L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 ottobre 2020

Lo strumento covid/lockdown/coprifuoco che l'Occidente ha scelto per resettare l'economia ancora deve dispiegare compiutamente la sua azione e quindi le proteste in Thailandia ancora non possono fare da detonatore per lo tsumani dei debiti sovrani in quanto la Fed si guarda bene di finire gli allentamenti economici che sta facendo per accompagnare la crisi che si ribadisce è iniziata a settembre del 2019 negli Stati Uniti nel settore interbancario improvvisamente in crisi di liquidità

Le proteste in Thailandia non hanno eco mediatica, ma potrebbero fare da detonatore a una crisi dei debiti sovrani

23 ottobre 2020

Le imponenti proteste pro-democrazia a Bangkok, il 14 ottobre 2020. Lauren DeCicca/Getty Images

L’appeal mediatico non è qualcosa che si possa improvvisare. Ne sanno qualcosa i manifestanti che da oltre dieci giorni stanno facendo fibrillare la Thailandia, tanto da aver costretto il governo alla proclamazione dello stato di emergenza e a una stretta sui social network.

Di fatto, la loro lotta contro l’eccessivo potere ancora in mano alla monarchia e per le dimissioni del premier Prayuth Chan-ocha non pare aver sfondato in Occidente: pochi reportage, notizie fugaci nelle sezioni esteri dei giornali e qualche breve servizio sui tg. Nessuna campagna di solidarietà, nessun vip nel ruolo di testimonial. Nemmeno l’adozione da parte della folla del gesto delle tre dita al cielo reso iconico da The hunger games pare aver migliorato la situazione: il livello della repressione sale e il sovrano Maha Vajiralongkorn, testa regnante più ricca al mondo, rimane asserragliato nel suo pacifico esilio dorato di Palazzo.

Ma qualcosa potrebbe cambiare, da un momento all’altro. E i manifestanti thailandesi balzare agli onori delle cronache con un livello di eco mondiale pari ai dissidenti pro-democrazia di Hong Kong o i manifestanti di Black Lives Matter negli Usa. Il motivo di questa ascesa nell’Olimpo delle causa degne di nota, però, avrebbe ragioni tutt’altro che politiche o di difesa dei diritti umani: il rischio di una crisi asiatica dei debiti sovrani che, giunta com’è al livello quasi massimo di espansione della bolla, potrebbe necessitare a questo punto solo di un surplus di instabilità politico-sociale per esplodere e propagarsi all’intero continente. Il classico detonatore.

A lanciare l’allarme, il solito Jim Reid di Deutsche Bank e i contenuti della sua messa in guardia sono tristemente familiari agli europei del Sud e agli italiani in particolare: il rischio di un doom loop fra detenzioni di debito sovrano che vadano fuori controllo e sistema bancario. Al centro della disputa il cosiddetto shadow Qe, ovvero la via asiatica ai programmi espansivi da parte delle Banche centrali che non contemplino acquisti diretti di assets da parte di queste ultime.

A rendere efficace la ricetta alternativa dei Paesi emergenti verso la reflazione, un mix di leverage del sistema bancario attraverso moral suasion politica, fornitura di liquidità da parte dell’Istituto centrale, curve dei rendimenti talmente ripide da incoraggiare il carry trade, politiche regolatorie che prevedano tagli sistemici ai requisiti di riserva e allegri alleggerimenti delle regole di accountability. Oltre al tocco finale di ratio fra prestiti e depositi in caduta libera che alleggeriscano i bilanci bancari grazie a un aumento del tasso di risparmio a fronte di domanda debole. Alchimia pura. E instabile come nitroglicerina.

C’è infatti un problema, almeno stando all’analisi di Jim Reid: “Se si guarda alla situazione in cerca di future, potenziali crisi strutturali, ecco che quanto sta sviluppandosi nei mercati emergenti rappresenta la fotocopia del nesso fra debito sovrano e banche che ha fatto grippare l’area euro nel 2010-2012“. Con una sostanziale e immediata differenza, al netto della solidità differente dei due blocchi economici: l’enorme indebitamento in valuta estera della gran parte dei mercati asiatici, tale da essere il proxy quasi preferito dagli analisti per valutare paradossalmente la bontà delle mosse di medio-lungo termine della Fed, ovvero dell’entità che decide i destini del dollaro. Il precedente più recente è quello del cosiddetto Taper tantrum innescato nella primavera del 2013 dalla pressione operata dal board della Federal Reserve, in cui all'epoca sedeva un Jerome Powell in versione falco, sull'allora numero uno Ben Bernanke per cominciare una progressiva politica di ritiro degli stimoli monetari e normalizzazione dei tassi. Immediatamente, le economie di Indonesia e Malaysia patirono un devastante dollar squeeze dei propri debiti esteri, seguite a ruota dall’India. Lo scossone si diffuse a macchia d’olio e con magnitudo da tsunami, tanto che la crisi da svalutazione delle valute emergenti che ne seguì permise a Morgan Stanley di coniare una delle sue proverbiali formule, The fragile five. Ovvero Brasile, India, Indonesia, Turchia e Sudafrica, nazioni le cui monete patirono i crolli peggiori dal rafforzamento del biglietto verde.

Questo grafico mostra quale sia la situazione attuale attraverso i livelli di esposizione di Banche centrali e istituti commerciali domestici dei vari Paesi emergenti ai rispettivi debiti sovrani:
Deutsche Bank

stando a calcoli di Deutsche Bank, il 65% di tutte le emissioni del 2020 sono state assorbite da banche locali, stracariche quindi di carta che si presenta risk-free soltanto grazie alla garanzia implicita della Fed di tassi fermi a zero per un periodo pressoché infinito di tempo. C’è però un’insidia immediata all’orizzonte, connaturata a quelle economie e al rischio di una fiammata dei prezzi dei generi alimentari in Asia: un ritorno in grande stile dell’inflazione, infatti, potrebbe spingere le Banche centrali delle nazioni emergenti a un drastico e forzato innalzamento dei tassi di interesse o, in alternativa, al ritiro dal mercato dell’extra-liquidità a costo pressoché zero di cui stanno godendo da mesi quelle economie.

Per Jim Reid, “una dinamica simile porterebbe a un immediato cambio degli incentivi che stanno alla base del concetto di shadow Qe, il quale infatti – a differenza del Qe classico utilizzato dalle Banche centrali nei Paesi sviluppati – è terribilmente sensibile alle variazione di prezzo”.

E questo altro grafico mostra come le valute dei mercati emergenti abbiano appena raggiunto il livello di apprezzamento massimo massimo attraverso il proxy offerto dal paniere MSCI-EM.

Bloomberg

Uno shock, quindi, potrebbe essere fatale. E auto-alimentante.

Anche ricordando appunto la reazione delle monete di molti Paesi emergenti al mero porre in discussione il ritiro dello stimolo da parte della Fed nel 2013. Inoltre, in un report separato altri due analisti della banca tedesca, Mallika Sachdeva e Oli Harvey, hanno fatto notare come proprio lo shadow Qe abbia garantito a molti governi di Asia, America Latina ed Europa centro-orientale (Ceemea) di finanziare grandemente i loro deficit quest’anno, permettendo altresì alle rispettive Banche centrali di evitare l’onere di imbarcarsi in ampi programmi di Qe ufficiali.

Conclude Jim Reid: “Se questa condizione dovesse mutare, allo stesso modo e con medesima modalità lo farebbe anche il clima di calma che regna sui debiti dei mercati emergenti. Storicamente, l’aumento del tasso di indebitamento è prodromico allo sviluppo di crisi future. A mio avviso, il trend in atto rende il quadro attuale dei mercati emergenti un laboratorio molto interessante da monitorare”.

E attenzione, perché questi due grafici mostrano una dinamica entrata in gioco ieri nel pre-market americano, poco prima dell’apertura di Wall Street e in fase di presa d’atto del picco di ottimismo raggiunto nella sessione overnight dai prezzi dei futures, spinti dalle notizie su un possibile accordo sul nuovo piano di stimolo federale Usa.
Bloomberg/Zerohedge

Il rendimento del Treasury a 10 anni è arrivato allo 0,8% per la prima volta da giugno (sopra), mentre la curva dei rendimenti 5-30 anni ha sfondato addirittura il livello massimo da quattro anni (sotto).

Bloomberg

Spingendo quindi al ribasso i future per quello che paradossalmente si può definire panico da eccesso di reflazione. Insomma, il canarino nella miniera del mercato Usa pare aver cominciato a tossire, invitando tutti a prendere atto di come si fosse appena sfiorato un livello di percezione di stimolo fiscale talmente ampia da tramutarsi in controproducente per gli assets più rischioso. Tradotto, talmente tanta reflazione da far paura a Wall Street in chiave di tassi futuri. Per qualche istante, insomma, si è vissuta un’anteprima della sensazione che offre ballare il tip-tap sulla sottile lastra di un lago ghiacciato. E se negli Usa il canarino dei tassi di interesse tossisce, quello dei mercati emergenti risulta subito positivo. E sintomatico.

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