L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 ottobre 2020

Il dollaro e la tecnologia militare rendono gli Stati Uniti attori principali nel mondo

La Cina è sempre più amica di Wall Street

La finanza americana e cinese sempre più intrecciate nonostante i proclami di Trump

ALBERTO NEGRI | 13 OTT. 2020 11:45

 
Wall Street

La Cina ha sempre più amici a Wall Street ma nessuno qui ne parla.

L’emergenza Covid ha reso la stampa italiana così provinciale che neppure legge più i giornali stranieri o li copia come faceva un tempo: le notizie dall’estero ormai sono ridotte al lumicino.

Non resta quindi che sfogliare il Financial Times e leggere la serie sulla Nuova Guerra Fredda economica tra Usa e Cina. Si scopre così che le grandi banche d’affari americane proprio quest’anno, in coincidenza con una certa liberalizzazione del mercato cinese, sono sbarcate a Pechino e Shangai mentre le società cinesi hanno moltiplicato le quotazioni sui mercati azionari americani e a Wall Street: tutto questo in piena era Trump, mentre i media parlavano soltanto dei dazi commerciali imposti da Washington alla Cina e delle sanzioni a società a come Huawei e Tik Tok.

C’è un’altra storia da raccontare sulle relazioni Washington-Pechino e anche sul famoso “decoupling”, lo sganciamento dell’economia americana dalla Cina, che per altro in questi mesi ha ridotto quasi a zero la pandemia e ha ripreso a correre con un aumento del Pil previsto quest’anno dalla Banca Mondiale del 2% e addirittura del 7,9 nel 2021. Il 2020 è stato l’anno dell’escalation delle tensioni economiche e politiche con la Cina fino a paragonarle con la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione sovietica negli anni Ottanta.

La pandemia esplosa a Wuhan poi ha fatto il resto, al punto che Trump parla tutti i giorni di “virus cinese”, convinto che la sua diffusione sia una responsabilità tutta di Pechino. Nel campo della finanza in realtà le cose vanno molto diversamente. La JP Morgan sta completando un’operazione da un miliardo di dollari per acquisire il pieno controllo del China International Fund Management.

La Goldman Sachs si prepara a essere la prima banca d’investimento straniera a essere operativa sul mercato cinese. La Morgan Stanley ha preso il controllo di maggioranza della società di investimento azionario che tempo fa aveva aperto sul mercato cinese. La Citigroup si è assicurata la licenza per essere la prima banca straniera operativa e di credito sul territorio della repubblica popolare. Anche Blackrock, società di investimento gigantesca con oltre seimila miliardi di dollari di patrimonio e definita la più grande e influente “banca ombra” del mondo, ha ormai il pieno controllo del suo fondo di investimento cinese e si prepara ad aprire a Shangai un nuovo quartier generale.

Perché dopo tutta la retorica avvelenata di Trump, Wall Street sbarca in Cina con le sue punte di diamante? Non doveva essere Pechino una minaccia esistenziale per l’economia Usa? La verità è che i cinesi hanno in parte abbassato le barriere e ora stanno arrivando le grandi banche straniere, i fondi di investimento e le assicurazioni internazionali che promettono di rendere ancora più compenetrata l’economia mondiale con quella della repubblica governata dal partito comunista e dal suo leader Xi Jinping. Ovviamente tutti puntano sulla crescita del mercato cinese e l’ascesa della sua classe media, sulla necessità di sviluppare nuovi sistemi assicurativi e pensionistici.

E soprattutto la Cina ritiene che avere amici ai “piani alti” e a Wall Street possa diventare un rilevante strumento di soft power per allentare le tensioni geopolitiche. C’è anche da notare che durante la presidenza Trump rispetto a quella di Obama si è moltiplicato il numero delle società cinesi quotate alla Borsa americana: in quattro anni sono state 102 le compagnie cinesi che sono entrate al New York Stock Exchange e al Nasdaq raccogliendo oltre 25 miliardi di dollari di capitali. Oggi in totale sono 220. Eppure era stato proprio a Trump a minacciare di espellere dai listini le società di Pechino quotate a Wall Street: qualcuno e qualcosa deve avergli fatto cambiare idea.

Probabilmente quello stesso sistema americano basato sulla finanza e Wall Street che lui fa finta di combattere per raccattare voti ma che con il dollaro e la tecnologia militare rende ancora gli Usa la maggiore superpotenza mondiale. Senza tutto questo “America First” non esisterebbe neppure come slogan.

Nessun commento:

Posta un commento