L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 settembre 2020

La giornalista professionista lotta accanitamente contro la logica, le competenze e l'esperienza per regalarci la dose quotidiana di terrore

Basta ansia sul numero dei contagiati

di Sandro Arcais
4 settembre 2020

«Basta ansia sul numero dei contagiati.» Non lo dico io. Lo ha affermato il professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in una intervista al Corriere della Sera di oggi (4 settembre). E ha affermato anche tante altre cose interessanti e di buon senso. Eccole.

L’autunno sarà «Migliore di quel che molti pensano, a patto di usare il buon senso, mascherine, distanziamento, e rimettere nel cassetto ansia e isteria».

«La fase epidemica in Italia è sostanzialmente finita. Il che non vuol dire che non ce ne sarà un’altra, ma che è improprio parlare di seconda ondata».

«Il numero dei positivi non è una voce alla quale guardare con paura.» Anche perché «ormai abbiamo test capaci di rilevare anche la presenza di frammenti di Dna virale, ma non è detto che appartengano ancora a un virus capace di contagiare».

Anche senza vaccino o gli anticorpi il nostro sistema immunitario possiede i sistemi per difendersi dal virus. Per esempio le cellule T, le cosiddette «cellule della memoria», che tengono memoria, appunto, di qualcosa «già vista in passato», che non necessariamente deve essere il coronavirus, ma possono benissimo essere «proteine di altri virus, anche quello del raffreddore, oppure a vaccinazioni che già abbiamo fatto».

«Confondiamo i contagi con la gravità della malattia. Ci spaventiamo per numeri che non significano moltissimo. Indicano solo che abbiamo sviluppato la capacità di entrare nella fase della sorveglianza, e quindi troviamo le cose laddove ci sono».

E mentre Mario Draghi chiede test di massa, il nostro saggio professore afferma che i tamponi devono essere fatti «in modo selettivo.» E aggiunge una domanda retorica che sembra fatta apposta per Draghi: «Se per ipotesi lo fai a cinquanta milioni di italiani, una settimana dopo cosa succede, lo rifai ancora?» Una domanda che sarebbe potuta venire in mente anche alla signora Maria, se non fosse sempre appicicata alla tv ad alimentare la sua naturale materna italica apprensione. L’unico risultato della proposta di Draghi sarebbe quella di alimentare «psicosi da tampone» (e a pensar male, potrebbe anche essere questo il vero obiettivo del prossimo Presidente del Consiglio o della Repubblica: un popolo reso docile dall’ansia, dall’apprensione, dalla paura, dalla psicosi, dal sospetto reciproco di manzoniana o boccaccesca memoria, e prono al proprio Salvatore)

Più importante del numero dei contagiati, è il numero dei tamponi effettuati: «Dimostra che siamo nella fase della sorveglianza, e in qualche modo è l’ammissione implicita che siamo usciti dall’epidemia», e delle terapie intensive: «Abbiamo ottomila posti in terapia intensiva. Oggi ne sono occupati per il Covid-19 poco più di cento. Significa che al momento utilizziamo l’1,5% della nostra capacità di cure intensive».

Alla preoccupazione dell’intervistatore che paventa un innalzamento del numero dei contagiati, il professore risponde dal punto di vista di chi per mestiere combatte ogni giorno la malattia, e che quindi sa che l’obiettivo è limitare per quanto possibile i danni, non estirpare definitivamente il male. Infatti risponde che «non bisogna farsi prendere dall’emotività»: anche se si arrivasse «a settemila positivi al giorno, come in Francia» (oggi in Italia i nuovi casi positivi sono stati 1733) l’ipotesi più probabile è quella di dover seguire «500 pazienti in terapia intensiva. Significa che noi utilizzeremmo meno del 5 per cento delle nostre risorse.»

Ma l’apprensione del giornalista non è soddisfatta dalla ragionevolezza del professore, e infatti chiede se c’è ancora pericolo di morire a causa del coronavirus, e il professore gli scodella una serie di probabilità una dentro l’altra: «Oggi i dati ci dicono che il rischio di infettarsi è simile a quello di cadere in motorino e minore di quelli che si corrono durante una immersione subacquea. Quarantaquattro probabilità su un milione. E all’interno di questo dato, una possibilità su cento di morire, e una su cento di avere danni di lungo termine. Stiamo parlando di questo.»

E anche sulla scuola il professore ha parole di buon senso: «Apriamo senza isteria, senza sovrastimare i segni, senza creare altre psicosi, che ce ne sono già abbastanza». «Abbiamo il distanziamento, abbiamo le mascherine. Abbiamo comportamenti da adottare. Abbiamo professori che dovrebbero essere sensibilizzati, perché la fase di sorveglianza include anche loro. Abbiamo tutto. Non serve nient’altro.» E all’intervistatore che utilizza in forma di domanda lo slogan usato come ingrediente rassicurante a controbilanciare l’ansia versata a piene mani ad alimentare l’apprensione degli Italiani da parte dei media durante la fase acuta: «Dunque, andrà tutto bene?», il professore risponde come non può che rispondere una persona di buon senso che per giunta conosce il lato oscuro della vita: «Qualcosa rischiamo, qualcosa accadrà. Un po’ di scuole dovrà chiudere? Amen, fa parte della sorveglianza. Chiudiamo e riapriamo.» E aggiunge un invito un po’ infastidito: «Cerchiamo di essere seri.»

Invito che cade completamente nel vuoto, perché il giornalista (che forse era proprio la signora Maria) fa la sua ultima domanda: «Anche lei negazionista?»

La risposta andatevela a leggere alla fine dell’intervista.

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