L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 29 ottobre 2020

Io non sono Charlie Hebdo ma il recupero ideologico di Benedetto XVI, il riconoscimento della lavoro di al Sisi non ancora compiuto, potrebbe dare spessore alla lotta contro la Fratellanza Musulmana non contro l'Islam. La sharia è solo strumento per poter imporre il proprio potere, nelle elezioni del novembre 2014 in Turchia c'erano tutti i presupposti per capire, ma Euroimbecilandia e le sue televisioni hanno fatto finta di niente troppo presi nei propri interessi a mantenere le fabbriche nel paese da dove traevano/traggono maggiori profitti. La completa miopia del capitalismo, tutto e subito

Il nuovo Kulturkampf La sfida tra Macron e Erdogan su laicità e Islam è la grande battaglia del nostro tempo


È la prima volta dalla caduta dell’impero sovietico e da quella che fu dichiarata “morte delle ideologie” che si concretizza nel Mediterraneo uno scontro frontale e aggressivo tra l’Europa e una compiuta ideologia islamica che si gioca contemporaneamente su tutti i piani: geopolitico, energetico, sulla natura laica o religiosa dello Stato, culturale e di penetrazione jihadista


La Francia e l’Europa devono subire e applicare la legge islamica, la sharia, o difendere la laica civiltà dei Lumi? Questo è il vero nodo dello scontro epocale, del nuovo Kulturkampf, che si è aperto tra il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. E che si combatte in questi giorni.

Una fase radicalmente nuova che arricchisce di temi fondamentali la tradizionale lotta occidentale al terrorismo. E che coglie il nodo delle ambiguità e complicità di tanta parte del mondo islamico (a partire da quelle di Erdogan) nello stesso contrasto al jihadismo terrorista (spesso ribaltato in connivenza).

Macron, con un originale spessore intellettuale e politico, innova il paradigma della lotta al terrorismo islamico, supera il semplice paradigma securitario, giudiziario e difensivo e va alle radici. Individua la genesi, la madre del terrorismo, nella cultura dell’Islam fondamentalista: la pretesa di imporre la logica shariatica in Europa. Grande mare, apparentemente pacifico (dal quale pure vengono solo verbali solidarietà dopo gli attentati jihadisti), nel quale invece nuotano e dal quale nascono i terroristi e gli jihadisti.

Con efficacia, Macron enuclea, in una frase a grande effetto e provocatoria, il terreno dello scontro: «Il diritto alla blasfemia». Essenza del pensiero liberale, contro tutti i complici opportunismi e ipocriti distinguo, emersi in tanta parte del establishement culturale e politico francese sulla strage di Charlie Hebdo.

Erdogan, da parte sua, comprende perfettamente la posta in gioco, l’attacco frontale di Macron al rafforzamento in Europa di un Islam totalitario, morte e sconfitta definitiva dell’universo laico, e ora scatena la grande Fratellanza Musulmana nella lotta per imporre egemonia culturale islamica alle stanche coscienze europee.

Macron, con straordinaria intuizione, riprende la bandiera di Papa Ratzinger, che la Chiesa di Francesco ha opportunisticamente ammainato: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Fuori dal contesto teologico ma esaltando la piena concezione liberale dello Stato, contrappone i Lumi alla ideologia islamista, che fa della sottomissione islamista lo sfregio alla laicità.

Ratzinger a Ratisbona citò e approfondì, facendola sua, la critica al jihad, essenza dell’Islam dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo: «Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire, né di qualunque braccio con cui si possa minacciare una persona di morte».

Fu allora la Turchia di Erdogan a scatenare la rivolta islamica contro la prolusione di Ratisbona di Papa Ratzinger, a difesa del nucleo intrinseco della separatezza tra fede e ragione, costituito dalla logica del dogma musulmano del jihad. È oggi la Turchia di Erdogan, accusando Macron di demenza, a rilanciare, in piena continuità con le manifestazioni islamiche di massa contro Ratzinger sul caso di Charlie Hebdo, la rivolta islamica contro l’orgogliosa affermazione di Macron della preminenza dei dettati della Civiltà dei Lumi sul fondamentalismo islamico.

«L’Islam è in crisi»: da qui parte Macron, con coraggio sprezzante del politically correct, con la lucidità di chi non intende «combattere una religione, ma un’ideologia», quello che definisce «separatismo», propugnato da quella forte componente musulmana, apparentemente moderata, che ritiene che in anche Francia, in Europa, le leggi della Repubblica debbano essere sottomesse alla prescrizione della legge islamica, della sharia. Proprio come nei paesi musulmani. Terreno di cultura, questo, sul quale germinano i terroristi e gli jihadisti che con i loro attentati non intendono, come si dice sui media, seminare terrore – caratteristica questa del terrorismo occidentale – ma semplicemente applicare la sharia, come fecero i fratelli Kouachi che infatti applicarono la norma shariatica che prevede la morte per gli autori di blasfemia di Charlie Hebdo, così pure al Bataclan e all’Hyper Kasher, nei boulevards di Parigi per punire la promiscuità, a Tolosa per punire gli ebrei «trasformati in porci e scimmie», così pure la decapitazione di Samuel Paty.

La rilevanza di questo nuovo Kulturkampf che si sta combattendo tra Europa e Islam fondamentalista si comprende solo se si prende atto della straordinaria forza che in realtà esprime Erdogan e che non a caso si allarga poi al terreno della geopolitica.

Erdogan infatti rappresenta un Islam che è riuscito a fare fallire dal basso, con pieno e cosciente coinvolgimento popolare, il più radicale e serio progetto mai applicato di costruire uno Stato laico in un paese islamico. Grazie a un pieno e convinto voto popolare maggioritario (assolutamente democratico dal 2002 sino quantomeno al 2016), Erdogan ha infatti affossato in Turchia lo Stato laico, le leggi e la Costituzione laica voluta da Kemal Atatürk.

Sul fallimento compiuto del laicismo kemalista, condiviso dalla netta maggioranza degli elettori turchi, Erdogan ha poi innescato una modernissima e irruente crescita economica che ha rafforzato e concretizzato la possibilità di condurre una politica neo-ottomana, che ha portato la Turchia allo status odierno di grande potenza regionale espansiva ed egemonica. Si badi bene, all’inizio Erdogan, dal 2003 sino al 2013, ha sviluppato una politica estera accomodante all’insegna del «zero problema con i vicini» teorizzato dal suo ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu. Strategia che ha però poi ribaltato nel suo opposto: in un interventismo esterno frenetico, dopo che la Turchia si è rafforzata economicamente, approfittando degli immensi spazi offerti dalle primavere arabe e dalla crisi o dal crollo dei regimi arabi.

Oggi Erdogan è determinante nella crisi della Siria, è egemone in Libia, ha creato la crisi bellica del Nagorno Karabakh, tratta alla pari con Vladimir Putin dal quale riceve i missili S-400 anti Nato, ha costruito un forte network di relazioni di potere nell’Africa islamica (non solo in Somalia) e sfida con una “politica delle cannoniere” la Grecia, la Francia e l’Europa nella strategica contesa per lo sfruttamento degli immensi giacimenti metaniferi del Mediterraneo orientale.

Questo è il formidabile sostrato dello scontro tra potenze e nazioni mediterranee sul quale si innesta il Kulturkampf tra Islam e laicità combattuto contro Macron e l’Europa.

Il tutto, incrociato con un elemento di nuovo strategico che arricchisce la sua forza di penetrazione politica e religiosa: Erdogan è riuscito ad imporsi come leader mondiale, riconosciuto e indiscusso, dei Fratelli Musulmani, il più grande e diffuso partito politico presente in tutti i paesi islamici del pianeta.

Ha quindi spaccato in due l’universo sunnita, in frontale contrasto con la componente che fa capo all’Arabia Saudita e all’Egitto.

Non stupisce quindi che riesca oggi a proporre con successo il boicottaggio delle merci francesi fino al Pakistan, anche se deve subire a sua volta il boicottaggio delle merci turche lanciato dall’Arabia Saudita.

È la prima volta dunque, dalla caduta dell’Impero Sovietico e da quella che fu dichiarata “morte delle ideologie”, che si concretizza nel Mediterraneo uno scontro frontale e aggressivo tra l’Europa e una compiuta ideologia islamica che si gioca contemporaneamente su tutti i piani: geopolitico, energetico, sulla natura laica o religiosa dello Stato, culturale, di penetrazione jihadista.

Con un di più: nel Kulturkampf in atto, Erdogan e l’Islam fondamentalista giocano la carta della conquista delle coscienze e dei favori dei musulmani che vivono in Europa, passati dal 2010 al 2016 da 19,5 a 25,8 milioni, con un rapido aumento del 32%. Milioni di fedeli che Erdogan intende trasformare in una sorta di nazione (ne ha ormai la massa critica) per imporre al Vecchio Continente la sua visione del mondo.

Nel dichiarare che «I Musulmani in Europa vivono come gli ebrei sotto il nazismo», Erdogan non teme il ridicolo, ma sa che verrà vissuto da parte dei musulmani in Europa come il loro difensore fidei. Allarga dunque a tutto il Vecchio Continente il suo Kulturkampf contro la Francia. Si propone come paladino, come leader dell’Islam, in una Europa che ha peraltro già penetrato con centinaia di Imam e con la costruzione di centinaia di moschee. Macron ne ha preso atto e lo combatte.

Ma purtroppo l’Europa (figurarsi l’Italia di Di Maio) non riesce neanche a comprendere la posta in gioco.

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