L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 agosto 2020

Sono i miliardi della Fed e della Bce che tengono in piedi il Mercato. La bolla scoppierà e farà danni seri


12 AGOSTO 2020

Già sulla conclusione dello scorso anno – con gli indici mondiali che stavano volando verso il loro massimo storico – si aveva l’impressione, poi confermata, che il valore aggregato degli indici azionari non fosse fedele al reale valore dell’economia reale. Con il tracollo del prezzo del petrolio e con l’avvento della pandemia, infatti, le borse mondiali hanno subito una repentina contrazione, riprendendo però a salire nei mesi successivi molto più velocemente dell’atteso. Questa situazione, che ha spinto molti economisti a vederlo come conseguenza dell’Eden finanziario del “too big to fail”, mette in luce però una bomba ad orologeria all’interno dei sistemi finanziari globali – soprattutto americani – che potrebbe portare allo scoppio della bolla speculativa. E qualora questo evento si verificasse ed il valore dei mercati “scendesse” a quello dell’economia reale, il rischio è quello di bruciare quasi la metà del valore degli indici azionari mondiali.

Il valore delle azioni è sproporzionato rispetto agli utili

Come riportato dal quotidiano economico IlSole24Ore, ci sono molti modi per capire se il valore di un dato titolo – o comparto – è stato gonfiato da una bolla speculativa. Il primo tra tutti è relativo al prezzo d’acquisto delle azioni societarie rispetto agli utili attesi nei successivi 12 mesi; in linea con la metodologia utilizzata abitualmente per la valutazione della redditività di un investimento anche per quelle società o imprese non quotate sugli indici azionari.

Quando il valore di una società cresce sproporzionatamente rispetto alla crescita attesa per i suoi utili, nel mondo finanziario inizia a suonare il primo campanello d’allarme. E per valutarlo, è sufficiente valutarlo in relazione alla crescita (o decrescita) del mercato reale in questione e impostare il rapporto tra valore delle azioni e il guadagno atteso (Expected Value, EV). Più l’indice di tale proporzione risulta elevato, maggiore saranno i rischi che il valore della società sia stato gonfiato, come accaduto, recentemente e in modo plateale, con la società tedesca Wirecard AG; e di conseguenza, minori saranno le possibilità di ottenere un guadagno dalle operazioni di borsa su tale titolo.

“L’unico segreto per vendere è aver acquistato”

È una massima molto in voga nel mondo del commercio, che viene utilizzata molto spesso per spiegare come, tra una gestione e l’altra, la differenza di fatturato sia dovuta ad un approvvigionamento delle risorse più accurato. Per poter vendere, in fondo, è necessario possedere i prodotti e questo semplice particolare vale anche per le industrie, che hanno come componente principale delle proprie forniture le materie prime. Se la produzione di un comparto è in crescita significa dunque che anche la domanda di materie prime è al rialzo, generando un aumento del loro stesso valore (e non è un caso, infatti, che il tracollo azionario di inizio 2020 venne causato dal crollo del prezzo del greggio).

Quando però l’indice di una società operante in una determinata filiera cresce in modo maggiore rispetto al prezzo delle materie prime che acquista, facilmente un altro campanello d’allarme starà suonando all’interno degli uffici dei grandi investitori. In questa situazione, infatti, il comparto non starà producendo un quantitativo di prodotti in linea con l’espansione del valore finanziario dell’azienda in questione e, di conseguenza, il suo indice non sarà affidabile.

Un ottimo esempio, come riportato da IlSole24Ore, è riscontrabile nelle borse americane, che prendendo ad esempio il 2019 sono cresciute del 33% contro una contrazione di circa il 10% del valore medio ponderato delle materie prime (CRB Index). E in questa situazione, dunque, salta all’occhio subito come il valore delle aziende americane del S&P500 non sia “veritiero” rispetto all’andamento dell’economia reale – senza considerare le non rosee attese per i prossimi mesi, che in buona parte rimangono aleatorie. In uno scenario che, come già espresso, potrebbe essere il preambolo di un nuovo scoppio di una bolla speculativa sui mercati, non soltanto americani.

La liquidità delle banche centrali

Quando la Federal Reserve o la Banca centrale europea decidono di immettere liquidità sul mercato, principalmente ciò avviene attraverso l’acquisto di Titoli di stato e soltanto in una piccola parte tramite l’acquisto di azioni private. Tuttavia, questo fenomeno genera una stabilità nel valore dei Bond nazionali, che scoraggia l’investimento dei grandi fondi a causa di una minore possibilità di speculazione ed indirizza quindi le loro attenzioni nuovamente sulle società private quotate in borsa. E di conseguenza, questo spostamento di fondi dalle obbligazioni nazionali agli investimenti sui privati accresce il valore degli indizi azionari, “drogando” il reale valore dei titoli – cui bolla, verosimilmente, rischierebbe di scoppiare nel momento in cui le obbligazioni torneranno ad essere appetibili.

Con i tremila miliardi erogati dalla Fed ed i quasi settemila miliardi della Bce, dunque, risulta chiaro come Stati Uniti ed Europa stiano proprio attraversando questa fase, che per quanto riguarda il Vecchio continente si è riconfermata con la firma sul trattato del Recovery Fund (e in fondo, si è più sentito parlare di Spread da quel giorno?). E in questo scenario, dunque, si ha la conferma di come il valore delle borse europee – anche loro in rialzo rispetto all’inizio dell’anno – potrebbe non rispecchiare assolutamente a realtà.

I rischi rimangono alle porte

Concludendo. L’attuale valore dei mercati azionari è gonfiato rispetto al valore del mercato reale e questo dato è stato già messo in luce da molteplici economisti e dalle massime testate finanziarie mondiali. Tuttavia, l’incognita alla quale nessuno ad oggi nessuno conosce risposta è relativa alla durata di questo periodo “arcadico” per le borse mondiali. Potrebbe durare ancora settimane, mesi, forse un anno. L’unica certezza è che quando le manovre messe in campo dagli Stati, quando i bilanci verranno pubblicati e quando si avranno le prime stime di vendita dei comparti produttivi il rischio di una contrazione, più che essere alto, è quasi certo. E secondo molti, dovremmo prepararci, nuovamente, a tempi molto bui.

Nessun commento:

Posta un commento