L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 31 ottobre 2020

Il nemico non è l'Islam ma la Fratellanza Musulmana e i suoi alleati in Occidente che ancora oggi non vogliono scrollarsi di dosso il parassitismo e la sete di potere che esprimono, hanno praticato l'arte della dissimulazione e quando si sono sentiti abbastanza forti hanno iniziato ad alzare la voce con Erdogan loro rappresentante ufficiale. Imparare a combatterli come fa l'Egitto di al Sisi

Alberto Negri - A Nizza la trappola dello scontro di civiltà


di Alberto Negri* - Il Manifesto

Francia. L’estremismo islamico nasce dalla crisi dei regimi secolaristi alleati dell’Occidente e si alimenta in modo esponenziale con le guerre degli Usa e dei loro alleati in Medio Oriente

Come previsto la trappola dello scontro di civiltà è scattata. Non si può affermare che Erdogan abbia ispirato l’attacco con i tre morti a Notre Dame a Nizza ma è chiaro che prendendo di mira la Francia e insultando Macron, ha incendiato il mondo musulmano con conseguenze imponderabili. Dal Medio Oriente all’Est asiatico ieri si bruciavano tricolori e ritratti del presidente francese con l’approvazione dei leader musulmani, anche di quelli che (come la stessa Turchia) hanno condannato il massacro di Notre Dame.

Quale è il pericolo? Che dal vaso di Pandora dilaghi, oltre al Covid, quella contrapposizione tra l’Occidente il mondo musulmano che si presta a strumentalizzazioni di ogni genere: questo è quello che vorrebbe Erdogan impegnato su tre fronti di guerra, Siria, Libia, Nagorno Karabakh, nella crisi esplosiva nel Mediterraneo orientale, e dibattuto da gravi difficoltà economiche e sociali in patria.

NON È QUESTO un aspetto trascurabile: la Turchia è indebitata con le sue imprese per oltre 330 miliardi di dollari, in gran parte con banche europee. Tra i ricatti di Erdogan non c’è soltanto quello dei profughi sulle rotte dall’Egeo alla Libia (dove si è impadronito delle motovedette italiane) ma anche un possibile fallimento finanziario all’orizzonte. Lui vorrebbe che pagassero gli europei, che disprezza, ma sa che non lo faremo e ora rischia pure sanzioni della Ue per la violazione nell’Egeo delle zone economiche speciali di Grecia e Cipro. Quindi si gioca la carta della mobilitazione del mondo musulmano. Si è sovraesposto con costose imprese militari e sollecita la solidarietà dei Paesi musulmani – e non soltanto al solito Qatar – per venirne fuori. Essendo Erdogan un membro della Nato, teoricamente nostro alleato e degli Usa, ma anche amico-nemico della Russia, il nodo del «grande malato» turco è forse insolubile. Ricordiamoci, pur con tutte le enormi differenze, che Saddam invase il Kuwait quando decise di non pagare più i debiti accumulati nella guerra all’Iran con le monarchie del Golfo e le banche occidentali.

È in momenti come questi che bisogna ricordare quanto è avvenuto nelle relazioni tra l’Europa, gli Stati Uniti e le nazioni musulmane. Una storia complessa che però se ci limitiamo agli ultimi decenni è costituita da tappe piuttosto chiare. L’estremismo islamico non nasce dal nulla ma dalla crisi di quei regimi secolaristi che in buona parte erano stati alleati dell’Occidente e si alimenta in maniera esponenziale con gli interventi militari americani e dei loro alleati in Medio Oriente. Nel 1979 la rivoluzione di Khomeini in Iran fa fuori lo Shah considerato dagli Usa il loro guardiano nel Golfo. La risposta occidentale alla rivoluzione sciita fu armare l’Iraq di Saddam che mosse guerra all’Iran: otto anni di conflitto, un milione di morti. Il «mostro» Saddam, che poi invase il Kuwait nel 1990, era stato tenuto in piedi da noi e dalle monarchie sunnite del Golfo cui ancora vendiamo armi a tutto spiano e con le quali Trump e Israele fanno una finta pace, quella di Abramo, che lascia intatte tutte le ingiustizie del Medio Oriente, occupazione della Palestina compresa. Anche noi europei, senza mai reagire, importiamo ingiustizia e propaganda.

NEL DICEMBRE del 1979 l’Urss invase l’Afghanistan e gli Usa, con il Pakistan e i soldi sauditi, colsero l’occasione per fare la guerra a Mosca usando i mujaheddin che poi si trasformarono nei talebani e nei jihadisti contro cui si è combattuta la guerra all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Con quei talebani gli americani oggi vogliono fare la pace di Doha mentre in Afghanistan i civili continuano a morire.

Nel 2003 gli Usa decisero, sulla scorta di false prove sulle armi di distruzione di massa irachene, di distruggere il regime baathista aprendo la strada ad Al Qaida e poi anche al Califfato, cioè al peggiore estremismo islamico che come maggiori vittime ha avuto proprio le popolazioni arabe. Da lì si è aperto il vaso di Pandora che nessuno ha saputo più richiudere.

La Siria e le primavere arabe del 2011 sono state l’ultimo esempio di come l’Occidente e il mondo arabo-musulmano – con le monarchie del Golfo a pompare soldi agli estremisti – abbiano strumentalizzare il jihadismo e il radicalismo islamico. Gli Stati Uniti, su ispirazione del segretario di Stato Hillary Clinton, diedero a Erdogan carta bianca per abbattere il regime di Assad alleato dell’Iran e della Russia. La stessa Francia è stata complice di un piano che ha portato oltre 40 mila jihadisti dalla Turchia alla Siria e ora Parigi deve gestire il ritorno in patria dei jihadisti francesi da Iraq e Siria. Prima del 2015 americani, turchi e francesi erano messi d’accordo a defenestrare Assad con ogni mezzo, anche con i tagliagole islamisti, mentre Parigi, Washington e Londra avevano già fatto fuori Gheddafi in Libia. Qui chi semina grandine raccoglie tempesta. E a pagare col sangue, come a Nizza, sono sempre i civili, adesso terrorizzati anche dalla pandemia.

QUESTO NON È uno scontro di civiltà come si vuol fare credere ma di interessi che erano prima convergenti e poi divergenti. Che poi la Francia abbia un problema, e grosso, lo sappiamo tutti. In Francia nel 2018 c’erano 26mila individui considerati una minaccia per la sicurezza nazionale, 10mila di questi radicalizzati, ovvero pericolosi. E per liberare il Paese non bastano le leggi sul separatismo religioso. Ci vuole altro: una revisione spassionata della storia recente in cui ognuno, Francia compresa, si prenda le sue responsabilità. Ma chiedere oggi alla Turchia di Erdogan di prendersi le sue responsabilità è pura illusione.

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