L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 agosto 2020

Nell'economia del debito la Cina non gode di buona salute

Per la Cina da strozzino a strozzato dai debiti il passo è breve

14:53 10.08.2020

La Cina rischia di finire strozzata dai debiti. Nel primo semestre di quest'anno il deficit debito pubblico PIL ha toccato il 317% e Pechino corre ai ripari: congelati gli investimenti nella Nuova Via della Seta e guerra ai bond occulti emessi dalle autorità locali.

Si fa giustamente un gran parlare del nostro debito pubblico che sta raggiungendo il 160 percento del Prodotto Interno Lordo (cioè ogni anno la nostra economia produce una ricchezza di 100 e ne spendiamo 160) e non si dice che l’indebitamento privato delle famiglie italiane è sotto il 42 per cento (Tra famiglie ed aziende non passiamo il 110%).

I “virtuosi” olandesi hanno un debito pubblico di solo il 49% ma quello dei privati arriva complessivamente al 239%. Anche la Svezia, ad esempio, è uno Stato “virtuoso” ma i suoi cittadini arrivano al 188,87 e la Danimarca fa ancora peggio: sono debitori per il 281% rispetto alla ricchezza che producono.

Che il debito privato sia enorme nei Paesi meno risparmiatori di noi è risaputo ma sembra che nessun economista se ne preoccupi più di tanto. Il problema dovrebbe però allarmare, e di molto, quando sia il debito pubblico che quello privato sforano in eccesso il livello di parità come è il caso degli Stati Uniti.

Eppure c’è perfino chi sta peggio dei nostri amici americani e sono proprio i loro più diretti concorrenti per l’egemonia mondiale: i cinesi.

Nonostante se ne parli poco, almeno nell’indebitamento, la Cina già sopravanza gli Stati Uniti: il debito globale cinese nel primo trimestre del 2020 è arrivato a toccare il 317% del Prodotto Interno Lordo (dati dell’Institute of International Finance). L’Italia è al 246%, l’Eurozona al 252.

L’esposizione dello Stato cinese si può dividere tra interna e internazionale. Il debito verso l’interno, di gran lunga il più importante, si suddivide a sua volta in debito delle famiglie, indebitamento delle aziende (pubbliche e private) e governativo.

I soldi presi a prestito dalle famiglie includono i mutui per l’acquisto di case e il settore (in crescita) che copre il credito al consumo.

Le aziende, sia le private che quelle di proprietà statale hanno debiti in corso sia con le banche (nella maggioranza statali) sia con i privati cittadini attraverso l’emissione di bond. Il debito pubblico si divide a sua volta tra debito dello Stato e quello acceso dai vari governi locali, comunali o provinciali.

Prima di fare qualche cifra occorre precisare che, nonostante i tentativi del governo di Pechino di ridimensionarli, tutti i tre settori sopramenzionati continuano ad aumentare le loro esposizioni e, tra il 2018 ed il 2019 sono complessivamente aumentati del 6%, anno su anno. Lo stesso è successo per l’indebitamento verso l’estero che corrispondeva a fine 2019 a 2,03 trilioni di dollari americani ma già nel primo trimestre del 2020 ha raggiunto i 2,05. Il debito interno è in costante crescita dal 2008 toccando, anno su anno, un incremento di addirittura del 20%, ben al di là del tasso di crescita del PIL.

Dal 2016 il Ministero delle Finanze di Pechino ha imposto alle autorità locali di interrompere, o comunque rendere più affidabili, le emissioni di loro bond e di dare una maggiore trasparenza all’uso cui sono destinati. Standard & Poor stima che i debiti non dichiarati degli enti locali possano ammontare a cifre comprese tra 4 e 5 migliaia di miliardi di dollari americani.

Alcuni governi locali sono già finiti sotto accusa per aver emesso bond illegali e alcuni di questi sono stati assorbiti da enti o banche statali per evitare il fallimento.

I bond occulti

Sembrerà strano saperlo, ma la Cina è già il terzo emettitore mondiale di bond ufficiali che si stima abbiano raggiunto il valore di 13 migliaia di miliardi di dollari.

La maggior parte di questi bond, perfino quelli “occulti”, sono posseduti da privati cinesi o da banche commerciali, alcune delle quali di proprietà statale. Gli investitori stranieri in queste emissioni raggiungono non più del 2% del totale disponibile. Il fatto che questi debiti siano soprattutto in mani nazionali rende certamente il fenomeno più controllabile e, tuttavia, immaginarne un annullamento o una rinegoziazione, sia pure parziale, non potrebbe che avere conseguenze disastrose per l’equilibrio di tutta l’economia.

Di là dalle cifre ufficiali conosciute, occorre aggiungere che, per avere credito, molte aziende cinesi private sono ricorse a prestatori di danaro non ufficiali e i loro debiti non rientrano quindi nelle statistiche rilasciate dal governo di Pechino.

Oltre ai debiti interni le finanze cinesi devono fare i conti anche con quelli accesi da società, pubbliche o private, che si sono indebitate con banche straniere per procedere ad acquisizioni di aziende estere o fare investimenti dentro o fuori dalla Cina.

Anche su queste operazioni Pechino ha sentito la necessità di aumentare il controllo e ridurre le autorizzazioni. Perfino gli investimenti verso alcune località e Paesi compresi nel progetto della Nuova Via della Seta hanno cominciato a contrarsi o a essere addirittura congelati. L’Istituto per la Finanza internazionale (americano) stima che dal 2013 almeno 730 miliardi si siano diretti a sostenere investimenti per costruzioni di vario genere in ben 112 Paesi.

A titolo di curiosità, è stato calcolato che i lavoratori cinesi impegnati all’estero per la realizzazione di quei lavori siano non meno di settecentomila. Con scarso utilizzo, quindi, di manodopera locale.

Un ennesimo fattore di rischio per l’economia finanziaria cinese sono inoltre i crediti elargiti con motivazioni politiche a Stati considerati poveri, soprattutto in Africa. La crisi innescata dal Covid 19 ha messo molti di costoro nella difficoltà di non poter pagare gli interessi dovuti e, in alcuni casi, sembra annunciarsi perfino l’impossibilità di restituzione del capitale.

La Cina e le sue elemosine a chi tende la mano

La Cina è il maggior creditore mondiale da “economie in via di sviluppo” e il suo “avere”, che nel 2004 era soltanto di 875 miliardi di dollari, nel 2019 è stimato essere corrispondente a 5,5 migliaia di miliardi. Non c’è da stupirsi che, quando i maggiori creditori mondiali hanno lanciato l’ipotesi di (almeno) sospendere il pagamento degli interessi dovuti, gli unici a tirarsi indietro siano stati proprio i cinesi.

Il paradosso è che Pechino, nonostante i suoi numerosi investimenti e prestiti concessi all’estero, continui a ricevere a sua volta dalla Banca Mondiale crediti alle condizioni previste per i Paesi in via di sviluppo. Sembra però che questo stia cambiando su pressioni americane, mentre il Presidente della BMI ha anche criticato i crediti cinesi dichiarando che per i Paesi riceventi essi costituiscano “debito eccessivo per progetti di bassa qualità”.

A favore della Cina occorre comunque ricordare che, a fronte del debito crescente, essa è anche titolare di un credito importante nei confronti degli USA. Assieme al Giappone è, infatti, il maggior possessore di Bond americani.

I due ne posseggono circa 1000 miliardi di dollari ciascuno (il terzo creditore è il Brasile con circa 300 miliardi) e ciò, di là dall’aspetto puramente finanziario, assume un’importanza valutaria e politica. Dal punto di vista valutario, l’acquisto di bond (e quindi di dollari) contribuisce a tenere alto il valore della moneta americana e favorire così un più basso valore rispettivo dello Yuan favorendo le esportazioni made in China.

Dal punto di vista politico costituisce una leva che, se il costante acquisto venisse meno, obbligherebbe la Federal Reserve ad aumentare gli interessi pagati sulle nuove emissioni.

Tuttavia, è’ bene aggiungere che il debito pubblico americano totale arriva attualmente ai 26 mila miliardi ma solo il 30% è posseduto da stranieri e che quanto posseduto dai cinesi rappresenta non più del 4%.

Sufficiente per causare qualche problema ma non abbastanza per mettere in crisi tutta l’economia americana. Senza contare che qualora Pechino decidesse di privarsene all’improvviso, il crollo di quei bond si ripercuoterebbe anche sul valore complessivo delle riserve valutarie cinesi.

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