L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 ottobre 2020

Il lockdown/covid-19 è strumento per distrugge uomini, merci, mezzi di produzione, capitali. Su che basi il capitalismo ripartirà ancora non si ha da sapere, si è ancora in fase di distruzione con accenni di incubazione per il futuro. Un dato è certo con il coronavirus la Bce ha dimostrato che lo spread dipende da lei e il PEPP è lo strumento attuale

L’INTERVISTA
L’intervista integrale con Ignazio Visco: «La politica monetaria continuerà a sostenere la ripresa»

di Luciano Fontana e Federico Fubini11 ott 2020


Quella che segue è la versione integrale dell’intervista a Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, apparsa sul Corriere della Sera dell’11 ottobre 2020. In questo colloquio, durato circa un’ora e mezza, Visco spiega come vede il futuro per l’Italia e l’area euro. Trovate qui la versione apparsa sull’edizione cartacea.

Governatore, come valuta la risposta dell’economia italiana al grande choc di Covid-19 e i rischi di una seconda ondata?
«In tempo di pace non avevamo mai visto una caduta così pronunciata dell’attività economica, ma il recupero sta andando più o meno come previsto. E non parlerei di seconda ondata del virus, ma di una ripresa dei contagi, pur se da noi ancora meno intensa che altrove, che avevamo messo in conto. Nuove misure di chiusura possono essere evitate se mettiamo a frutto l’esperienza che ha portato il nostro Paese a uscire prima di altri dalle fasi di tensione più acuta. In Banca d’Italia restiamo dell’idea che siamo in una fase di recupero progressivo, che sarà parziale l’anno prossimo. Il Governo con la prossima manovra di bilancio punta a ottenere una crescita vicina al 6% per il 2021, noi a luglio avevamo previsto qualcosa intorno al 5%. Ma anche solo disegnare scenari è difficile perché buona parte della caduta è dovuta non solo all’offerta, ridottasi a causa delle chiusure, ma anche alla domanda. Il risparmio è salito perché non si poteva spendere, ma anche a causa dell’incertezza. Se questa persiste gli effetti possono essere anche più negativi. Dobbiamo fare di tutto per ridurla».

Fine del blocco dei licenziamenti, rischi per le banche, aumento delle diseguaglianze: quali sono le incognite che la preoccupano di più?
«Lo stato di incertezza in cui oggi viviamo è caratterizzato da tre fattori. Il primo è sanitario, riguarda la durata della pandemia, i tempi per produrre e distribuire un vaccino. Il secondo è più soggettivo e psicologico: a fronte dell’incertezza le imprese e noi tutti come consumatori tendiamo a procrastinare, a non consumare né investire. In più ci sono i riflessi di comportamenti simili che si verificano all’estero; tutto ciò può causare una caduta prolungata della domanda aggregata. Questo è il fenomeno economico che mi preoccupa di più: un problema molto keynesiano, se vogliamo. La propensione al risparmio sale, quindi il consumo aggregato scende, ma ciò a sua volta fa sì che ci sia meno attività produttiva, meno occupazione, meno reddito, cosa che finisce per ridurre il risparmio complessivo anche se, paradossalmente, tutto è partito dal tentativo che ciascuno stava facendo di far crescere il proprio. Contro questa spirale negativa, bisogna intervenire con la politica di bilancio e la politica monetaria. È essenziale continuare ad avere politiche accomodanti finché questa componente, anche psicologica, legata all’incertezza non scompare. Poi c’è un terzo fattore: non sappiamo come ne usciremo».

Che intende dire?
«Quale sarà il “nuovo equilibrio”, ci sarà un new normal? Finché non si capisce cosa sarà il nuovo mondo – magari con più digitale, con modifiche nelle attitudini di consumo, un turismo diverso e più regolato – la struttura della produzione e la natura degli investimenti non saranno definite e potremmo vivere una transizione complicata. Questo è il quadro che più mi preoccupa, perché oggi è difficile dare risposte. Ma se non saranno poche le imprese che non riusciranno ad andare avanti senza produrre, ci sarà un aumento della disoccupazione. Non si può ignorare questa realtà: serviranno scelte equilibrate tra cassa integrazione, redditi per sostenere i disoccupati, politiche attive del mercato del lavoro. Coloro che sono più colpiti dovranno acquisire nuove competenze e muoversi verso settori nei quali ci sarà più domanda».

Anche le banche sono fonte d’incertezza?
«Se le imprese avranno difficoltà, reagiranno anche sul piano dell’indebitamento e quelle difficoltà si rifletteranno sulle banche. Ma se guardo al 2012, c’è stato un grande miglioramento nella professionalità con la quale le banche gestiscono l’intero universo dei crediti deteriorati. Finora, inoltre, le politiche economiche hanno avuto grande successo nel consentire alle banche di finanziare le imprese. La politica di bilancio ha aiutato con interventi come le moratorie e le garanzie sui crediti. La Vigilanza ha dato più flessibilità di manovra alle banche. E così si è evitato il credit crunch: è un risultato straordinario, perché nel 2011 andammo in crisi per quello. Questa volta invece questo rischio è stato compensato dall’azione delle autorità. Dunque sì, ci sarà un peggioramento della qualità del credito e le banche dovranno prestare molta attenzione, ma penso che molte delle cifre di cui si parla, stimate sulla base dell’esperienza storica, non siano basate su un’attenta valutazione anche di come sono cambiate le banche».

La Banca centrale europea ha scritto alle banche perché queste iscrivano fra i crediti deteriorati le posizioni più difficili. Non si rischia così di imporre una stretta prematura sul credito?
«Di fronte a valutazioni di alta probabilità di insolvenza, bisogna che le banche ne tengano conto: hanno capitale in eccesso da utilizzare. Le banche hanno avuto un aumento consistente dei coefficienti patrimoniali quest’anno, anche perché non hanno distribuito dividendi e così hanno costituito un cuscinetto. Quel cuscinetto serve per poterlo utilizzare in una fase del genere. Le inadempienze molto probabili e le sofferenze conclamate non possono essere mantenute in bilancio senza sufficienti rettifiche di valore; altrimenti ne deriverebbe un grave problema anche in tempi non lunghi. Ci vuole equilibrio e l’autorità di vigilanza sa bene che una crescita dei crediti deteriorati è inevitabile. Ma se non mettiamo subito in bilancio ciò che manifestamente non può essere recuperato, le banche accumuleranno perdite tali da richiedere interventi di ricapitalizzazione rapidi e sostanziali, magari in condizioni di mercato difficili. Peraltro ci sono situazioni diverse e le banche più piccole possono avere maggiori difficoltà, anche per i loro rapporti con molte piccole imprese oggi più vulnerabili. Serve un’analisi onesta: se un’impresa non può essere rimessa in sesto, bisogna pensare ad altri interventi che il governo può fare che riguardano, ad esempio, sussidi per la disoccupazione e sostegno dei redditi. Se invece ci sono imprese e settori oggi in difficoltà ma con prospettive di recupero, anche nella valutazione delle banche andrà dato peso a queste possibilità. Questo però non c’entra con il calendar provisioning sui nuovi crediti deteriorati: una misura che ne prevede la progressiva riduzione nell’ambito di una risposta graduale nel tempo da parte delle banche».

Dunque questo scadenzario europeo per la svalutazione dei crediti deteriorati è da mantenere?
«Credo proprio di si. Del resto il mercato dei crediti deteriorati ora funziona meglio e mi pare sia più accettabile a livello europeo anche qualcosa che dico da tempo: la costituzione di società nazionali specializzate nella gestione di crediti deteriorati. Noi ne abbiamo una, Amco, che sta funzionando bene. Il problema è valutare a che prezzi questa società possa comprare i crediti delle banche. Oggi si parla di un “effettivo valore economico” che può essere superiore a un valore di mercato immediato, a prezzi “di realizzo”. Credo che il dibattito politico in Europa possa essere utilmente indirizzato in quella direzione».

Su quali progetti ritiene che debba concentrarsi il Recovery Fund in Italia?
«Ho provato a indicare in passato tre grandi aree di intervento. Primo, l’amministrazione pubblica necessita di innovazione e competenze nuove (assunzioni di giovani). Tra l’altro avrà a disposizione molti posti di lavoro, perché andranno sostituite molte persone che stanno andando in pensione (non sufficiente molti ma molti di più). Secondo, ci vuole un contesto nel quale famiglie e imprese possano operare anche secondo ciò che sarà richiesto dopo la pandemia; ad esempio una banda larga a alta velocità diffusa sul territorio sarà cruciale. La media europea di copertura è al 60%, quella dell’Italia è al 25% e al Sud è ancora più bassa. Serve innovazione e investimento in conoscenza. Il terzo punto è quello ambientale, ça va sans dire, ma noi abbiamo anche un patrimonio naturale e artistico da valorizzare: possiamo farlo offrendo servizi nella cultura, nel turismo, per il tempo libero. Tutto questo richiede che i progetti siano condivisi, quindi capisco lo sforzo del governo di cercare di mettere d’accordo tante realtà, statali e locali. Ma, contemporaneamente, la direzione dev’essere chiara, decisa e ben individuata a livello centrale. Con una questione in più: la fase cruciale è la gestione. Lì ci vuole molta attenzione. Si sta giustamente discutendo di quali progetti scegliere, ma l’esecuzione è forse la fase più problematica. Pensiamo a come sono stati usati in passato i fondi europei e a quanto lungo è il tempo che passa tra l’individuazione di un progetto e il suo completamento. Nella storia di questo paese abbiamo osservato dei tempi lunghissimi, in particolare nel Mezzogiorno. E anche i “tassi di incompletezza” dei progetti sono molto alti» (cattedrali nel deserto).

Governatore, sta tornando un rischio di deflazione in area euro e in Italia?
«L’Italia è in linea con la media europea, non c’è differenza. La ragione ultima della variazione negativa è legata ai prezzi dell’energia, che sono crollati. Era del tutto previsto e non è straordinariamente rilevante. Tuttavia anche al netto di questo le variazioni dei prezzi tendono a essere molto basse, se non negative, e si è creata una distanza, da colmare, dal nostro obiettivo di stabilità dei prezzi, con effetti che possono essere pericolosi. La bassa inflazione può portare a mantenere basse le aspettative di variazione dei prezzi, queste a loro volta influenzano la crescita dei salari e, nuovamente, gli stessi prezzi. I tassi d’interesse nominali sono fermi ed è difficile riuscire a farli scendere ancora di più. A quel punto i tassi reali possono salire, con effetti negativi sulla domanda e un impatto anche sul debito, che salirebbe in termini reali. Il debito, sia pubblico che privato, in Europa è già alto e crescerebbe ancora con la deflazione: è il classico meccanismo debito- deflazione, che è prevalso per esempio durante la Grande Depressione».

È uno scenario molto pericoloso, no?
«Per questo la politica monetaria dev’essere espansiva e restarlo a lungo nel tempo. Su questo vi è un consenso ampio. Le indicazioni di mercato a fine marzo davano al 40% la probabilità di una variazione negativa dei prezzi nell’area dell’euro nei prossimi cinque anni. Una situazione del genere sarebbe molto grave. Questa probabilità si è dimezzata e a settembre era scesa al 20%. Ma il 20% non è un rischio indifferente ed è il motivo per cui la politica monetaria deve restare accomodante a lungo. Noi abbiamo dimostrato che riusciamo a intervenire con la politica monetaria. Già dopo la crisi dei debiti sovrani abbiamo contrastato il rischio di deflazione con il “quantitative easing”, portando i tassi il più in basso possibile e indicando che li avremmo mantenuti lì. Quest’anno c’è stato un altro shock e anche questa volta abbiamo dimostrato che la deflazione si può combattere».

La debt deflation, la deflazione da debito, è uno scenario temutissimo. Siete pronti alla Bce a fare e anche a rischiare qualcosa per scongiurarlo?
«Certo. Ma uno agisce sulla base delle informazioni che ha e di valutazioni prospettiche. Da marzo la probabilità di deflazione è scesa perché abbiamo introdotto il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme, ndr), un nuovo meccanismo con cui compreremo 1.350 miliardi in titoli pubblici e privati fino a fine giugno. Un ammontare impensabile fino a un anno fa. Abbiamo anche detto che siamo del tutto aperti a continuare a usare gli strumenti che abbiamo, e questo è uno di essi».

Andando anche aldilà di quel che è stato già deciso?
«Se fosse necessario, certo. Lo abbiamo già detto. Il punto è quali strumenti è opportuno usare. Tassi d’interesse ancora più negativi? Sappiamo che vi è un livello sotto il quale ci sono più danni che benefici. Quindi dev’esserci un ruolo per una politica monetaria non convenzionale e, come diceva Keynes, non può non esserci un ruolo per la politica di bilancio».

Qualcuno nelle Bce teme la fiscal dominance, il fatto che la banca centrale si trovi di fatto costretta a seguire, assecondare e sostenere l’indebitamento crescente dei governi. Condivide?
«C’è una giusta preoccupazione che, se la politica monetaria si sostituisse alla politica di bilancio usando la base monetaria per finanziarlo, al posto delle tasse o del debito, si finirebbe per compromettere l’indipendenza delle banche centrali con conseguenze alla lunga molto gravi. Potremmo cioè finire per non avere più la forza e la credibilità per contrastare con successo un’alta inflazione. Ciò detto, non credo che si debbano oggi prendere troppo sul serio questi rischi perché, se in questo momento non agiamo in accordo con la politica di bilancio per sostenere l’economia e riportare la domanda ai livelli giusti per riguadagnare la stabilità dei prezzi, potremmo finire per perdere l’indipendenza per la ragione opposta. Qualche politico potrebbe dire che non stiamo facendo il nostro dovere. Il policy mix, l’interazione fra politica monetaria e di bilancio, non è certo una cosa dell’altro mondo».

La Federal Reserve cercherà di massimizzare l’occupazione tollerando anche che l’inflazione salga per un po’ sopra al suo obiettivo del 2%. Un buon modello?
«È una proposta interessante, lo stiamo studiando e stiamo discutendo noi stessi su come rivedere la nostra strategia di politica monetaria. L’obiettivo della stabilità dei prezzi è nel Trattato europeo, è il nostro principale mandato. Ma non è il solo perché è anche scritto che dobbiamo contribuire alle politiche della UE, volte a dare occupazione a tutti e creare condizioni di sostenibilità sociale adeguata (ricordiamolo). In questo contesto è ovvio che noi dobbiamo guardare alla domanda. Che sia o meno nel nostro Statuto, è evidente che se la domanda è troppo bassa la politica monetaria deve cercare di farla salire. Il problema è nella percezione del pubblico. I nostri sondaggi indicano che la nostra definizione di stabilità dei prezzi è vaga, difficile da comprendere. Diciamo che vorremmo un tasso d’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo. Io credo invece che l’obiettivo debba essere simmetrico».

Dunque 2%?
«Certo non “inferiore ma prossimo” al 2%. Penso anche che dev’essere mantenuto a un livello abbastanza lontano da zero. Uno per cento o 1,5% sono valori troppo bassi perché ci vogliono margini di flessibilità sufficienti per far fronte alle crisi e bisogna anche tenere conto di un’innovazione tecnologica continua, rapida e molto forte che tende a ridurre i prezzi e distorcere la stima statistica della loro crescita. Ma, soprattutto, serve chiarezza di intenti. Non è un fatto positivo che le decisioni di politica monetaria siano seguite da una serie di comunicati stampa di alcune banche centrali nazionali e da dichiarazioni più o meno episodiche di noi membri del Consiglio direttivo».

Deve parlare solo Christine Lagarde?
«No, bisogna che ci sia più trasparenza. Bisogna che si sappia ciascuno di noi cosa pensa e che questo avvenga nelle discussioni al Consiglio direttivo. Non ci sarebbe niente di male se nelle minute delle riunioni a tutti noi venissero esplicitamente attribuite le proprie riflessioni. Ci faremmo capire meglio anche dal pubblico, e si scoprirebbe che vi sono molte meno differenze di opinione di quanto spesso si crede».

Che ingredienti dovrebbe contenere il percorso di riduzione del debito pubblico?
«È un problema che bisogna affrontare, non si può eludere pensando che tanto poi il debito lo compra Pantalone. Il debito è di tutti noi e dobbiamo essere molto chiari sulla capacità di sostenerlo, che non è in dubbio. L’Italia ha sempre onorato il proprio debito, non ha mai rinunciato a pagarlo, ma in questo ci sono dei costi. Se l’onere del debito è troppo alto, ciò limita la possibilità di usare le risorse per altri scopi importanti. Inoltre i mercati possono anche dare risposte pericolose in fasi di shock o di crisi politiche, con una volatilità che rende più difficile la gestione del debito e del bilancio. Ci sono tre variabili che contano: la crescita economica, gli interessi sulla carta pubblica e l’avanzo primario (al netto degli interessi, ndr). Queste variabili sono collegate, ma è la crescita quella fondamentale: senza non riusciamo a far scendere il rapporto fra debito e prodotto, che è la dimostrazione più chiara della nostra capacità di rimborsare. Chi compra il debito, dev’essere sicuro che sarà onorato in pieno. Siccome gli acquirenti sono in primis i risparmiatori, non solo italiani, in modo diretto o indiretto, vanno rassicurati su questo aspetto. I debiti poi sono utili se i soldi sono ben spesi, come dice Mario Draghi. Dunque la crescita va garantita attraverso tutte le misure che da tempo chiediamo e che adesso sembrano in fase di definizione per il Recovery and Resilience Plan. Poi c’è il costo medio del debito. In questo momento è al 2,4%. È un valore elevato. Se il tasso di crescita è maggiore del tasso d’interesse, il livello del rapporto debito-PIL tende a ridursi. Ma affinché scenda a un ritmo adeguato serve un avanzo primario abbastanza elevato. Se le cose vanno bene, un avanzo primario almeno dell’1,5% del Pil è quello al quale dobbiamo tendere e che dobbiamo poi mantenere; la politica di bilancio va pensata con questo riferimento. Se questo avviene, se i fondi europei sono ben spesi, e la crescita c’è, allora seguiranno tassi d’interesse sul debito pubblico bassi. Negli ultimi giorni il differenziale fra titoli italiani e tedeschi a dieci anni è sceso sotto i 130 punti base. Ma il costo del nostro debito è ancora notevolmente più alto di quelli di Spagna e Portogallo, mentre era ad essi inferiore appena pochi anni fa. È un tema da affrontare, perché vuol dire che c’è ancora spazio perché scenda ancora».

Come si fa a farlo scendere ancora?
«Si può con un buon utilizzo dei fondi europei, dimostrando che si può innalzare la crescita e l’occupazione, e anche con l’avanzo primario».

Si deve tornare un avanzo primario?
«Secondo me sì, ci si dovrà tornare» (Stando nel Progetto Criminale dell'Euro significa tasse tasse tasse).

Cosa pensa dell’ondata di interventismo, nazionalizzazioni e limitazione della concorrenza che sembra percorrere la politica economica in Italia?
«Un conto è l’intervento in situazioni di emergenza (quando il privato fallisce, si tiene i profitti fatti e i debiti vengono pagati dal pubblico) quando si cerca di evitare che una crisi peggiori e si propaghi. Poi ci sono dei servizi che ormai sono considerati giustamente legati all’operatore pubblico, come ad esempio sanità, istruzione, ricerca, oltre a beni pubblici essenziali quali difesa, giustizia e ordine pubblico».

E altri settori?
«Certamente possono essercene, ma bisogna capire quale è il “fallimento di mercato” a cui si vuole riparare con l’intervento pubblico. Questo è cruciale sebbene sia vero che possono esserci anche dei “fallimenti dello Stato”, certo. Ma lo Stato può intervenire, se c’è un fallimento di mercato. Ad esempio se esso riguarda beni o servizi che sono necessari, hanno un alto impatto per la società, ma non vengono offerti perché non c’è convenienza immediata. E poi c’è la regolamentazione, la responsabilità cruciale di far funzionare bene il mercato. Quindi certamente c’è un ruolo per lo Stato (si conferma il ruolo fondamentale dello stato che Euroimbecilandia tende a farlo scomparire appoggiato da tutti gli euroimbecilli di qualsiasi colore e natura). Poi naturalmente ci sono anche pressioni di gruppi particolari, interessi di parte, tutti fattori su cui bisogna vigilare per evitare che lo Stato metta dei soldi in attività che sono destinate a finire male o che aprono la strada a comportamenti scorretti».

Cosa si sente di dire a un giovane che deve decidere se emigrare all’estero o puntare sull’Italia costruire il suo futuro? E a una donna?
«Credo servano i fatti, non le parole. Dire a un giovane ‘stai tranquillo’ – senza fatti che lo sostengano – non è utile, è sbagliato. Ci sono ritardi da colmare in Italia tanto sul fronte dell’occupazione quanto sull’istruzione. Giovani con competenze elevate spesso lasciano l’Italia: perché lo fanno? Perché la società italiana non è riuscita a creare una domanda sufficiente di competenze elevate (non è previsto dal Progetto Criminale dell'Euro). Invece è una domanda assolutamente necessaria. Ora che avremo più investimenti in innovazione, ciò richiederà competenze elevate; e anche una pubblica amministrazione più capace richiederà competenze elevate. Dico dunque che ai giovani conviene studiare, investire in loro stessi, nel proprio capitale umano. Oltretutto le proiezioni demografiche sui prossimi quindici anni indicano che in Italia avremo tre milioni di persone in meno in età di lavoro. Ci sarà un deficit di persone, nonostante una stima Eurostat di 200 mila ingressi l’anno di stranieri. Anche per tutto questo occorre che ci sia più partecipazione al lavoro, per raggiungere tassi di crescita sufficiente, per sostenere un avanzo primario dell’1,5% del PIL, per mantenere un tasso d’interesse basso e per garantire un consolidamento naturale e progressivo del nostro debito. Se non riusciremo ad alzare di molto la partecipazione al lavoro – in particolare dei giovani, delle donne, delle persone che vivono nel Mezzogiorno – ci sarà una caduta del PIL».

Eppure in Italia continuiamo ad avere dei tassi di istruzione molto sotto le medie europee, anche fra i più giovani. Perché?
«Perché c’è poca domanda di persone istruite e qualificate da parte delle imprese. Dopo la fine della “guerra fredda”, con l’aprirsi dei mercati internazionali e la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le imprese sapevano che stava cambiando tutto. C’erano nuove opportunità e nuovi equilibri. Lo sapevano, ma non hanno investito abbastanza. Le nostre prediche sono rimaste più o meno inutili, come quelle di Luigi Einaudi di 70 anni fa. Il cambio d’epoca era chiarissimo e il nostro sistema di imprese non è riuscito a reagire. Molte aziende sono rimaste troppo piccole (e grazie a loro che siamo riusciti a non distruggere tutto il sistema produttivo). C’è stata poca attenzione a contenere i costi con investimenti in innovazione, invece che con la flessibilità più o meno effimera del mercato del lavoro. Il mercato del lavoro dev’essere flessibile, ma questo non vuol dire sostituire persone con esperienza e che guadagnano molto con persone senza esperienza, a termine e che guadagnano poco. Vuol dire dotare l’impresa delle capacità di sostenere l’attività produttiva di fronte ai grandi cambiamenti. Questo non c’è stato. Ora abbiamo un’occasione per metterci al passo».

Come giudica la conduzione del governo in questa fase?
«Ho interazioni frequenti con i ministri, con Roberto Gualtieri poi il confronto è continuo così come con il presidente del Consiglio. Il governo si è trovato a gestire una situazione drammatica e da cittadino credo che alla fine, nel confronto internazionale, non ne sia uscito male. Ha raccolto un’eredità molto difficile, perché siamo stati tutti responsabili in passato nel non essere capaci, come Paese, di cogliere al meglio le opportunità di un mondo più aperto. Siamo rimasti nel nostro piccolo mondo, condannandoci a una stagnazione prolungata (non siamo stati che lo specchio più infelice della Stagnazione Secolare). Ecco perché l’opportunità che ha questo governo è epocale e va colta (dopo la distruzione di beni, uomini, capitali e mezzi di produzione rinizia il ciclo capitalistico di accumulazione e profitti) ».

Come ha vissuto questo periodo?
«Molto preoccupato, lavorando continuamente per garantire, con tutti coloro che lavorano in Banca d’Italia, servizi poco conosciuti ma essenziali. Siamo riusciti a mantenere condizioni finanziarie ordinate e garantire il funzionamento del sistema dei pagamenti. Abbiamo comprato oltre cento miliardi di titoli da casa, letteralmente: con operazioni di mercato aperto dai terminali distribuiti nelle abitazioni del nostro personale. Abbiamo continuato a gestire insieme alla Bundesbank l’intero sistema europeo dei pagamenti. Siamo riusciti a portare a termine, lavorando in remoto, operazioni molto complesse come quella sulla ex Popolare di Bari. Poi ognuno ha avuto le sue situazioni personali, alcune difficili, altre solo nuove. Io per esempio per mesi ho giocato a scacchi con i miei nipoti di sette e nove anni senza mai incontrarli di persona, davanti al computer».

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