L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 agosto 2020

Si avvicina inesorabilmente l'approssimarsi del redde rationam proprio nei confronti della bolla di liquidità creata dalla Fed da settembre 2019, secchiate di miliardi di dollari. La foglia di fico del covid-19 è troppo piccola per coprire la realtà

La Federal Reserve studia con il Mit una criptovaluta per l’helicopter money automatico in caso di crisi

15 agosto 2020

Getty Images

Il titolo dell’evento, in sé, tradiva un profilo per addetti ai lavori: An update on digital currencies. Ma quanto emerso il 13 agosto al convegno organizzato dalla Fed potrebbe rivelarsi uno spartiacque nello sviluppo estremo del regime di Qe perenne già in atto. Ovvero, l’utilizzo delle criptovalute come scorciatoia verso l’helicopter money e la transizione verso un mondo di virtualità ontologica del concetto stesso di debito. Il discorso principale era affidato a una dei governatori più influenti del board della Banca centrale Usa, Lael Brainard, ex brillante consigliera del segretario al Tesoro dal 2009 al 2013, incarico che le è valso l’Alexander Hamilton Award. Insomma, un pezzo da novanta. La quale, dopo le parole di prammatica, ha sganciato con consumata nonchalance la seguente bomba: “Per migliorare la conoscenza in materia di monete digitali della Federal Reserve, la Fed di Boston sta collaborando con i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology in quello che si preannuncia come un piano poliennale finalizzato a costruire e testare un’ipotetica moneta digitale orientata all’uso tipico di una Banca centrale”.

Ma non basta. “Potrebbe esserci richiesto un significativo processo di politica monetaria per considerare l’emissione di una CBDC (Central Bank Digital Currency, ndr), questo in contempoanea con una serie di estensive deliberazioni e accordi con altre componenti del governo federale”, ha proseguito la Brainard, a detta della quale “è importante capire come le condizioni di intervento previste dall’attuale Federal Reserve Act riguardo l’emissione di valuta possano applicarsi a una CBDC e come quest’ultima potrebbe ottenere uno status legale, in base ai criteri in cui sarà designata“.

E nonostante l’influente relatrice abbia sottolineato come la Fed sia ancora in fase di discussione e non operativa, in molti hanno preferito saltare i convenevoli della forma e arrovellarsi da subito come l’unica domanda che pare stringente: cosa potrebbe accorciare i tempi e spingere la Fed a compiere questo “significativo processo di politica monetaria”? La riposta, a mezza bocca, è stata unanime: un’altra crisi sistemica. O una correzione di mercato ben più marcata di quella che lo scorso marzo costrinse Jerome Powell a intervenire all-in. Anche perché le parole della Brainard sono giunte solo a una settimana di distanza da un’altra clamorosa apertura della Fed verso soluzioni monetarie ed espansive estreme.

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Intervistati nel corso di una tavola rotonda organizzata da Bloomberg, infatti, Simon Potter, capo dei market groups della Fed di New York ed ex numero uno nientemente che del Plunge Protection Team e Julia Coronado, per otto anni economista presso il Board of Governors della Banca centrale Usa, hanno infatti lanciato la loro proposta rivoluzionaria per una nuova idea strutturale di contrasto della povertà, nell’evenienza di crisi macro-economiche come quella innescata dal Covid.

Il nuovo strumento risponderebbe al nome di Recession insurance bonds, una sorta di salvagente monetario immediatamente utilizzabile in caso di fall-out occupazionale e che garantirebbe accreditamento elettronico in tempo reale di denaro sui conti degli americani attraverso una semplice app dello smartphone. E come funzionerebbe il nuovo meccanismo? Il Congresso dovrebbe garantire alla Fed la possibilità di operare direttamente su una frazione del Pil che venga ridistribuita in automatico ai cittadini in caso di recessione. Come? Appunto attraverso i Recession insurance bonds, i quali opererebbero come obbligazioni zero-coupon dormienti e che verrebbero invece attivati in automatico una volta che i tassi di interesse raggiungessero l’area dello 0% o che il livello della disoccupazione segnasse un aumento dello 0,5%.

A quel punto, la Federal Reserve farebbe ricorso alle securities e depositerebbe i fondi generati digitalmente sulle app dei cittadini. Trasferimento elettronico diretto, un sussidio che scatta di default in base a un impulso legato al raggiungimento di target macro predefiniti. Così Simon Potter ha spiegato la ratio della proposta: “Il Congresso necessita di troppo tempo per decidere e deliberare, mentre negli stati di crisi i cittadini hanno bisogno di trasferimenti rapidi e automatici. Per questo serve un’infrastruttura ad hoc e separata. La Fed potrebbe comprare bonds rapidamente senza doversi rivolgere al mercato privato. Ad esempio, se il 15 marzo il Paese si trovasse con i tassi virtualmente a 0%, attraverso il nuovo strumento potremmo attivare un X ammontare di quei bonds. In contemporanea, la Federal Reserve manterrebbe monitorato il tasso di disoccupazione e se questo superasse una determinata soglia, compreremmo un ammontare maggiore. In parole povere, i bonds si andrebbero a determinare sul lato degli assets in attivo del bilancio della Banca centrale, mentre i dollari digitali che verrebbero bonificati sui conti della gente andrebbero a contabilizzare sul lato delle passività. Garantendo denaro ai consumatori, puoi limitare la profondità e la durata di una recessione”.

Infine, l’affondo: “Si potrebbe anche generare vera inflazione. E questo potrebbe essere di beneficio non solo per evitare la discesa a tassi negativi ma anche per creare un mercato dei tassi di interesse più sano, una più sana curva dei rendimenti”. E per capire la portata di quanto emerso fra le pieghe nascoste dal profilo alto e accademico della discussione, basta fare riferimento a questo grafico

Bloomberg/Zerohedge

il quale mostra in prospettiva la crescita esponenziale della cosiddetta transfer window federale rispetto al reddito degli americani. Stando ai dati relativi al mese di giugno, i trasferimenti diretti del governo hanno pesato per un quarto di quanto a disposizione dei cittadini per vivere. Di fatto, già il prodromo dell’helicopter money. Realtà testimoniata, non a caso, dalla decisione di Donald Trump di bypassare il Congresso ed emanare quattro ordini esecutivi per la prosecuzione della politica di sussidio di disoccupazione settimanale scaduta il 1 agosto.

Ma come mostrano questi altri due grafici

Bloomberg/Zerohedge
Bloomberg/Zerohedge

alla base di quanto è allo studio della Fed e delle menti del Mit ci sarebbe qualcosa di più: l’utilizzo del principio di valuta digitale o criptovaluta come strumento parallelo di mantenimento in vita delle politiche di Qe classiche, destinate quindi a divenire strutturali e orientate unicamente alla copertura dei deficit federali sempre crescenti e al sostegno sistemico degli indici azionari. Insomma, Bitcoin rischia di divenire strumento fondamentale e strategico proprio di quei soggetti, le Banche centrali, per contrastare lo strapotere delle quali era nato. Un qualcosa di dantesco ma che ha un suo fondamento, vista proprio la correlazione che Bitcoin ha con le scelte della Fed: più si opera in maniera espansiva, più la criptovaluta si comporta da strategia di hedging contro il rischio strutturale di debasement del dollaro, esattamente come l’oro.

Sia rispetto al crollo di massa dei rendimenti in negativo, sia rispetto all’esplosione di bolle sulle equities. In parole povere, in un mondo dove la valuta fiat perde ogni giorno di credibilità reale di mercato e valore di benchmark, venendo ormai stampata in modalità ciclostile, tutto ciò che opera in contrasto con l’estremizzazione del monetarismo diviene bene rifugio. Insomma, non potendo battere Bitcoin, la Fed parrebbe decisa a copiarlo.

Anche perché, come mostra questo ultimo grafico

Bloomberg/Zerohedge

il susseguirsi a breve distanza di due prese di posizioni ufficiali come quelle raccontate in precedenza, tradisce i timori per l’approssimarsi del redde rationem proprio nei confronti della bolla di liquidità creata dalla Fed, come addirittura denunciato da George Soros. Dopo l’asta record di Treasuries a 30 anni per 26 miliardi di dollari di controvalore tenutasi il 13 agosto, i rendimenti dei titoli Usa sono saliti. E parecchio, tanto che il decennale è arrivato a sfondare lo 0,70%. Troppo, stante il regime di controllo della curva instaurato dalla Fed. E se soltanto le traiettorie di Nasdaq e rendimento del benchmark di debito Usa dovessere incontrarsi a metà strada, per Wall Street sarebbe una catastrofe. Ma per la Fed, forse, l’occasione di passare dal mero dibattito accademico ai fatti. Come testimonia il coinvolgimento dell’Mit.

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