L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 settembre 2020

Uccidere le banche italiane è il filo conduttore di una delle azioni senza soluzione di continuità di Euroimbecilandia

Tutti i rischi del calendar provisioning Bce per le banche. L’audizione di Giacché

20 settembre 2020


L’introductory statement al Parlamento europeo tenuto il 15 giugno scorso da Vladimiro Giacché, già presidente del Cer e dal primo luglio scorso Responsabile Comunicazione, Studi e Marketing Strategico della Banca del Fucino

“Occorre la modifica temporanea del Regolamento 2019/630 del Parlamento e del Consiglio del 17 aprile 2019 per quanto riguarda la copertura minima delle perdite su NPE (Non-Performing Exposures): è necessario ritardare di due anni le regole sul capital provisioning (in altri termini, le norme sulla progressiva copertura dei crediti deteriorati dovrebbero essere differite per 24 mesi), – sarebbe necessario anche un ritardo più sostanziale della nuova definizione di default (la nuova data concordata, 1.1.2021, è ancora troppo vicina). In caso contrario, come sottolineato in una recente bozza di parere del Comitato economico e sociale europeo, le banche sarebbero costrette a rispettare “regole che potrebbero in ultima analisi esercitare un’enorme pressione sul capitale o almeno scoraggiare le banche dall’emettere finanziamenti in un’economia in difficoltà, al fine di evitare ripercussioni negative sul capitale”.

E’ quanto ha affermato, il 15 giugno scorso, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo Vladimiro Giacché, già presidente del Cer, e dal primo luglio scorso Responsabile Comunicazione, Studi e Marketing Strategico della Banca del Fucino.

Se dopo l’intervento alle Camere dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, i rischi dell’applicazione del calendar provisioning sono emersi con chiarezza (“sono una bomba nucleare della Bce“, è stato il commento clou di Nagel), e sulla scia si sono espresse anche le banche riunione nell’Abi per bocca del direttore generale Giovanni Sabatini, Giacché aveva indicato già a giugno rischi e problemi sulle regole per la copertura delle perdite su Npe.

Una questione per nulla importante, invece, secondo il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri (qui l’articolo di Start con le dichiarazioni entusiastiche di Gualtieri quando fu relatore al Parlamento europeo del provvedimento sulla materia).


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