L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 ottobre 2020

Il Tar boccia il decreti di Conte ma non sarà certo il normale cittadino che si alza presto alla mattina per lavorare che farà mai il ricorso a questo organo

CAOS DPCM/ Il giurista: ecco perché il Tar boccerà i decreti di Conte

Pubblicazione: 28.10.2020 Ultimo aggiornamento: 08:35 - Giulio M. Salerno

L’ultimo Dpcm di Conte vìola i “principi della collaborazione e della buona fede” contenuti nel Dl semplificazioni. Sarà bocciato dal Tar

Palazzo Chigi (Lapresse)

All’interno di ogni collettività, quando le regole di diritto non assolvono al loro compito essenziale, quello di assicurare la convivenza pacifica e ordinata, chi dispone del relativo potere non può sottrarsi alle proprie responsabilità. A pena di perdere, anche definitivamente, legittimazione e consenso. Ciò vale tanto più nei sistemi democratici che governano milioni di persone, sistemi che si pongono il non facile obiettivo di garantire, per quanto possibile in concreto, il rapporto di tendenziale coerenza tra le regole di composizione dei conflitti sociali, e le tante e diverse istanze, esigenze e necessità individuali e collettive che, giorno dopo giorno, richiedono soluzioni e compromessi.

Di fronte all’epidemia da Covid-19, le pericolose fragilità dell’anomalo processo decisionale che si è scelto di adottare in Italia si stanno sempre più dimostrando in tutta la loro evidenza. Sin dall’inizio, sul Sussidiario, abbiamo sottolineato i gravi rischi, non solo politico-istituzionali, di una tale scelta, e purtroppo i fatti ci stanno dando ragione. In nome dell’eccezionalità della situazione ci si è allontanati dal modello costituzionale e si è escogitata una filiera assolutamente originale: dichiarazione dello stato d’emergenza di rilievo nazionale, decreto legge autorizzativo, Dpcm, e successive ordinanze di altre autorità, centrali e decentrate. I principi costituzionali sulle fonti del diritto sono stati scavalcati, così come sono state accantonate con disinvoltura le garanzie costituzionali dei diritti e delle libertà. E la già confusa ripartizione delle competenze tra Stato, Regioni ed enti locali ha fatto emergere ulteriori faglie e conflittualità territoriali che, in presenza di condizioni straordinarie, è ancor più problematico risolvere.

Se durante l’estate la riduzione dei numeri del contagio ha consentito di stendere un velo pietoso su quanto avvenuto, la rinnovazione dello stato di emergenza di rilievo nazionale ha dimostrato che non si è inteso mutare l’approccio. Sicché la filiera dello “Stato emergenziale” ha trovato nuova linfa, così moltiplicandosi i deprecabili effetti che oggigiorno sono sotto gli occhi di tutti: il caos delle regole, la sfiducia crescente dell’opinione pubblica nelle pubbliche istituzioni e, non più soltanto alle porte, l’aperta opposizione alle misure restrittive, anche in forme violente, e per di più facilmente manipolabile dalle frange estremiste.

Certo, parlare di diritto e di Costituzione può apparire stravagante davanti alle urla delle persone impaurite per il futuro proprio e dei propri figli, alle invettive contro chi è accusato di insipienza e incapacità, alle vetrine spaccate nelle strade e alle razzie a danno di negozianti incolpevoli.

Ma ciò che sta avvenendo in questi giorni, a nostro avviso, è conseguenza diretta proprio della scelta di “decostituzionalizzare” e di “deparlamentarizzare” il sistema di produzione delle regole giuridiche, ormai delegificate e amministrativizzate. Una scelta che ha inciso sulla Costituzione vivente, piegata dall’emersione di una parallela “costituzione materiale”, che è stata plasmata nelle innumerevoli – e talora contraddittorie e incomprensibili – regole poste con i Dpcm e con le successive ordinanze, atti tutti, come noto, formalmente amministrativi. Con l’esito paradossale che il ricorso al decreto legge – come quello in via di adozione sui cosiddetti “ristori” alle categorie danneggiate dalle ultime misure – sta trovando causa giustificativa nelle decisioni già assunte con il Dpcm, così ribaltandosi in tutto e per tutto il sistema costituzionale delle fonti del diritto.

Se, sino a pochi giorni fa, l’ordinamento emergenziale ha potuto godere dell’effettività che gli è stato garantito, in concreto, prima dalla paura della morte procurata dal virus e poi dalla prospettiva dell’imminente “ripresa” del Paese, la situazione è adesso drasticamente cambiata. È mutata la percezione sulla ragionevolezza delle misure, sulla correttezza delle procedure, sulla trasparenza delle decisioni assunte in modo vieppiù erratico. E neppure la suggestione di un Natale auspicabilmente sereno, in cambio del rispetto delle misure adesso adottate, sembra far presa.

Riportare il diritto dell’emergenza da Covid-19 nell’alveo della Costituzione, insomma, è un dovere che tutti, a partire dalle più elevate istituzioni dello Stato, non possono non avvertire. Nel frattempo, e tanto più nelle condizioni in cui ci troviamo, è necessario respingere con ogni forza le sirene della ribellione fine a sé stessa.

Diversamente, occorre appellarsi agli strumenti che il diritto ci offre per la risoluzione dei conflitti, ricorrendo in modo efficace a quelle autorità che attualmente dispongono del potere della iuris dictio nei confronti della fonte principale del presente “Stato emergenziale”, cioè il Dpcm. Spetta alla giurisdizione amministrativa, quasi come ultima spiaggia dell’equilibrato rispetto dei diritti costituzionalmente protetti, esercitare appieno la delicata funzione ad essa spettante, allorquando le misure adottate siano, ad esempio, sproporzionate, contraddittorie, viziate da eccesso di potere, ovvero prive di adeguata e trasparente istruttoria. Del resto, la giustizia amministrativa, a differenza di quella costituzionale, è stata già chiamata a pronunciarsi sui Dpcm e sulle ordinanze, dandosi luogo a decisioni, in specie sulle ordinanze, non sempre favorevoli alle autorità che le hanno adottate.

Tra l’altro, il sindacato su questi atti potrà adesso svolgersi in modo più approfondito, perché la legge n. 241/1990 è stata recentemente integrata dal Dl cosiddetto “semplificazioni”, che ha aggiunto, tra i principi generali di tutte le attività svolte dalle pubbliche amministrazioni, quello dell’obbligo di improntare i rapporti con i cittadini “ai principi della collaborazione e della buona fede” (articolo 1, comma 2, bis). Insomma, si può chiedere al Tar, e poi al Consiglio di Stato, di verificare anche il rispetto dei principi di “collaborazione e buona fede” nell’intricato coacervo delle disposizioni emergenziali poste con i Dpcm. Attivando così un controllo dal basso, promosso in via sussidiaria dai cittadini stessi, per favorire il ripristino del diritto giusto. Per ritrovare quell’equilibrio delle regole senza il quale è difficile essere disposti a sacrificare le nostre libertà.

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