L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 ottobre 2020

Forse si comincia a capire cos'è la Sharia e che bisogna combatterla apertamente senza esclusione di colpi, non si può accettare le "società parallele"

Separatismo religioso. Il caso del divorzio fatto secondo la Sharia scuote la Danimarca (e impone una riflessione)

9 ottobre 2020

Anche nel Paese scandinavo alcune comunità vivono seguendo regole dettate dall’Islam anziché le leggi dello Stato. Sono le “società parallele” di cui ha parlato il presidente francese Macron: un problema serio che riguarda tutti

THOMAS LEKFELDT / SCANPIX DENMARK / AFP

THOMAS LEKFELDT / SCANPIX DENMARK / AFPDovrà pagare 75mila corone (100mila euro) all’ex marito. Non può risposarsi senza perdere la potestà sui figli, dovrà comunque rimanere nel raggio di 130 chilometri dal suo vecchio domicilio, a Vollsmose, dove sarà tenuta a mantenere un comportamento dignitoso per sé e la famiglia. Ai figli insegnerà il Corano, l’arabo e le cinque preghiere giornaliere. Altrimenti il divorzio sarà annullato.

È l’atto con cui l’imam danese Abu Bashar, anche noto come Mohamad Al-Khaled Samha, ha deciso di regolare la separazione di una donna dal marito, seguendo i dettami della sharia. Tutto fatto rispettando le norme religiose ma non quelle civili, dal momento che la legge islamica non è riconosciuta in Danimarca e per le separazioni esiste un percorso regolato dallo Stato.

È un caso che ha suscitato polemiche e indignazione: a partire dal sindaco della città in cui è avvenuto, Odense, nota per essere la patria dello scrittore Hans Christian Andersen, fino al primo ministro, la social-democratica Mette Frederiksen, che sulla sua pagina Facebook ha messo le cose in chiaro: «Faremo tutto ciò che è in nostro potere per mettere fine a questa pratica che conferma le nostre preoccupazioni sulle tendenze antidemocratiche che esistono in certe parti del Paese».

Sono le “società parallele” di cui ha parlato il presidente francese Emmanuel Macron nel suo discorso del 2 ottobre 2020, presentando la sua riforma dell’integrazione. Una sfida per la Francia, che a parere del suo presidente sarebbe colpita da una serie di separatismi la cui matrice – almeno, quella su cui si è concentrato di più – sarebbe islamica. Vere e proprie comunità extra-nazionali dove i valori e le leggi della Repubblica sono secondarie rispetto a quelle dell’islam.

Un problema che, però, supera i confini e si ritrova in altre parti d’Europa. In Danimarca, appunto, il caso del divorzio condotto secondo la sharia non sarebbe isolato: secondo il giornale di Copenhagen, il Berlingske Tidende, esisterebbero dei consigli religiosi segreti che manterrebbero un controllo, soprattutto morale, su parte della società e rifiuterebbero di concedere il divorzio religioso) alle vittime di violenza.

In generale, secondo un rapporto del gennaio 2020 del Centro Nazionale di Ricerche per il benessere sociale (VIVA), citato da Le Point, le donne appartenenti a minoranze etniche rischiano ripercussioni e oppressioni di vario genere se scelgono di divorziare. Non solo, se il marito non intende concedere il divorzio avrebbe, secondo le regole della religione, il potere di mantenerlo. Una sorta di prigione.

Per il ministro dell’Integrazione Mattias Tesfaye si tratta di un problema serio, visto che le donne «devono conoscere i loro diritti e devono essere messe in condizioni di decidere, in libertà, se vogliono divorziare o no».

Una crepa nei valori della democrazia – basati sull’uguaglianza dei sessi – che occorre difendere. Anche perché, oltre a costituire un problema in sé, alla lunga aiutano ad alimentare la retorica populista xenofoba: che punta, più che a risolvere la questione, a dilaniare la società.

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