L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 29 ottobre 2020

Bisogna sempre avere chiaro che i professionisti della guerriglia sono stipendiati dallo stato che li tira fuori quando gli servono. Criminalizzare la protesta e quindi smorzare il giusto malessere la critica è sempre stato la funzione che dovevano/deve assolvere i violenti. 2015 nel corteo NoExpo 300 i black-bloc devastano e incendiano Milano e la polizia li lascia fare

RABBIA E CAOS/ “Chiudere tutto”, la ricetta di un governo che non conosce il paese

Pubblicazione: 29.10.2020 Ultimo aggiornamento: 10:42 - Salvatore Abbruzzese

Accanto a pochi violenti, da emarginare subito, c’è un intero mondo produttivo che manifesta contro il governo e le sue misure “tutto o niente”

Proteste contro il governo a Milano (LaPresse)

C’è un’analogia flagrante tra il Covid-19 e le proteste di piazza: in un caso come nell’altro, ciò che preoccupa di più è la loro potenziale estensione. È proprio questa possibilità a preoccupare, più di quanto non lo facciano i fatti di cronaca e le percentuali giornaliere dei ricoveri, date con certosina quanto incosciente solerzia dai nostri media, senza rendersi conto delle conseguenze in termini di allarme sociale.

E le conseguenze rischiano di essere disastrose in quanto, sia in un caso che nell’altro, il livello di fiducia nei confronti delle istituzioni si rivela straordinariamente basso. Così il Covid spaventa quanto più sembra far emergere l’impossibilità del nostro sistema ospedaliero di “tenere le posizioni” in quanto, se a febbraio mancavano le mascherine, i respiratori e i posti in rianimazione, oggi scopriamo che mancano i medici e gli infermieri.

Quanto alle proteste preoccupano di meno i fatti di Torino, Roma e Napoli, quanto una loro estensione. Ed anche in questo caso preoccupa sinceramente un’informazione che, al pari delle notizie inutili e dannose del giornaliero “bollettino dei ricoveri”, dà un rilievo sproporzionato alla protesta violenta fino a promuoverla a vera e propria “notizia del giorno”, come se fosse veramente tale: cioè un evento imprevedibile.

Le perfomances dei professionisti della guerriglia sono certamente irritanti e tanto più indegne di un paese civile quanto più appaiono fuori luogo dinanzi al dramma che si vive nelle famiglie e negli ospedali: chi perde il lavoro vive un dramma che è comunque inferiore rispetto a chi ha perso la vita.

Ma è ancora più indecente lo sfruttamento mediatico e la spettacolarizzazione della notizia al fine di spostare il centro dell’attenzione dagli esercizi commerciali della ristorazione, le palestre, i cinema ed i teatri che chiudono, ai manipoli dei violenti che fanno audience. Se le proteste sono state civili, come è accaduto a Bologna, Firenze e Cagliari, perché rivolgere le telecamere alla protesta più violenta e quindi appariscente, come se fosse questa e solo questa a dare la misura di uno smarrimento collettivo ben più vasto?

I nostri operatori dell’informazione, selezionando le informazioni come se il problema dell’Italia fossero i cinquanta professionisti dello scasso organizzato e non le decine di migliaia di camerieri, commessi, piccoli impiegati che lavorano per stipendi modesti, che già da ieri sera sono tornati a casa, in quanto i responsabili degli esercizi presso i quali lavorano, al fine di ridurre immediatamente le spese ordinarie, sono stati costretti a sospendere l’accordo di lavoro. Esiste un’Italia, di proporzioni non trascurabili, che lavora ai margini, con contratti ai limiti della legalità, e la minaccia del solito: “o questo, o nulla” che è già rientrata a casa.

Dietro i ristoranti della prima fila, vi sono gli esercizi di ristorazione da asporto in posizione più defilata, che vivono dell’immenso polverone provocato dalla fantomatica “movida” serale. Così come c’è un mondo piccolo che vive intorno ai teatri e ai cinema, nella piazza e nelle vie antistanti, per i quali i margini di manovra sono inesistenti: si chiude e basta. Questa nebulosa del lavoro precario, che vive tra le pieghe dell’economia del tempo libero, ha già ricevuto il suo benservito.

Accanto a questo mondo che torna nell’ombra ed a pochi gradini di distanza nella gerarchia economica, vi sono i ristoratori che cercano di tenersi in piedi, le palestre, gli operatori dello spettacolo, che fino a questo momento avevano “tenuto le posizioni”, cercando di limare spese e progetti. Anche per questi, lo “spegnete le luci” rischia di essere fatale.

Il Censis ha reso pubblico ciò che il buon senso lasciava presagire. Gli italiani sono un popolo pieno di fiducia: aspetteranno fino a Natale, dopo di che si spegneranno province intere e il risultato non sarà la protesta di piazza, ma semplicemente l’ingovernabilità prodotta dall’arte di arrangiarsi e, accanto a questa, il declino di un terzo del Paese.

Che fare? Probabilmente quello che si sta già facendo, ma facendolo con più attenzione e maggiore moderazione. Se i teatri e i cinema possono realizzare spettacoli o proiettare un film mantenendo le distanze in sala, perché chiuderli? Se in palestra si controlla la temperatura e si adottano le norme di distanza fisica, perché chiuderla? Se gli autobus sono stracarichi, perché non rivolgersi ai pullman privati, per alleggerire l’affollamento e mantenere le distanze? Se un ristorante può mantenere la distanza fisica tra i suoi clienti, perché chiuderlo? Come si fa a non capire che quei sei/otto tavoli, opportunamente distanziati, sono meglio di zero?

Non occorre molto per capire che la società, come l’economia, è un corpo delicato, fatto di persone vive. La cui reazione nei confronti delle direttive istituzionali è direttamente proporzionale all’autorevolezza che la singola istituzione è riuscita a conquistare, mostrandosi sollecita e attenta. Uno Stato che dà la percezione di programmare poco e di organizzarsi male, di non saper vedere la mancanza di medici e di infermieri e poi si presenta solo a dire che “bisogna isolare i violenti” – che è l’affermazione più ovvia del mondo – perde la propria credibilità assieme alla propria autorevolezza. Ed in democrazia non c’è male peggiore. Con un’epidemia in corso ed un lockdown alle porte non possiamo certamente permettercelo.

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