L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 agosto 2020

Venezuela - il 6 dicembre 2020 elezioni

Venezuela. Le trappole dei golpisti contro le elezioni del 6 dicembre

di Geraldina Colotti
5 agosto 2020

Il PSUV, la cui struttura organizzativa è impegnata anche nel controllo e nella prevenzione del coronavirus, si prepara alle elezioni del 6 di dicembre. Elezioni legislative, per recuperare il parlamento dopo la vittoria della destra nel 2015. Fin da quel primo anno, la coalizione di opposizione ha trasformato uno dei cinque poteri di cui si compone l’istituito venezuelano in un centro di destabilizzazione, promettendo di far fuori il chavismo in sei mesi.

Un calcolo sbagliato che ha prodotto risultati opposti. Quanto più la destra s’impegnava a seguire la via golpista per rovesciare il governo, rispondendo agli ordini degli Stati Uniti, tanto più erodeva il consenso realizzato nelle urne. Con una intelligente azione di resistenza e mediazione, il governo bolivariano ha saputo approfittare delle divisioni interne a un blocco tutt’altro che compatto, squassato da scontri di interessi esplosi dal momento in cui la presidenza temporanea è toccata al deputato Juan Guaidó.

Oggi, una parte dell’opposizione – un arco trasversale a tutti i partiti della destra – ha accettato il dialogo con il governo e realizzato accordi comuni per organizzare le parlamentari del 6 dicembre con un nuovo CNE in cui ha forte presenza.

La frazione più sfacciatamente filo-atlantica, truffaldina e antidemocratica, capitanata da Guaidó e compari (Machado, Ledezma, eccetera), punta invece i piedi, timorosa di perdere la possibilità di gestire quel bottino su cui pensava di aver messo le mani.

Dalla sua, ha l’appoggio dei poteri forti a livello internazionale. Tuttavia, ha detto la vicepresidenta dell’Assemblea Nazionale Costituente, Tania Diaz, durante il programma radiofonico “Dando y Dando”, che conduce insieme a Aristobulo Isturiz, la loro posizione diventa alquanto insostenibile in quelle istituzioni come l’Unione Europea, che impongono “sanzioni” in nome della democrazia. Cosa c’è di più democratico di una competizione elettorale, tanto  più se i meccanismi hanno ricevuto l’avallo anche di gran parte dell’opposizione? Perché non partecipare se si ritiene di essere “maggioranza”?

Perché, evidentemente, il calcolo previo dei rapporti di forza, non rassicura affatto la destra golpista, spingendola a proseguire sulla via violenta. Una via che, tre anni fa, dopo mesi di devastazione organizzati per cacciare Maduro dal governo, era stata disinnescata dal varo dell’Assemblea Nazionale Costituente, che ha riportato la pace nel paese.

Gli oltre 8 milioni di voti che hanno confermato la decisione nelle urne, il 30 luglio, hanno consentito una svolta politica, dopo la partecipatissima apertura dei lavori, il 4 agosto. Neanche il tentativo di consultazione non autorizzata, organizzata dall’opposizione per respingere la proposta dell’ANC era riuscita a far desistere la popolazione venezuelana, anche di opposizione, dal recarsi alle urne, sfidando la violenza della destra.

Contro il ricorso al voto, il 30 luglio, si era immediatamente attivata la campagna mediatica internazionale, tesa a presentare la ANC come un’istituzione autoritaria, imposta da Maduro contro la volontà popolare: dove per “volontà popolare” s’intendeva quella dell’oligarchia, mascherata da un simulacro di “referendum” organizzato senza basi legali. La stessa tattica sta mettendo in campo adesso la destra golpista, lanciando un presunto “referendum digitale” in 9 punti per chiedere agli USA e alla “comunità internazionale” di intervenire militarmente in Venezuela: per instaurare il “regno di Narnia” di Guaidó.

Un “referendum” in inglese e spagnolo, rivolto anche ai venezuelani che si trovano all’estero, per invitarli a boicottare le elezioni di dicembre. Sul sito di “avanguardia ciudadana”, i promotori si definiscono “un gruppo di cittadini indipendenti”. Quale sia il loro livello di indipendenza è dato dalla foto di Luis Almagro, loro principale sponsor all’OSA in tutte le campagne di aggressione al Venezuela, che campeggia in apertura.

Sono indipendenti come la Ong Kape-Kape, che riceve finanziamenti dalla Cia per “difendere la democrazia” in Venezuela. Da questa organizzazione parte ora un attacco al nuovo CNE del Venezuela, accusato di penalizzare la popolazione indigena. Al riguardo, si rivendica l’elezione fraudolenta dei tre deputati indigeni, quinta colonna della destra per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento del 2015.

La decisione di giuramentarli nonostante il pronunciamento del Tribunal Supremo de Justicia ha dato luogo al lungo braccio di ferro per insubordinazione condotto dalla destra in Parlamento per sovvertire le istituzioni. Altri due cavalli di battaglia “sempreverdi”, usati dalla destra sul terreno internazionale, sono la questione dei “diritti umani” e quella dei “rifugiati”.

Per sostenere il boicottaggio delle urne, i media internazionali danno spazio al rapporto di Michelle Bachelet. Quale rispetto abbia dei diritti umani la Alta Commissaria ONU, che pure ha vissuto in Cile la repressione di Pinochet, lo ha dimostrato esaltando la figura del giovane nazista venezuelano, Lorent Saleh, a cui la Spagna ha ora concesso la cittadinanza.

Quanto alla questione dei “rifugiati”, è palese l’intento di Acnur o di Amnesty International di occultare o falsificare la realtà. Mentre i migranti tornano in Venezuela per ricevere assistenza gratuita, cacciati da quei paesi limitrofi in cui avevano sperato di trovare l’Eldorado, i portali nordamericani di lingua ispanica mostrano gruppi di venezuelani che cercherebbero di entrare in Ecuador, uno dei paesi che peggio sta gestendo la pandemia da coronavirus.

A ridosso delle elezioni USA, l’intossicazione mediatica è rivolta alla comunità latina, particolarmente colpita dalle scelte scellerate di Trump per orientarne il voto. “Circa il 30% dei migranti venezuelani sono giovani, adolescenti, alcuni di loro parteciparono nelle guarimbas di protesta contro il governo di Nicolas Maduro”, confessano peraltro le didascalie che accompagnano il servizio.

“Mentre loro si sono dedicati a far soffrire il popolo, noi cerchiamo di portarlo alla massima felicità possibile”, ha detto il costituente Francisco Ameliach intervenendo nel programma radiofonico “Dando y Dando”.

Aristobulo Isturiz ha invitato il popolo a stare all’erta nella “difesa integrale della nazione” e ha commentato le 4 linee proposte da Maduro per la campagna elettorale: rafforzare, ampliare e appoggiare a livello logistico le Brigate di Prevenzione Popolare, dispiegate per la gestione del coronavirus; raggiungere una “unione perfetta” con i partiti alleati del Gran Polo Patriotico Simon Bolivar (GGPSB); sviluppare una campagna elettorale creativa in diretta relazione con il popolo. La quarta linea, ha detto il presidente, è “difendere la verità del Venezuela in tutti gli ambiti, regionale, nazionale e internazionale (rete e pareti) con tutti i movimenti sociali del mondo".

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