L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 ottobre 2020

Il bitcoin è l'unica criptovaluta che potrebbe mandare in tilt il sistema di pagamento internazionale Swift gestito e monopolizzato dagli Stati Uniti

Bitcoin festeggia 12 anni all’insegna della volatilità e gli italiani si scoprono appassionati di criptovalute

30 ottobre 2020
 
iStock

Il Bitcoin diventa grande. Da quando Satoshi Nakamoto, uno dei personaggi più misterioso del XXI secolo, ha pubblicato il celebre manifesto che per la prima volta citava una nuova moneta completamente elettronica, sono passati esattamente 12 anni: era il 31 ottobre 2008 e stava iniziando l’era di Bitcoin, la criptovaluta che ha scompaginato le regole del mercato bancario. Il nome della valuta digitale apparve per la prima su quella che sarebbe diventata la bibbia delle criptovalute, il whitepaper “Bitcoin: un sistema di moneta elettronica peer-to-peer”. Dietro uno pseudonimo giappone si cela il presunto creatore della moneta che – non a caso – decise di pubblicare il proprio documento solo una manciata di settimane dopo il crollo di Lehman Brothers, la quarta banca d’investimento più grande degli Stati Uniti.

I primi Bitcoin furono minati il 3 gennaio 2009 quando videro la “luce” 50 monete: il 5 ottobre dello stesso anno un Bitcoin valeva 1.309 dollari, alle fine del 2017 ha toccato il suo massimo storico sfiorando i 20mila dollari. Tuttavia, il Bitcoin non è un asset che si adatta facilmente al lungo periodo dal momento che continua a essere caratterizzato da una forte volatilità con decisi rimbalzi e altrettante fragorose cadute. Per esempio a febbraio 2011 valeva un dollaro, mentre oggi è scambiato sopra quota 13mila.

“Il 2020, per molti sarà ricordato come l’anno della regolamentazione, una sorta di prima maggiore età del Bitcoin che sta sempre di più scrollandosi di dosso gli ultimi frammenti di illegalità e opacità che tanti, forse troppi, hanno sempre voluto sottolineare” spiegano da eToro, prima piattaforma di social trading al mondo che poi aggiunge: “La nuova proposta di regolamento che dovrebbe permettere agli Stati membri della Ue di dotarsi di un quota normativo in ambito criptovalute sarebbe un traguardo importantissimo”.

Da parte sua, la Commissione Europea ha fissato quattro obiettivi:
  1. assicurare la certezza del diritto;
  2. costruire un framework normativo omogeneo;
  3. supportare l’innovazione;
  4. promuovere la protezione dei consumatori e degli investitori.
Anche perché la comunità del bitcoin, per quanto frammentata, è sempre stata attenta all’aspetto regolatorio e difatti il 2020 è stato un anno positivo per i volumi. Dall’analisi dei suoi 16 milioni di utenti in 100 Paesi, eToro ha rilevato che il 62% ha investito in criptovalute e il dato sale al 65% in Italia. “Sebbene non si possa dire che gli italiani in generale siano “cripto friendly”, gli utenti italiani di eToro lo sono sicuramente, come evidenzia il fatto che il 65% di essi ha aperto almeno una posizione su questo tipo asset” dice Emanuela Manor, Italian Regional Manager di eToro.

Nel dettaglio, le criptovalute rappresentano a livello globale il 21% del portafoglio medio 2020 con Bitcoin che occupa oltre il 4%. Gli investitori europei premiano maggiormente l’investimento sulle valute digitali toccando il 28% del loro portafoglio con bitcoin che rappresenta il 5%. Tra questi vediamo gli italiani che nel 2020 hanno collocato il 19% dei propri investimenti sulle criptovalute con preferenza proprio sul bitcoin che rappresenta il 4%. Da notare che il 12% di questi investitori hanno scelto l’investimento in “cripto” come scelta a lungo termine tenendo la posizione per oltre un anno (periodo 22 ottobre 2019 – 22 ottobre 2020). Primi in classifica nel vecchio continente sono gli inglesi che, sempre nella piattaforma eToro, hanno un portafoglio medio con oltre il 32% rappresentato in “cripto” di cui però solo il 4% è di bitcoin ma con un 23% di investitori che mantengono la posizione per oltre un anno.

Anche il mercato delle grandi corporation si è mosso: se da una parte eBay ha intenzione di abbandonare la strada dei bitcoin, un altro protagonista come Paypal ha invece comunicato di accettare anche bitcoin per i pagamenti.

Tuttavia, oltre, a essere un asset volatile e per questo rischioso, restano molti dubbi sulla sostenibilità stessa del mercato: si tratta di un’industria così energivora che uno studio recente ha calcolato che potrebbe spingere l’innalzamento della temperatura globale di due grandi centigradi nel giro di 15 anni. Motivo per cui Massimo Siano, managing director e head of Southern Europe di 21Shares dice: “Siamo consapevoli che l’estrazione di criptovalute stia diventando insostenibile per l’ambiente e per questo stanno cambiando anche i processi. Stiamo passando dalla proof of work alla proof of stake”. Tradotto: si chiede ai miner di depositare una certa quantità di una determinata criptovaluta, per poter poi selezionare i blocchi in proporzione all’ammontare di criptovaluta detenuto, un processo notevolmente più sostenibile a livello ambientale.

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