L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 settembre 2020

Montenegro - il risultato elettorale era già scritto ma gli euroimbecilli che continuane ad avere potere faranno di tutto per impedire di governare per fare gli Interessi Nazionali

Elezioni Montenegro, il successo filo-serbo

DARIO D'URSO 5 SETTEMBRE 2020


Successo filo-serbo in Montenegro: cosa cambia per l’orientamento euro-atlantico di Podgorica

In un momento in cui le proteste contro Aleksandr Lukashenko in Bielorussia fanno sperare nell’avvento della democrazia nella “ultima dittatura d’Europa” (?!?!), la notizia della sconfitta elettorale del partito del presidente montenegrino Milo Djukanovic, che guida l’ex repubblica jugoslava alternativamente come capo di Stato e primo ministro dal 1991, dovrebbe animare di speranza tutti i liberali europei. Se il risultato delle elezioni parlamentari del 30 agosto scorso nella piccola nazione adriatica scardina alcuni degli assiomi su cui hanno prosperato – e sono state fatte prosperare – le cosiddette stabilocrazie dei Balcani, dall’altro esso innesta presupposti che fanno temere per l’orientamento euro-atlantico di Podgorica e il suo posizionamento regionale.

I RISULTATI DELLE URNE

Con la quasi totalità dei voti scrutinati (i risultati ufficiali arriveranno tra qualche giorno), il Partito Democratico dei Socialisti (Dps, erede montenegrino della Lega dei Comunisti jugoslava) ha ottenuto il 35,12% dei voti e 30 degli 81 seggi del Parlamento, contro il 32,52% di Per il Futuro del Montenegro (Za Budućnost Crne Gore, Zbcg), coalizione populista e conservatrice trainata dal Fronte Democratico, gruppo di partiti fortemente filo-serbo e con stretti legami a Belgrado, che ottiene 27 seggi. A questi vanno aggiunti quelli totalizzati da altre due coalizioni di opposizione: la centrista-liberale La Pace è la Nostra Nazione (Mir Je Naša Nacija, Mnn) con il 12,55% e 10 seggi e la civica-ecologista Nero su Bianco (Crno na Bjelo) con il 5,57% dei voti e 4 scranni.

Le tre coalizioni, che insieme otterrebbero una maggioranza di 41 seggi, sono state veloci nel celebrare, nelle parole di un loro esponente, la “caduta del Muro di Berlino in Montenegro” e a corteggiare i vari piccoli aghi della bilancia, in particolare i partiti etnici albanesi e bosgnacchi che, dopo aver per decenni fornito il loro appoggio a Djukanovic, potrebbero ora voltargli le spalle offrendo i loro pochi seggi per puntellare un eventuale primo governo senza il Dps. Un governo che i leader di Zbcg e Ura (il principale partito di Crno na Bjelo) hanno prontamente immaginato come un esecutivo tecnico a tempo, composto da esperti non formalmente legati alla politica – in un probabile implicito riconoscimento della mancanza di qualsiasi fattore unificante tra le tre coalizioni, fatto salvo l’astio nei confronti di Djukanovic. È difficile infatti immaginare che l’agenda ecologista e il liberalismo di Ura e Mnn possano diluire la portata populista e fortemente filoserba di Zbcg e del Fronte Democratico. Ed è proprio sulla sfida della definizione dell’identità montenegrina che Djukanovic ha perso (al momento) la sua partita.

LA STORIA E LE PROTESTE

Da sempre, il leader incontrastato del Montenegro ha costruito la sua agenda politica sull’allontanamento di Podgorica da Belgrado dopo le guerre degli anni ’90, facendosi paladino per il referendum sulla separazione dalla Serbia nel 2006, riconoscendo l’indipendenza del Kosovo nel 2008 e portando il Paese ad aderire alla Nato nel 2017 – riuscendo allo stesso tempo a non rovinare le relazioni con l’uomo forte di Belgrado, Aleksandar Vučić, nonostante il presunto fallito golpe di ispirazione serbo-russa dell’ottobre 2016 che avrebbe dovuto portare all’eliminazione fisica di Djukanovic e all’arresto dell’integrazione montenegrina nell’Alleanza Atlantica.

Tutto questo almeno fino all’anno scorso: la decisione del governo di adottare nel dicembre 2019 una legge che obbliga ogni istituzione religiosa del Paese a produrre i documenti attestanti la proprietà sui propri beni immobili antecedenti al 1918, pena l’espropriazione da parte dello Stato, ha scatenato le ire della potente Chiesa ortodossa serba, confessione maggioritaria in Montenegro (seguita da circa il 74% della popolazione, ben oltre il 29% che si dichiara serbo), che nella legge ha – giustamente – visto un attacco soprattutto al suo ruolo politico e di collegamento diretto con Belgrado. Le imponenti proteste che si sono susseguite nel Paese, così come in Serbia e in Bosnia-Erzegovina, hanno fortemente polarizzato l’elettorato montenegrino, probabilmente non pronto a una rottura così forte con uno dei propri simboli identitari di riferimento – e con buona pace del tentativo di Djukanovic di giustificare la legge come promozione della laicità dello Stato. Per la prima volta nella storia del multipartitismo montenegrino, il metropolita Amfilohije, capo della Chiesa ortodossa serba nel Paese, ha apertamente sostenuto la campagna di Zbcg e del Fronte Democratico: fatto, questo, che contribuisce a spiegare la forte affluenza alle urne – circa il 75% degli aventi diritto.

LA “RESISTENZA” DI DJUKANOVIC

Djukanovic, che ha ammesso la possibilità che il Dps riconosca risultati elettorali diversi da quelli attesi, non sembra comunque voler abbandonare la partita: il suo mandato presidenziale scade soltanto nel 2023, fattore che gli permette di poter “resistere” a un eventuale governo delle opposizioni che, per varietà di posizioni, appare comunque destinato ad una vita travagliata. Il paradosso, però, rimane. Djukanovic, con tutti gli effetti distorsivi (state capture, scarsa libertà di espressione) di quasi 30 anni di effettivo monopartitismo, che hanno spinto Freedom House a retrocedere nel 2019 il Paese da “democrazia” a “regime ibrido”, può oggi vantarsi di essere l’unico campione della scelta euro-atlantica montenegrina, baluardo contro i tentativi di Belgrado di ricreare un near abroad serbo con alle spalle la Russia – sui cui capitali leciti e illeciti, vale comunque la pena ricordarlo, il leader montenegrino ha costruito parte della ricchezza del piccolo Paese adriatico.

Mai come oggi in Montenegro la scelta tra stabilità e democrazia appare travagliata: anche se difficilmente il nuovo governo potrà portare via Podgorica dal cammino verso l’Unione europea o causare la sua uscita dalla Nato, resta il fatto che il “Muro”, a Podgorica, si è aperto verso est.

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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