L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 agosto 2020

L'Argentina convince i creditori a fare nuovi accordi

Vi spiego come l’Argentina ha evitato un nuovo default

6 agosto 2020


Rientra il default per l’Argentina. I creditori accettano l’offerta finale del governo di Buenos Aires. Un accordo senza precedenti. Tutti i dettagli nell’approfondimento di Livio Zanotti

Parliamo di Argentina, ma il caso è paradigmatico del rapporto informazione-politica.

Il governo di Alberto Fernandez ha evitato un nuovo default all’Argentina. Sarebbe stato il secondo negli ultimi vent’anni e avrebbe pregiudicato ulteriormente un’economia in profonda crisi già prima della pandemia del coronavirus, che l’ha resa ancor più assillante.

Dopo 7 mesi in cui — com’era ovvio accadesse — le trattative con i creditori sono saltate su e giù come sulle montagne russe, senza tuttavia mai rischiare il deragliamento, è stato raggiunto l’accordo.

La forza del debitore, questa volta, stava paradossalmente nella sua innegabile insolvibilità e nelle condizioni non meno drammatiche in cui versano molti altri: il rischio (tutt’altro che scongiurato) d’una pandemia di default.

L’Argentina si è impegnata a saldare il debito restituendo a rate prolungate nel tempo il 54,9 per cento dei 69mila milioni di dollari ricevuti da banche e fondi d’investimento privati essenzialmente degli Stati Uniti. Con un risparmio tra capitale e interessi di 34/35 mila milioni.

L’accordo non è stato ancora sottoscritto da alcuni creditori minori. E non sempre in queste vicende ubi maior, minor cessat. Sia pure tra critiche e polemiche tanto interne quanto internazionali, il presidente Macri pagò quasi al valore nominale il limitato residuo del precedente default, quello del 2001, finito nelle mani di speculatori che riuscirono a incontrare un giudice benevolo. Oggi, però, la situazione e ben diversa.

Patrocinato dal Nobel Joseph Stiglitz, suo ex professore ad Harvard, il ministro dell’Economia Martin Guzman ha aumentato lentamente l’offerta iniziale del 40 per cento, cedendo in parte anche sui tempi di grazia. E i fondi Blackrock, Ashmore e Fidelity hanno infine accettato questa transazione senza precedenti. A convincerli sono state le pressioni del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) favorevoli alle posizioni argentine e il comune timore che i lockdown provocati dal Covid-19 possano provocare —appunto — fallimenti a catena di debiti sovrani, prima che il sistema finanziario sia in condizioni di riorganizzare le proprie disponibilità. All’Argentina resta da chiudere con il suo maggiore creditore singolo, l’Fmi, a cui deve 44mila milioni. Ma è una trattativa in discesa.

Ben comprensibile è dunque l’improvvisa euforia della grande informazione argentina, giornali e TV, che titolano con inediti ottimismo, complimenti e sorrisi. Fino a ieri accusato di portare irresponsabilmente il paese alla catastrofe finanziaria, come se a indebitarlo fosse stato lui e non il precedente governo Macri, il ministro Guzman viene osannato nelle prime pagine come un salvatore.

Le accuse di negligenza e perfino d’incapacità per l’apparente noncuranza con cui gestiva i tempi della trattativa, vengono adesso rivedute, corrette e apprezzate sub specie di abilità tattica. Come se dalla parte opposta del tavolo fossero stati seduti dei principianti.

Viene di fatto ancora ignorata la gravità della congiuntura economica, la cui causa dirompente è nel fallimentare modello neoliberista del presidente Maurizio Macri.

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