L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 agosto 2020

Recovery Fund - Se tutti gli stati chiedessero i prestiti ci sarebbe bisogno di 920 miliardi altri che 360 stanziati

Tutta la verità su Next Generation Eu

16 agosto 2020


L’approfondimento di Giuseppe Liturri su Next Generation Eu

Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato, considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest’ultima diventa inevitabilmente un punto di partenza per un compromesso al ribasso.

Già all’indomani del 27 maggio, quando sia il Presidente Giuseppe Conte che il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione, mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri.

E così è stato. Il Next Generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi.

Ma, tutto sommato, all’Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari ad iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery Resilience Fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in 9 altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spese già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi.

La quota inizialmente spettante all’Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati ad essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l’Italia contribuisce in proporzione al proprio Reddito Nazionale Lordo (13% circa dopo l’uscita del Regno Unito, in precedenza era 11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 10 miliardi si aggiungano ai 69 del Rrf.

Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 121 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: l’aumento deriva dall’aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (Reddito Nazionale Lordo), dall’iniziale 4,7% della proposta del Presidente Charles Michel. Avendo l’Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l’aumento dei prestiti potenzialmente disponibili.

Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell’ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della UE a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall’accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l’Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l’Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci sveglia in modo brusco.

Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di Regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili.

Quindi, il prestito arriverà solo nel caso ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa.

In definitiva, come era logico attendersi, considerata l’evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l’arrosto si rivela molto meno consistente.

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