L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 20 agosto 2020

M5S un falso ideologico. L'arte di governo è la capacità di pensare al futuro con i materiali del presente

Polvere di stelle: comandare ma non governare

di ilsimplicissimus
16 agosto 2020

La recente decisione dei Cinque stelle di allearsi col Pd alle comunali e l’abiura alla regola dei due mandati per permettere alla Raggi di ripresentarsi a Roma , sono l’epifenomeno di ciò che rimane della politica: l’ultimo atto di un piano volto a raccogliere i voti di chi non voleva più i dem e in generale la costellazione tradizionale di potere che rappresentavano e rappresentano, per poi riportarli “normalizzati” e lobotomizzati nel sistema che si illudevano di combattere, ma che i capi avevano già venduto in blocco come fossero un futures politico. A tal punto è arrivata la simbiosi dei Cinque stelle con gli utilizzatori finali che a Roma la Raggi si ripresenta ufficialmente, quasi certa di vincere per assoluta mancanza di avversari. Ricordo i primi tempi della sua elezione quando gli ipocritoni dei salotti romani scoprirono all’improvviso dopo trent’anni di abbandono che c’erano le buche per strada e che la raccolta rifiuti e i trasporti funzionavano male: qualsiasi pretesto sia pure di natura ormai storica era buono per dare addosso alla nemica che oltre tutto rischiava di far saltare gli affaroni degli amici degli amici.

Poi man mano che si è andati avanti, la Raggi si è rivelata al di sotto di ogni aspettativa, ma ha aperto alla premiata cementeria dello stadio e ad ogni altra opaca “normalità” capitolina di superficie o sotterranea: così adesso, i dem la corteggiano e non si sognano nemmeno di entrare nella lizza elettorale. L’impressione può essere quella che il M5S sia diventato una corrente del Pd, ma è soprattutto che nessuno voglia vedersela con gli enormi problemi della capitale, che insomma si voglia gestire il potere senza nemmeno tentare di governare.

Ed è così dappertutto, in ogni area e settore: l’esecutivo comanda a suon di decreti, nella maniera più autoritaria possibile, deride e mette sotto i piedi la Costituzione nel silenzio del presidente di cartone per non dire di un Parlamento quasi felice di essere esautorato, eppure non governa affatto, vive di estemporaneità, al di fuori di ogni visione politica, ammesso che ce ne sia ancora qualcuna, si estenua in continue messe a punto di mediazioni con chi controlla il Paese. Ha commesso enormi errori durante la crisi del Covid, e continua a compierne di altrettanto gravi nel gestire la gigantesca crisi economica che ci sta travolgendo, coniugando il bastone della paura sanitaria con l’inconsistenza di una carota finta, eppure non viene davvero censurato perché dopotutto rappresenta il potere che non è più quello concesso dai cittadini, ma quello della eterna razza padrona. Conte, quello che si è fatto dittatore con risultati disastrosi che ancora non sono del tutto chiari, ma lo saranno tra breve, è del tutto impensabile come governante, figuriamoci come buon governante e fino a qualche anno fa era un mediocre un avvocaticchio della profonda provincia, ammanicato con i preti, mai notato nella vita della Repubblica, mai spintosi in qualche arena politica, nemmeno locale, mai votato, mai eletto, non ha mai preso parte ad alcunché E’ arrivato a Palazzo Chigi in sostituzione di uno che Mattarella non voleva semplicemente perché il suo nome figurava casualmente sull’agenda di un figuro pentastellato, ed è diventato lo squallido spago che tiene assieme i brandelli della razza padrona, la pezza a colore su una democrazia inesistente riuscendo ad essere ometto per tutte le stagioni, specie quelle pessime. E’ tutto e solo potere, ma niente politica, niente governo al punto che qualcuno ha parlato di dittatura per caso.

E del resto diciamo pure che i Cinque stelle volevano rappresentare l’incazzatura dell’italiano medio, erano scesi in campo con l’intendimento di cambiare ogni cosa, ma fin da subito hanno dato la sensazione di non voler affrontare nessun problema di fondo, di non voler esercitare l’arte di governo che è la capacità di pensare al futuro con i materiali del presente, ma di voler solo fare parte del potere, di quella stanza dei bottoni che avevano impaurito e nella quale si sono scoperti camaleonti. Hanno capito subito che nel Paese non esisteva governo, ma solo gestione del potere e ne hanno subito approfittato diventando indistinguibili o forse sì, molto caratterizzati dalla fame atavica di chi ha vinto alla lotteria. Da adesso non esistono più, sono nel magma, si occuperanno anche loro di borsette e cinture come milioni di coglioni che non hanno provveduto a creare nuovi buchi per i tempi che incalzano. Vanno in giro tronfi con la mascherina: anche io sto col potere, ci sono anche io nel gioco e più perdo più rimango a puntare. Dopotutto se non si può e non si vuole partecipare, tanto vale obbedire.

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