L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 ottobre 2020

La creatività uccisa dall'Utile ripetitivo e mediocre del Capitale

Costanzo Preve e la metafora dell'ostrica

di Salvatore Bravo
15 ottobre 2020

Utile senza creatività

Il capitalismo assoluto non conosce creatività, ma solo risultati. L’utile imperante è capace di riprodurre lo stesso modello in forme avanzate e sofisticate, ma non di deviare il percorso per nuove visuali. In ogni ambito del sapere si assiste alla riproduzione secondo lo stilema del frattale, si riproduce in scala sempre più grande lo stesso sistema, il medesimo meccanismo, estendendo le stesse capacità tecniche, ma restando all'interno dello stesso paradigma. Tale condizione è peculiare del capitalismo assoluto, in cui non si crea, ma si produce. La ragione dell’assottigliamento della creatività è nell’utile, quale orizzonte unico e monodimensionale verso il quale la collettività senza comunità si muove. Ogni atto e comportamento che non abbiano finalità immediate sono socialmente esposte all’irrisione. L’omologazione avviene in nome dell’utile. L’evidente decadenza e sterilità di questo modello, è occultato sapientemente dall’esaltazione delle differenze, dalla moda arcobaleno, che cela dietro gli strepiti delle differenze ostentate lo stesso modello. Si corre verso l’inclusione, ad ognuno dev'essere dato il diritto di esporsi e vendersi nel mercato. Si potrebbe affermare che la collettività sia schiacciata nel segno della stessa lingua e della stessa temporalità.

La lingua ha il lessico del mercato che si coniuga con la temporalità disposta sul solo presente. L’utile ha le sue prescrizioni, per essere realizzato devo veicolare l’attenzione solo sul risultato immediato isolandolo da ogni estensione temporale radicata nel passato e nel futuro. Il dato è, in tal modo, filtrato attraverso il linguaggio dell’efficienza economica.

La creatività non conosce l’utile, ma si congeda da esso. La sua disposizione temporale opera su segmenti temporali estesi: il creatore non si autopercepisce come proveniente dal nulla, in egli vive la tradizione con i suoi concetti e con le sue storie, è al servizio dell’umanità, perché sente di essere parte di essa, di conseguenza si eleva dal tempo coevo per allargare lo sguardo ed il messaggio al futuro. Trascendere l’attimo, orientarsi verso segmenti temporali estesi implica il rischio del fraintendimento e dell’isolamento. La creazione mette in gioco le energie culturali e caratteriali della persona. L’utile è rassicurante, poiché il riconoscimento è automatico, non esige particolari doti di resistenza e motivazione, ma solo impegno e la mediocre costanza con la quale arpionare il risultato. Le competenze e le conoscenze dell’utile possono essere altissime, ma sono al servizio dell’utile personale e non della storia. Se i grandi geni, le immense creazioni sembrano scomparse dall’ordine dell’occidente globalizzato, non è una casualità, l’utile nella forma anglofona divora la creatività per la produzione, esalta la mediocrità per guardare con occhio bilioso il creatore, in quanto minaccia al plusvalore. L’utile è performativo e senza il consenso degli intellettuali non potrebbe essere legittimato.

Ovunque scompare la formazione per la passione, per il sapere sostituita dalla didattica breve che garantisce mediocri risultati subito spendibili, ma che sostiene la decadenza creativa, anzi, a tale parola è associata il rinforzo dell’utile ed il gioco libero e breve, che deve garantire il ritorno all’utile. Nelle scuole è ora di moda, la giornata o le giornate della creatività, ovvero, per alcuni giorni si suona e si dipinge, per poi tornare all’utile quotidiano. Si apre una parentesi di libertà, si concede al prigioniero un’illusione di libertà nella forma della regressione infantile. La creatività è calunniata nel suo significato. Naturalmente la creatività è costanza, impegno, disciplina, passione, tutto questo è sostituito con lo spettacolo che offre a chiunque “la sensazione” di essere liberi creatori.

La metafora della perla

In La quarta guerra mondiale Costanzo Preve distingue l’intellettuale dal creatore critico, il primo è organico al potere, lo riproduce fedelmente, il secondo crea concetti. Gli intellettuali di regime non hanno la funzione di creare, di deviare dal cammino prestabilito dalla finanza, ma devono riprodurre il sistema, lo esaltano come “il migliore dei mondi possibili”. Dinanzi alle contraddizioni che, malgrado loro, non possono essere rimosse, constatano che non c’è alternativa. Gli oratores si spingono fino al limite, criticano il sistema, ma ne constatano che non è trascendibile, per cui dinanzi ad una pericolosa deriva fascista e comunista sempre alle porte e mai trascorsa, invitano a tollerare l’insopportabile. L’intellettuale organico non crea, ma lavora contro la creatività, inocula nel tessuto sociale il disprezzo per la creatività fine a se stesa, in tal modo neutralizza l’alternativa, riproduce il sistema diventandone il gendarme. E’ parte del sistema di controllo, dissuade dal seguire le proprie passioni se sono disfunzionale al sistema. Il creatore critico, invece, elabora alternative, scegli se stesso per donarsi spontaneamente agli altri. Realizzare la propria indole è già creatività, è testimoniare che un altro modo di vivere è possibile. La libera elaborazione di concetti e prospettive è un dono alla comunità, significa donare uno sguardo divergente con cui rivivere la storia, ripensarla e divenirne partecipe. Costanzo Preve con la metafora dell’ostrica e della perla, mediante un’immagine vuole rappresentare la bellezza dell’atto creativo: l’ostrica produce la perla spontaneamente, da se stessa, nel rispetto dei suoi tempi, la perla non è il risultato, ma “movimento spontaneo interiore”. Intorno alla perla si sviluppa la comunità e la politica, perché senza fondamento non vi è che il pulviscolo dell’utile che conosce solo la violenza dello sguardo acquisitivo. Alla libera estorsione del plusvalore si giunge non solo con lo sfruttamento del lavoro, ma specialmente privando i dominati della possibilità di produrre perle. Il capitalismo assoluto o totalitario si adopera per inibire ogni forma di creatività e sostituirla con la violenza degli automatismi, con l’omologazione dei gusti, con l’eliminazione della coscienza infelice1:

Il capitalismo senza classi è anzi molto più vergognosamente diseguale e barbarico di quello tradizionale, prima da me definito “dialettico” in linguaggio hegeliano. Il fatto che la forma di merce, assolutizzata e totalitaria, si impadronisca di tutti gli ambiti della riproduzione sociale, infrangendo persino i vecchi confini mobili delle identità storiche delle due classi fondamentali, porta ad una nuova polarità fra l’oligarchizzazione, da un lato, e la plebeizzazione dall’altro. Ma l’oligarchia non è più borghesia, e la plebe non è più proletariato, così come i ceti medi declassati e resi “flessibili”, la cui fidelizzazione al sistema è soltanto più passiva ed ideologica, non sono più “piccola borghesia”.

Ma questo richiede alcune osservazioni supplementari.

25. Il concetto di capitalismo senza classi (ed insieme con differenziali crescenti di disuguaglianza in tutti gli ambiti della vita associata) è dunque solo una derivazione concettuale secondaria del concetto primario di capitalismo speculativo. Il concetto di capitalismo speculativo ci dice soltanto (ma è già moltissimo!) che la traiettoria storico-temporale del modo di produzione capitalistico non è caratterizzata dalla permanenza illimitata della dicotomia Borghesia/Proletariato (a meno che vogliamo limitarla alla pura definizione economica di proprietari privati o meno dei mezzi di produzione fondamentali), ma è caratterizzata da una dinamica illimitata di produzione di merci, il che comporta di conseguenza l’intrusione della forma di merce in tutti gli ambiti della vita quotidiana, salvati in vario modo dalle precedenti classi sfruttatrici, dispotico-comunitaria, asiatica, schiavistica, feudale, signorile e borghese-capitalistica”.

Si può scegliere se essere parte del circo mediatico, se diventare funzione dell’immenso apparato di riproduzione, oppure alzarsi dal banchetto ed intraprendere un nuovo percorso. La creatività implica partorire una nuova anima, ogni parto è doloroso e rischioso, ma è l’unico modo per dare un significato alla propria esistenza comunitaria, per scoprirla interna al passato, al futuro ed al presente.

Note
1 Costanzo Preve Eugenio Orso Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo. Petite Plaisance Pistoia 2010 pag. 35

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