L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 ottobre 2020

La Corte Costituzionale strizza l'occhio alla politica, è sua complice in tutto e per tutto soprattutto quando c'è da taglieggiare gli italiani, pensionati o non

Pensioni Inps, che cosa ha deciso la Corte costituzionale



La decisione della Corte costituzionale sui “tagli relativi alla perequazione delle pensioni lorde Inps” (da 1540 euro/mensili/lordi in su) e sul “contributo obbligatorio di solidarietà” per le pensioni lorde superiori a 100.000 euro/anno. L’intervento di Michele Poerio e Stefanio Biasioli

E voilà! La Corte Costituzionale ha esaminato due giorni fa le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Milano e da parecchie Sezioni regionali della Corte dei Conti (tra le quali, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sardegna e Toscana) in relazione ai tagli della spesa previdenziale previsti dalla Legge 145/2018 (art.1, c. da 261 a 268).

Per dirla in parole povere “i tagli relativi alla perequazione delle pensioni lorde Inps” (da 1540 euro/mensili/lordi in su) e un “contributo obbligatorio di solidarietà” per le pensioni lorde superiori a 100.000 euro/anno.

Pochi lettori si ricorderanno che la mancata rivalutazione era prevista per 3 anni (2019-2020-2021) mentre il “furto” relativo al contributo di solidarietà era previsto addirittura per 5 anni (dal 2019 al 2023) ossia per un biennio eccedente la durata della legge triennale di bilancio.

Si tratta di tagli previsti per l’ennesima volta, ossia di una stangata che ha colpito ripetutamente i “pensionati ricchi” negli ultimi venti anni!

Pensionati ricchi? Voi pensate che, oggi, una pensione lorda superiore a 5 volte il minimo Inps sia una pensione ricca? Voi no, ma la Corte Costituzionale sì.

Nel comunicato del 22 ottobre le ha definite tutte “di importo elevato”. Voci di corridoio ci hanno detto che la decisione della Corte è stata presa dopo una discussione prolungata e serena. Sarà stata anche serena, ma la decisione finale (si veda il comunicato stampa della Corte) è stata “pilatesca”.

La Corte infatti ha ritenuto “legittimo il raffreddamento della perequazione, in quanto ragionevole e proporzionato”.

Capite? “Ragionevole e proporzionato”. Ragionevole a fronte di che? Dell’entità della pensione lorda o delle necessità dei buchi assistenziali dell’Inps? Proporzionato a che?
A finalità oscure dell’utilizzo dei denari relativi alle parzialissime/mancate rivalutazioni, denari forse usati per il reddito di cittadinanza e comunque sottratti al bilancio previdenziale Inps?

Ma non finisce qui.

Continua il comunicato della Corte Costituzionale: “E’ stato ritenuto legittimo anche il contributo di solidarietà, ma non per la durata quinquennale, perché eccessiva rispetto all’orizzonte triennale del bilancio di previsione dello Stato”.

Qui l’atteggiamento pilatesco della Consulta tocca il massimo.

È ovvio che una norma economica (positiva e soprattutto negativa) non possa taglieggiare le pensioni per il biennio che scavalca l’anno 2021, vista la durata triennale (2019-2020-2021) del bilancio previsionale dello stato. Norma ovviamente assurda. Ma non ci sarebbe voluta la Corte Costituzionale a sancirlo. Sarebbe bastato che Mattarella (o chi per lui, al Quirinale) se ne fosse accorto, per cassare i tagli del biennio 2022-2023.

Comunque sia, questa è l’Italia di oggi.

Una Italia in cui la Corte Costituzionale smentisce se stessa (sentenze dal 2015 in poi) e in cui, soprattutto, la stessa Corte si fa beffe degli articoli 3,36,38 e 53 della Costituzione, violando i diritti dei pensionati. I diritti a vedersi versata, mesi dopo mesi, una pensione correttamente maturata e certificata dall’Inps, come da documentazione in possesso di ogni singolo pensionato.

Questa è l’Italia di oggi.

Un’Italia in cui si dà il reddito di cittadinanza a “cani e porci” (financo ai detenuti, ai mafiosi e agli evasori fiscali) e si massacrano, per l’ennesima volta in 20 anni, i soliti noti. Quelli che non possono sfuggire al fisco e alla tenaglia dell’Inps.

Noi, per un commento analitico della decisione, attenderemo la sentenza, che verrà depositata nelle prossime settimane.

La analizzeremo con calma e poi completeremo il nostro pensiero.

Quaero et non invenio, meliora tempora (Diogene).

Ci sarà pure un giudice a Berlino. Anche se “quel giudice” finora è stato molto sulle sue.

Michele Poerio – Segretario Generale CONFEDIR e Presidente nazionale FEDERSPeV
Stefano Biasioli – Past President CONFEDIR Segretario APS LEONIDA

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