieme agli altri popoli della regione. La metodologia per raggiungere questo obiettivo si sta ora sviluppando, passo dopo passo.

Il Rojava e tutta la Siria settentrionale e orientale – gestita da un’autonomia multietnica e multi religiosa, basata sulla libertà delle donne – sta sorgendo come un faro di libertà. Questo presenta una soluzione modello sia per i popoli del Medio Oriente che per gli stati-nazione. Il modello non propone la negazione degli stati-nazione, ma propone che siano vincolati a una soluzione democratica e costituzionale.

Ciò garantirà l’esistenza e l’autonomia sia dello stato-nazione – la nazione costruita dallo stato – sia della nazione democratica. Il ricco patrimonio di entità etniche, religiose e confessionali e delle loro culture, in questa regione, può essere tenuto insieme solo attraverso questa mentalità democratica della nazione, che promuove la pace, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia.

Ogni cultura, da un lato, si costruisce come un gruppo nazionale democratico. Quindi, possono vivere in un livello più alto di unione nazionale democratica con altre culture con cui già convivono. La soluzione della nazione democratica proposta dai curdi ha permesso loro di eliminare l’Isis – il risultato del monismo religioso – a nome di tutta l’umanità. Questo è senza dubbio il risultato del nostro paradigma basato sulla libertà delle donne, che ne fa un modello in tutto il mondo.

Lotta per il futuro

Al momento, gli sviluppi nella Siria settentrionale e orientale hanno raggiunto un punto importante. Il riconoscimento dell’amministrazione della Siria settentrionale e orientale e della democrazia locale che rappresenta per i popoli arabi, curdi, armeni, assiri e altri sarà uno sviluppo molto importante sia per la Siria che per il Medio Oriente.

Il nostro appello affinché le persone tornino dall’Europa, dalla Turchia e altrove sarà possibile una volta dichiarata una costituzione democratica della Siria. La nostra visione del conflitto curdo-turco che dura da quasi un secolo è chiara. Sviluppiamo una soluzione democratica della questione curda dal 1993. La nostra posizione – come si vede nei colloqui del 2013 con lo stato-nazione turco, tenutosi a İmralı – espressa nella Dichiarazione del Newroz quando siamo entrati nel processo di dialogo, è oggi più importante che mai. Abbiamo rafforzato questa posizione nella dichiarazione in sette punti che abbiamo presentato nel 2019. Insistiamo sulla necessità di una riconciliazione sociale e di una negoziazione democratica, per sostituire la cultura della polarizzazione e del conflitto.

Al giorno d’oggi, i problemi possono essere risolti non con strumenti fisici di violenza ma con il soft power. In condizioni favorevoli, potrei impostare le mosse per eliminare il conflitto entro una settimana. Quanto allo Stato turco, è a un bivio. Può continuare il suo percorso verso il disfacimento come gli altri stati-nazione nella regione, o entrare in una pace dignitosa e in una soluzione democratica significativa. Alla fine, tutto sarà determinato dalla lotta tra le parti. Il successo della lotta condotta dai curdi attraverso la politica di pace e la politica democratica determinerà il risultato finale. E la libertà prevarrà.

*Abdullah Öcalan è il leader e fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Dal 1999 è stato arrestato e condannato a morte dallo stato turco con una pena commutata in ergastolo, ed è tenuto in totale isolamento sull’isola di İmralı, dove per quasi undici anni è stato l’unico prigioniero.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Mag. La traduzione è a cura di retekurdistan.it.

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