L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 11 ottobre 2020

2- Uno stato che usa una moneta straniera di privati

Il crollo del 2007/2008 è stato innescato da un uso irresponsabile del debito privato.  E’ il debito pubblico il “male assoluto”?

Se davvero esiste un “male assoluto”, esso è riconducibile al modello economico neoliberista: la liberazione dell’economia dallo Stato. Le attività economiche, lo sviluppo, la crescita, devono dipendere essenzialmente dall'attività privata in quanto il mercato è l’unico regolatore preposto: la privatizzazione dei servizi pubblici, la liberalizzazione di ogni settore non strategico, la fine di ogni dazio ed avamposto doganale. Il potere pubblico è messo in un angolo, relegato al ruolo di Stato–Famiglia: le proprie finanze devono essere sostenute reperendo risorse in denaro già presenti nella società attraverso l’imposizione fiscale su famiglie ed imprese. Il buon padre di famiglia – Stato virtuoso e responsabile, deve mantenere i conti in ordine: le uscite non devono superare le entrate. (dalla teoria alla pratica: “pareggio di bilancio” appena inserito nella nostra Costituzione, ndr). Nell'eventualità in cui queste non risultassero sufficienti per lo svolgimento delle attività correnti, il buon padre di famiglia – Stato dovrà chiedere denaro in prestito alle banche o ai risparmiatori, con l’emissione dei titoli di Stato, ovvero impegnandosi a rimborsare capitale più interessi. Se le entrate non aumentassero a sufficienza con le imposte, si determinerebbe un deficit nel bilancio “familiare”. Questa condizione protrattasi nel tempo, tuttora in corso nel nostro Paese, ha come conseguenza l’incremento costante del debito pubblico verso cittadini ed investitori privati. Lo stesso debito pubblico che a parole si afferma di voler abbattere, causa di enormi sacrifici.

Un’azienda privata per nascere, crescere e svilupparsi deve rispettare una semplice regola: i ricavi devono essere superiori ai costi.
I costi sono determinati dalla spesa per pagare i fattori di produzione, tra cui salari e stipendi. I ricavi sono generati dalla potenziale capacità di acquisto dei consumatori. Ma quest’ultima è limitata alla totalità dei redditi percepiti dai consumatori stessi, non altro che una parte dei costi aziendali sostenuti per la produzione di quei beni e servizi. Ovvero, le persone potranno acquistare solo per un importo corrispondente ai salari che mensilmente ricevono, che è solo una percentuale dei costi necessari alle aziende per operare. Il modello economico neoliberista, che delega ai privati il ruoloprincipale della crescita economica non può funzionare,
a causa di questo sbilanciamento tra i costi di produzione e reddito disponibile per i consumi.
La ripresa e' compito delle aziende non del governo” Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle politiche sociali (Ag. Asca 24.09.12). 

L’applicazione letterale di queste teorie ha altissime probabilità di causare un blocco dell’economia
e non certamente un suo sviluppo duraturo e strutturale come è stato invece recentemente dichiarato.
L’ideologia non ammette deroghe. Le politiche di austerità adottate dal governo“tecnico” stanno distruggendo l’economia italiana. 

Fallimenti, cassa integrazione e licenziamenti, disoccupazione galoppante e mutui da pagare. Sessantenni “esodati” (senza lavoro, né pensione -ndr), giovani senza futuro. Il Paese sobriamente ringrazia il Presidente del Consiglio: Le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare la recessione Mario Monti (già International Advisor di Goldman Sachs, 2005, ndrIl Tempo11.09.2012.

Quelle piccole e medie imprese ancora in salute, storicamente l’ossatura economicadel Paese (60% del reddito nazionale dichiarato), navigano a vista nella tempesta globale.
Devono difendersi e reinventarsi con il coraggio e l’ingegno di sempre per sopravvivere alla selezione
darwiniana imposta dalla libera circolazione delle merci e dei capitali, dolosamente accelerata da provvedimenti economici depressivi, uniti alla grave contrattura del credito. 

Non sarà facile salvarsi dall'estinzione: fameliche multinazionali, banche e grande distribuzione sono gli spietati avvoltoi che attendono impazienti nuove fette di mercato. Il vero obiettivo è l’intera torta. 

Il buon padre di famiglia – Stato taglia sanità, sicurezza, giustizia, assistenza sociale, istruzione, ricerca e sviluppo. 

Cittadini ed aziende al collasso non possono più garantire lo stesso livello di entrate fiscali, anche a fronte di un massiccio aumento di imposizione fiscale. 
Il governo non potrà che attivare processi di privatizzazione, a tutto vantaggio dei grandi gruppi economici e finanziari.

La crisi serve a creare le condizioni ideali per far accettare ai cittadini le riforme strutturali che lo Stato è costretto a varare. Riduzione dei diritti e dei salari, aumento della disoccupazione, svendita di beni e servizi pubblici essenziali: asili nido, scuole e università, ospedali, strade, sistemi di comunicazione, servizi di corrispondenza, ferrovie, acqua, sistemi fognari. Monumenti, isole, riserve e parchi naturali, spiagge.

Tutto questo è chiaramente finalizzato alla svendita a buon mercato della nostra Italia: migliaia di anni di Storia liquidati al peggior offerente.

Il principio di uguaglianza sostanziale, art. 3 della nostra Costituzione: “È compito dello Stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” - non viene esplicitamente negato dal pensiero neoliberista, ma il ruolo dello Stato, di fatto viene ridotto al minimo e vengono trasferite in un contesto privato determinate funzioni che strutturalmente non possono essere più garantite.

Lo Stato non può abdicare al proprio ruolo di “coordinatore sociale”. Solo così può perseguire il suo obiettivo primario: rispettare il principio di uguaglianza dei cittadini. Creando per tutti le medesime possibilità di partenza, ossia tenere in vita la Democrazia.

Possiamo concludere che il debito pubblico è lo strumento attraverso il quale si sta combattendo una guerra contro i popoli del sud Europa, al fine di espropriare le collettività delle proprie risorse, dei beni e delle ricchezze presenti in questi Paesi.

Euro, la mancanza di sovranità monetaria sembra una questione cruciale.

La moneta europea, valuta comune di economie differenziate ha creato un deficit permanente di competitività tra paesi del nord e paesi del sud.
La crisi ha fatto emergere tutte le criticità strutturali dell’unione monetaria.

Nella dottrina neoliberista, lo Stato come una qualsiasi famiglia, non può stampare denaro in proprio. Lo Stato sovrano ha invece questa facoltà.

L’Euro è il primo esperimento al mondo di separazione della moneta dallo Stato.

Infatti gli Stati della zona Euro non hanno sovranità monetaria e quindi alcun potere di emissione. Possono solo utilizzare l’Euro preso in prestito dai mercati di capitali privati. Così nasce il ricatto del debito pubblico.
Esso è congegnato grazie all'avvenuta deregolamentazione dei mercati finanziari e all'introduzione di regole che impediscono agli Stati di gestire e controllare la propria politica monetaria: i trattati di Maastricht e Lisbona obbligano gli Stati a finanziarsi sui mercati ad interessi stabiliti dai mercati stessi.Il protocollo sullo statuto della Bce (art.21.1) nega il finanziamento agli Stati, ma concede liquidità direttamente alle banche per lo più a tassi irrisori (tra il 2011 ed il 2012, in due tranche, sono stati erogati alle banche private continentali circa 1000 miliardi di Euro). Le banche hanno in parte trattenuto per sé, parte della liquidità ottenuta (anche a deposito presso la stessa Bce), ma soprattutto hanno utilizzato queste risorse per acquistare sul mercato i titoli pubblici dei paesi europei più deboli, su cui grava uno
spread più elevato, che li fa risultare più redditizi. Incredibile! Gli istituti di credito hanno ottenuto prestiti Bce all’1% per poi ricomprare debito pubblico al 4-5-6%. L’economia reale intanto è da mesi in
creditcrunch (stretta creditizia, ndr): del denaro prestato agli istituti di credito dalla banca centrale non è arrivato presso ché nulla ad imprese e famiglie (se potessero accedere ad un prestito, dovrebbero accettare un tasso d’ interesse da usura legalizzata, ad oggi 7-8, anche 9%). Inoltre, questa azione speculativa condotta da gruppi finanziari sui titoli di Stato, finisce per accrescere il debito.

Qualcuno ha sentito parlare di insostenibilità o di speculazione in atto sul debitogiapponese, inglese o americano? Sono Stati a moneta sovrana, stampano moneta epagano i propri debiti.

Recuperare la sovranità monetaria è quindi fondamentale, se non vogliamo abbandonarci a questa irreversibile parabola discendente.

Cos'è lo spread e chi lo determina?

Quando parliamo di spread ci riferiamo al differenziale tra i rendimenti dei btp (titoli italiani) e i rendimenti dei bund (titoli tedeschi), che sono valutati essere i più affidabili e sicuri. Quanto più è elevato lo spread , tanto più uno Stato è ritenuto incapace di rimborsare il proprio debito, tanto più alti sono gli interessi che il “Mercato” chiede allo Stato stesso sulle future ed inevitabili richieste di finanziamento.

E’ il mercato che decide tutto questo, sulla base delle stime delle agenzie di rating, le stesse che hanno valutato AAA+ Leman Brothers fino alla soglia del fallimento, le medesime imprese che hanno giudicato “molto affidabili” i tristemente noti mutui subprime. Quelle società di consulenza che hanno poi considerato il debito italiano non più così sicuro.
Alcune agenzie di rating quindi condizionano il tasso di interesse dei titoli di Stato, in funzione della volontà speculativa di coloro che poi ne sono i proprietari, i grandi gruppi finanziari internazionali.
Lo spread non dipende quindi da chi governa, ma dagli operatori del mercato che prendono a bersaglio i paesi più deboli della zona Euro, che non potendo creare la propria moneta, hanno effettivo bisogno di reperire il denaro tramite l’emissione di titoli su cui pagano un interesse variabile stabilito dagli acquirenti stessi. Il debito italiano è per il 55% detenuto da residenti, per il 45% detenuto da non residenti: se il nostro Stato avesse sovranità monetaria ciò sarebbe presso ché irrilevante, ma nella situazione in cui siamo è una questione determinante.Le istituzioni finanziarie private autorizzate dal Ministero dell’Economia ad acquistare i nostri titoli sul mercato primario sono ormai note: Banca Barclays, BancaImi, Banca Unicredit, JP Morgan, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Citigroup, Bnp Paribas, Merryl Lynch, Morgan Stanley (fonte Dipartimento del Tesoro, per l’elencocompleto: http://www.dt.tesoro.it/ -ndr).
Sono loro che stabiliscono lo spread. 
Gli italiani ormai conoscono benissimo gli effetti sulla vita reale di questo numeretto che danza follemente sull’altalena del luna park finanziario.

Strutturata così l’unione monetaria europea, il debito pubblico risulta assolutamente impagabile, se non attraverso un’azione di impoverimento delle imprese e famiglie italiane; è un’arma di ricatto utilizzata contro i popoli del vecchio continente a fini politici ed economici a vantaggio di pochissime persone. Questo debito non è illegittimo, in quanto determinato da leggi vigenti, ma quanto meno immorale.“

E’ impossibile pagare un debito e al tempo stesso dare al popolo una corretta amministrazione e condizioni eque per garantire uno sviluppo morale, sociale ed economico” dichiarava nel 1936 il dittatore greco Metaxas che si rifiutò di restituire un prestito alla Sociètè Commerciale de Belgique.

La sentenza della Corte Internazionale, emanazione della Società delle Nazioni, (1938) diede ragione alla Grecia, le cui rimostranze si contrapponevano a quelle della banca belga, sostenuta nella causa dal proprio governo. Si stabilì che se il rimborso del debito mette in pericolo la vita economica ed amministrativa del Paese, il governo è obbligato ad interrompere o ridurre il pagamento dello stesso. Nessuno sembra curarsi di questo importantissimo precedente, intanto la situazione va peggiorando.

Molti osservatori sostengono che i paesi deboli usciranno da questa crisi “con più Europa”. Qual’ è la sua opinione in merito? 

Il “Sogno Europeo” immaginato nel secondo dopoguerra, ossia una Comunità pienamente integrata nelle rispettive diversità dove sviluppo sostenibile, progresso sociale, responsabilità collettiva, Stato sociale avrebbero dovuto essere il futuro collante dei popoli, sembra ad oggi – purtroppo – una straordinaria visione onirica di ordine politico filosofico. Niente più. La realtà ci parla di un enorme “mercato libero” che ha praticamente neutralizzato i parlamenti nazionali, guidato da tecnici e burocrati che non rispondono ai cittadini ma ad altri poteri.

L’Europa non è una zona valutaria ottimale, in quanto in tutti questi anni non sono state varate politiche che andassero a sanare deficit strutturali di sussidiarietà. Azioni che provvedessero a riequilibrare le disparità tra le diverse economie dei paesi coinvolti: ad oggi, rimangono disattesi alcuni dei presupposti fondamentali che avrebbero consentito un’armonizzazione dell’area Euro, tale da rendere adeguata la scelta di dar vita ad una divisa comune: mobilità del mercato del lavoro, flessibilità salariale, flessibilità dei prezzi, convergenza dei tassi di inflazione, integrazione fiscale e sistema di trasferimenti di capitali pubblici dai paesi in surplus ai paesi in deficit, adeguamento delle tutele e dei sistemi di welfare, possibilità di svalutazione esterna. Senza considerare l’ostacolo rappresentato dalle elevate differenze culturali, linguistiche, scolastiche.

Il principio di sussidiarietà tanto enunciato nel Trattato di Maastrich è rimasto soltanto un nobile preambolo. Sud e Nord. Debolezze e fragilità, utilitarismo e solidità. 

Chi oggi chiede “più Europa”, non lo fa certo per dare corpo ed anima alla spinta ideale di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Willy Brandt…

I popoli dei Piigs – (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) circa 130 milioni di persone – devono al più presto fare pressione sui propri governi perché ritrovino la sovranità monetaria.
segue

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