L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 settembre 2020

La nostra Strategia è il Mare Nostrum e non dobbiamo distorcerne

LA REGINA VITTORIA, I CARABINIERI REALI E IL NUOVO ORDINE CINESE


(di Antonio Vecchio)
15/09/20 

Il 22 giugno 1897, si festeggiò a Londra il giubileo di diamante della regina Vittoria, la più longeva sovrana che il Regno Unito avesse mai avuto sino ad allora.

Cerimonie in diverse piazze della città, fanfare e bande provenienti da tutto il paese animarono i quattro angoli della città, assieme allo sfilamento di reparti proventi dalle più remote parti dell’Impero e da paesi amici e alleati, come uno di carabinieri reali proveniente da Napoli.

I festeggiamenti avvennero ovunque sventolasse l’Union Jack, dal freddo Canada alle Indie esotiche, nei lontani possedimenti dell’Asia e in quelli dell’Africa.

Londra regnava su un quarto delle terre emerse e sul 20% della popolazione mondiale, e deteneva il dominio incontrastato degli oceani con la flotta più potente mai esistita al mondo.

Per tutta la durata dei festeggiamenti, i 400 milioni di sudditi ebbero la certezza che la Gran Bretagna avrebbe continuato a guidare il pianeta ancora per lungo tempo. Ma il futuro, che il “momento romano” di quei giorni pareva suggerire, sarebbe stato del tutto diverso...

Due anni dopo, gli inglesi entrarono in guerra contro i Boeri1, dando avvio a un conflitto che, pur vinto al costo di 450mila soldati schierati a combattere contro 40mila agricoltori olandesi, sancì l’inizio del declino britannico, la cui caduta, però, a dispetto di quanto traspariva dai lussi della corte e nelle politiche imperiali, era da tempo inevitabile.

Londra, infatti, pur conservando la leadership politica e militare, attraversava da anni una profonda crisi economica, ed era già stata superata da USA e Germania nella produzione di acciaio: l’indicatore economico più significativo del tempo.


Il declino fu inevitabile, e si celebrò in maniera definitiva al termine del secondo conflitto mondiale, tanto che la stessa conferenza di Yalta (foto) si tradusse per Churchill in una mera operazione di immagine al fianco dei due veri protagonisti dell’incontro.

Fu quello il momento del passaggio di testimone alla ex colonia, con cui Londra avvierà una duratura “relazione speciale”.

Torna utile questo esercizio di memoria, per tentare di comprendere quale futuro attenda oggi la sola superpotenza in carica.

Se è vero, infatti, che gli Stati Uniti rappresentano ancora, per capacità economica e militare, l’unico peso massimo in grado di influenzare le dinamiche del pianeta, è pur vero che altri attori si stanno affacciano sul proscenio, rivendicando una propria fetta di potere.

Fra questi, è la Cina la realtà che più insidia gli Stati Uniti d’America, anche per quella sua concezione imperiale, in forza della quale reclama un ruolo e una missione nella storia.

Il “Military and Security Developments involving the Republic on China”2, edito dal Dipartimento della Difesa statunitense per i deputati del Congresso, ci fornisce allora l’opportunità di verificare come gli USA valutino oggi il pericoloso il contendente asiatico.

Motivi di preoccupazione non mancano di certo nelle 200 pagine della edizione 2020, dalle quali la Cina si conferma minaccia temibile e determinata, forte di una visione strategica a lungo raggio, che dall’obiettivo (ormai conseguito) di diventare una “nazione moderatamente prospera” entro il 2021, punta a disporre, entro il 2049 - un secolo dopo la proclamazione della repubblica popolare (PRC) -, di uno strumento militare “world class”.


I militari, nell’analisi che ne fanno gli statunitensi, si confermano il perno dell’ascesa cinese, essenzialmente per la capacità offerta di condurre una politica estera credibile e assertiva, in grado di tutelare gli interessi di Pechino e plasmare un nuovo ordine mondiale.

Alcuni esempi? La cantieristica navale è la più imponente al mondo. La Repubblica Popolare Cinese, con 350, tra navi e sottomarini, di cui 130 da combattimento di grandi dimensioni, dispone della flotta più grande del pianeta (gli USA seguono con 293 navi).

Vero è che al momento, con una sola portaerei operativa e altre due in costruzione, la Cina risulta ancora carente nella proiezione di potenza, ma i piani di Pechino prevedono, nel breve periodo, ulteriori 10 navi portaeromobili.

Anche le capacità balistico convenzionali (GLBM) e di crociera (GLCM) assegnano alla Cina un vantaggio insospettato.

Pechino - non firmataria, a differenza di USA e Russia, di alcun trattato di non proliferazione (riguardo a testate convenzionali) - detiene 1250 missili di raggio da 500 a 5500km, mentre gli USA schierano un solo tipo convenzionale da 70 a 300km (GLBM), e nessuno da crociera.

Con l’adozione dei sistemi S-300 e S-400, il PRC ha infine una delle più avanzate capacità di difesa contraerei del momento.

A questo si aggiunga anche la recente trasformazione dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA), le forze armate di Pechino, in uno strumento interforze, in grado di operare “overseas”, lungo le linee di comunicazione che dalla Cina conducono allo Stretto di Hormuz, in Africa e alle isole del Pacifico. Questo grazie alla realizzazione di basi permanenti e diritti di attracco sparsi per il mondo.


Dopo quella di Gibuti (foto), inaugurata nel 2017, Pechino ha in essere trattative per basi “logistiche” in Myanmar, Tailandia, Singapore, Indonesia, Pakistan, Sri Lanka, Emirati Arabi, Kenya, Seychelles, Tanzania, Angola, Tajikistan, Namibia, nelle isole Vanuatu e in quelle Salomone.

Questi sono solo alcuni degli indicatori dell’attuale potenza cinese, ai quali vanno evidentemente aggiunti quelli di matrice economica, che ne fanno la seconda economia al mondo, i quali hanno spinto gli USA ad adottare, sino ad ora, la politica del contrasto a prescindere. Condotta allo scopo di impedire, o perlomeno rallentare, l’acquisizione di tecnologia e la possibilità di diventare, entro il 2030, leader mondiale nel campo dell’Intelligenza Artificiale, la “general purpose technology” della nuova era.

Ma è soprattutto figlia della paura, e rischia di agevolare - più che impedire - i rischi che la cosiddetta “trappola di Tucidide3” - la possibilità di una guerra tra la potenza emergente con quella “in carica” - minaccia all’orizzonte.

Soprattutto considerando che la Cina, come abbiamo visto, sta già lavorando a uno strumento militare coerente con il rango che intende acquisire entro il 2049, ed è sin d’ora orientata a occupare spazi geopolitici di altri.

Dal Mar Cinese all’Oceano Indiano, sino ad arrivare a Suez e al Mar Mediterraneo, la presenza cinese è ormai una costante al servizio di un disegno di dominio, che per ora ha solo una valenza commerciale.

Altra cosa sarebbe invece, da parte americana, una politica di contenimento diplomatico, del tipo messo in campo da Obama con l’Iran e dallo stesso Trump con la Corea del nord. Una tale politica potrebbe essere coniugata con progressive concessioni alla controparte, riconoscendole, in taluni scacchieri e frangenti, lo status di attore comprimario o, perlomeno, di contendente legittimo.

Ma quest’ultima, al momento, appare poco probabile, soprattutto perché l’America non ha ancora assaporato quella sensazione amara che pervase i politici inglesi dopo la seconda guerra mondiale, allorquando furono costretti a prendere atto dell’ormai irraggiungibile potenza statunitense, e decisero, attraverso la citata relazione speciale, di “cavalcarla” per perpetuare ciò che rimaneva della loro vecchia politica imperiale.

Gli USA sono convinti di avere ancora un ruolo e una missione da compiere nella storia.

L’ascesa della Cina si profila pertanto come una minaccia, la più temibile dopo quella dell’Unione Sovietica: uno scontro tra imperi, trent’anni dopo avere vinto quello con Mosca.

Il fatto poi - come suggerisce Angelo Panebianco4 - che “l’ordine gerarchico sia, per i cinesi, la condizione naturale dei rapporti fra gli Stati”, porta a pensare che il prossimo scontro, non sappiamo ancora con quali armi giocato, sarà devastante.

E noi dovremo scegliere per tempo da che parte stare.

3 La "trappola di Tucidide" è un'immagine usata per descrivere la tendenza di una potenza dominante a ricorrere alla forza per contenere una potenza emergente. La trappola, quindi, consiste nel cedere alla paura di perdere il primato e considerare ineluttabile lo scontro. A coniare l'espressione è stato nel 2017 il politologo di Harvard Graham Tillett Allison Jr. nel suo libro Destined for war. - Wikipedia.

Foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / U.S. Signal Corps - Library of Congress

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