L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 13 ottobre 2020

L'Euro è un Progetto Criminale nonostante le fake news degli euroimbecilli ogni tanto escono le contraddizioni

Euro: una moneta a debito?

13 ottobre 2020


La lettera dell’avvocato Antonio de Grazia

Gentile direttore,

quando si parla di euro, si schierano le tifoserie: da una parte gli eurolirici, e dall’altra gli italexit.

Fino all’entrata dell’euro, la nostra piccola Italia – quando aveva bisogno di liquidità – aveva due chances:

a) emettere titoli di Stato, con scadenza e remunerazioni differenti, e dunque poteva indebitarsi con soggetti terzi (anche con la Banca d’Italia, che ne sosteneva il prezzo con gli acquisti);

b) stampare moneta, ossia creare dal nulla faustianamente il danaro (anche se tale operazione poteva produrre inflazione, o condurre ad una svalutazione della lira, e quest’ultima aveva lo scopo di rendere più competitive le nostre esportazioni).

Con l’introduzione dell’euro, si fa una scommessa sul futuro europeo e su una integrazione omogenea e standardizzata delle varie economie nazionali.

Come è noto, il tasso di cambio fra valute “è il prezzo di una moneta in termini di un’altra” (Antonio Martino).

“L’adozione di un cambio perfettamente fisso significa rinunzia all’autonomia della politica monetaria” (sempre A. M.).

Di fatto, il valore intrinseco di una moneta è la forza misurabile della sua economia nazionale: se una moneta è forte, ciò sta ad intendere che la sua economia nazionale è in ottima salute.

E i mercati prezzano, con il tasso di cambio, il valore delle singole economie nazionali. L’Italia, al tempo della lira, era soggetta a periodiche svalutazioni.

Ma aveva il diritto e la possibilità di esercitare autonomamente la politica monetaria.

È compatibile la rinuncia all’autonomia monetaria con il concetto di sovranità dello Stato?

La sovranità è la qualità giuridica di uno Stato Nazione, il suo essere potere originario e indipendente da ogni altro potere.

La costruzione imperfetta dell’euro, il deficit democratico dell’Unione Europea non sembrano aver compreso lo squilibrio attuale.

L’euro, una moneta a debito, sta creando debito.

Così è se vi pare.

Un caro saluto.

Nessun commento:

Posta un commento