L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 ottobre 2020

Ci odiano profondamente e dobbiamo ottenebrare i loro precetti, da un lato, invitano allo sballo, ad assecondare desideri e capricci, incoraggiano le trasgressioni più pericolose, dall'altro intimano il divieto per tutto ciò che è normalità, vita, libero svago, scelta, movimento nel senso più ampio del termine

La sinistra progressista. Verso il medioevo

Maurizio Blondet 29 Ottobre 2020 
di Roberto PECCHIOLI

Prima che le critiche alla gestione dell’epidemia siano considerate discorso di odio, “prova certa di fascismo” e “indizio di negazionismo”, vogliamo svolgere alcune osservazioni sul pesante clima di neo autoritarismo, controllo della vita quotidiana e tendenza all'accumulo continuo di regole di comportamento, il tutto attraversato da una cappa pesante di moralismo d’accatto e retorica “democratica”. Non abbiamo la competenza per giudicare se il confinamento sia l’unico metodo per contenere il contagio, ma ci stiamo convincendo che il sedicente progressismo politico e culturale abbia definitivamente gettato la maschera, se la metafora è accettabile in tempi di mascherine obbligatorie, ribattezzate nella neolingua politicamente corretta DPI, dispositivi di protezione individuale.

Tutti coloro che impartiscono quotidiane, non richieste lezioni di progresso e fanno solenni promesse di modernità, affrontano la pandemia del secolo XXI con le soluzioni del secolo XIV, il tempo delle grandi pestilenze. Confinare i popoli assomiglia a pigiare il pulsante “pausa” di un apparato elettronico; una volta che si lascia libero il pulsante – e bisogna pur farlo, poiché non si può rinchiudere indefinitamente la gente – l’epidemia torna. Il senso comune fa pensare che non si è approfittato della pausa tra la prima e la seconda ondata per mettere mano alla sanità e soprattutto individuare strumenti di controllo meno soffocanti, antiquati, oseremmo dire medievali. Lo diciamo senza alcuna intenzione peggiorativa: il Medioevo fu un periodo straordinario, calunniato dai Lumi e dalla superbia della “modernità”. Bisogna pur farsi capire, dai signori delle parole. Il punto è che nel Medioevo non avevano altre possibilità, per contenere le epidemie, che sbarrare le porte delle città ed erigere cordoni sanitari.

Noi, orgogliosi uomini del XXI secolo, padroni della scienza e della tecnica, paladini del Progresso, usiamo in sostanza gli stessi strumenti degli uomini del buio passato. Non ci rendiamo conto della dissonanza e, soprattutto non lo comprendono i luminari del progressismo, la sinistra divina che è medievale nel senso peggiore e non lo sa. Nello specifico, l’obiettivo delle classi dirigenti dell’avanzata postmodernità avrebbe dovuto essere contenere i contagi causando il minor numero possibile di danni collaterali, all’economia, alla vita quotidiana, alle libertà. Non è stato così e il futuro promette ulteriori giri di vite.

Credendosi sofisticata, superiore moralmente e civilmente, colta e riflessiva, la sinistra di potere- non solo in Italia – diviene medievale, anzi feudale. Per dirla con Nietzsche, diventa ciò che è davvero: un conglomerato di proibizioni, regole, divieti, imposizioni quotidiane h. 24 che chiama progresso, democrazia, e talvolta ha l’improntitudine di definire libertà. Non è solo questione dell’opposizione tra economia e salute. Si tratta di un modo punitivo, triste, pessimista di affrontare la realtà. Fingono di credere nel “buon selvaggio” di Rousseau corrotto dalla civiltà, ma impongono, con l’ausilio della vil razza dannata degli “esperti”, ogni genere di restrizioni, modalità comportamentali, obblighi, interdetti. E’ vietato tutto ciò che non è esplicitamente permesso, anzi concesso dal ricostituito Soviet Supremo.

La vera concezione della sinistra proibizionista (l’unica sinistra realmente esistente) è che l’uomo – meglio dire l’umano, per non ferire le delicate orecchie politicamente corrette, inclusive e mai sessiste – è fatto di legno storto e va quindi rieducato, messo in riga, costretto a quello che per lor signori è il “bene”. Più si riempiono la bocca di retorica dei “diritti”, di emancipazione, di autonomia individuale, più accanitamente lavorano a restringere il perimetro delle libertà concrete. Non ci riferiamo soltanto alla libertà in senso etico, spirituale e neppure agli ostacoli che frappongono offesi a ogni libera iniziativa individuale, non solo economica, ma a qualcosa di più profondo e nello stesso di più quotidiano, percepibile da chiunque nella vita reale.

Al di là dei grandi temi della libertà, ineludibili al tempo della Grande Trasformazione indotta di cui il Covid 19 è il grimaldello, impressiona il progressivo restringimento degli spazi di autonomia nella post modernità. Con la debole, insopportabile e in genere falsissima giustificazione che i provvedimenti della Gran Madre progressista sono per il nostro bene, hanno medicalizzato e sottomesso a un diluvio di precetti l’intera vita. Da un lato, invitano allo sballo, ad assecondare desideri e capricci, incoraggiano le trasgressioni più pericolose, dall'altro intimano il divieto per tutto ciò che è normalità, vita, libero svago, scelta, movimento nel senso più ampio del termine.

Sempre per il nostro bene, decidono per noi e per tutti, regolano minuziosamente i gusti, i consumi, le condotte, persino i gesti e gli sguardi, se infrangono i nuovi tabù egalitari. E’ vietatissimo fumare in pubblico, e va bene, ma che dire dell’indifferenza nei confronti delle dipendenze da farmaci e droghe? Talvolta strologano di merito e opportunità, ma chiunque abbia un’idea, promuova un’iniziativa, è sepolto da cartigli, richieste di permessi da parte di mille e un’autorità, alcune del tutto sconosciute ai più. Non è solo burocrazia, è il fastidio accigliato, l’ossessione del controllo, il desiderio di schiacciare tutto ciò che è alto, grande, libero, l’ansia ostile di omologare verso il basso. Mediocrità di massa da impiegatucci d’ordine, mezzemaniche della modernità.

In nessun periodo storico è stata così capillare l’occupazione dello spazio privato e intimo. L’uomo ha necessità che una parte della sua vita sia esclusivamente sua, che nessuna autorità si intrometta e detti regole. Il progresso, di cui è fiera banditrice la sinistra – politica e culturale- è un libretto di istruzioni grande quanto un’enciclopedia, a cui vengono aggiunti quotidianamente nuovi capitoli. Non c’è aspetto della vita che sfugga ai sacerdoti della perfezione e della virtù. Particolarmente occhiuto è l’impegno dei Buoni e dei Giusti a regolare il tempo libero, a intromettersi in tutto ciò che ci rende più felici, diversi, creativi. Secondo loro, per proteggerci da noi stessi e dal male, dovremmo vivere in una bolla di cellophane trasparente, perché il rispetto dei loro precetti, delle regole scandite minuto per minuto deve essere sorvegliato, giudicato e punito a loro insindacabile giudizio.

Allo scopo, hanno costruito una rete a maglie strette di organismi, comitati, commissioni, in genere finanziati con denaro pubblico, dotati di poteri coercitivi. I loro membri sono altrettanti caporali e sergenti – spesso autentici sgherri – di un potere che si finge benevolo e perfino materno, ma che penetra nelle vite e nelle scelte di tutti e di ciascuno. In questo periodo, la cappa è particolarmente odiosa, ma ha almeno il merito di far cadere ogni travestimento alla sinistra cosiddetta progressista. La sua vera vocazione è il divieto, il giudizio sommario, il tribunale permanente senza presunzione d’innocenza. Negli ultimi vent’anni, la guerra di costoro contro la realtà ha assunto contorni che sarebbero grotteschi se non riguardassero la vita e la libertà di ognuno.

I loro pregiudizi, le loro ubbie, le loro pretese si fanno legge, cioè divieto. Nello stesso momento in cui gridano libertà – o meglio liberazione – tutto ciò che disapprovano lo fanno diventare proibizione legale, titolo di reato. Dopo la legge Mancino che punisce le “discriminazioni”- ossia i giudizi! – ora impongono il loro spaventoso relativismo etico capovolto in assolutismo del nulla, con inaudite proibizioni di pensiero e parola, attraverso concetti confusi come omofobia, sessismo, addirittura discorso e delitto di odio. La loro finta società dell’amore soffoca come le cure ossessive di una madre che non fa crescere i suoi figli. Non abbiamo bisogno di una società e di uno Stato chioccia, né di serpenti che ci avvolgono nelle loro spire e poi ci avvelenano, ma di idee libere e pensiero critico.

Nel XXI secolo, a fronte di pseudo libertà da biancheria intima, il guinzaglio si fa sempre più corto e la sorveglianza di un’efficiente psico polizia che ascolta, giudica e condanna pensieri, parole, opere ed omissioni diventa sempre più occhiuta e pervasiva. La privatezza – che ora chiamiamo privacy– la stessa intimità battono in ritirata sull’altare della mitologica trasparenza, che altro non è se non la negazione della dimensione personale e interiore dell’esistenza, la proibizione dello spazio che è mio e solo mio.

In questa confusione organizzata, un immenso apparato di manipolazione e coercizione sottile, un potere suadente ma inflessibile ha costruito sbarre virtuali più solide di quelle di una prigione, torri di avvistamento tecnologiche, arruolato un esercito di propagandisti prezzolati e purtroppo anche volontari. Sa convincere che viviamo nel migliore dei mondi possibili, anzi nell’Unico, e che abbiamo il diritto di fare ed essere quel che ci pare. Uno straordinario esercizio di acrobazia che capovolge la realtà.

Intanto, al di là dell’interminabile clausura da virus, stiamo introiettando comportamenti, abitudini, obbedienze cieche a un potere reticolare ed immenso che ha i suoi migliori agenti in chi grida più forte consegne di libertà. Viaggiamo con in tasca i certificati e i salvacondotti richiesti da lorsignori; ci comportiamo come detenuti a cui è graziosamente concessa l’ora d’aria, arrivando a leccare la mano di chi stringe il guinzaglio.

Per tutto occorre un permesso, gran parte della nostra vita, la nostra normalità è sorvegliata, vietata o limitata. Suoniamo in infinite tonalità la stessa musica, esibendo la ricevuta di pagamento del relativo permesso a norma di legge, mentre il pifferaio di Hamelin conduce al mattatoio le pecore riunite dal pastore e dai suoi servi, chiamati progressisti, la sinistra medievale.

Nel Medioevo, feudatari, vassalli, valvassori e valvassini imponevano le regole, pretendevano corvées e costringevano all’interno del feudo i servi della gleba. Non la chiamavano società aperta e avevano l’obbligo di provvedere al sostentamento dei sudditi. Come era buio il Medioevo, quanta luce e libertà nel Progresso!

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