L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 ottobre 2020

Lo strumento covid/lockdown/coprifuoco serve per il Grande Reset dell'economia e le televisioni, giornaloni, giornalisti di professioni complici ci danno quotidianamente la nostra dose di terrore. Euroimbecilandia è stanata nella sua inadeguatezza, d'altra parte era stata costruita per portare avanti il Progetto Criminale dell'Euro che certamente non si basava sulla solidarietà ma sulla divaricazione sempre più marcata tra le disequaglianza tra gli stati e all'interno dei questi. Assumere un milione di giovani nella pubblica amministrazione è il vero investimento strutturale che si potrebbe fare

SCENARIO/ Sapelli: la ricetta Visco può ancora salvarci, Conte cosa aspetta?

Pubblicazione: 24.10.2020 - Giulio Sapelli

Visco ha evidenziato i problemi che il debito privato può portare alla crescita e alle banche. Il Governo continua però ad adottare le misure sbagliate

Ignazio Visco, governatore di Bankitalia (LaPresse)

La nuova onda pandemica sembra possedere una forza maggiore di quella che si rileva analizzando il rapporto tra tamponi effettuati e casi di infetti e comparandolo statisticamente con il numero di tamponi effettuati nel tempo sino a oggi. È la forza devastante dell’universo simbolico creato dalle tv. Da tale comparazione si evince che gli infetti – comparativamente ai tamponi effettuati – sono oggi percentualmente meno numerosi di questa primavera. Ma questo è un dato che non giunge alle popolazioni italiane. Esse sono preda di un universo simbolico da cui pare bandita ogni argomentazione razionale. Esso è costruito potentemente dalla propaganda di governo e della televisione: si diffondono paura e sgomento invece che quell’assertività e quella calma che devono in primis appartenere a coloro che hanno l’onore e l’onere del governo. Si sta invece operando in tutta diversa forma, con un’artificiosità comunicativa che fa spaventare chi ancora crede – come chi scrive – nel ruolo di un’opinione pubblica informata e non invasa da oppiacei e da liturgie magico-rituali come quelle a cui assistiamo ogni giorno.

La stessa cosa accade in quella che un tempo si chiamava lotta politica. Oggi è stata sostituita anch’essa da una lotta mediatica ben diversa da quella di cui parla Sartori nei suoi brillanti saggi politologici. Oggi la televisione è ben diversa. Diffonde non informazioni e narrazioni che pur possono essere di parte, come sempre è stato. Oggi si va ben oltre. Il dibattito non esiste più perché si è creata una melassa simbolica in cui tutto è indistinto e solo rimane la divisione tra governanti e governati, dove i governati e le forze politiche (?) che li rappresentano debbono, per entrare – sì “entrare” – nel “mezzo”, ossia nella scatola televisiva, farsi complici dei riti oppiacei che non consentono ai più di formarsi un’opinione, ma solo di essere spettatori di una girandola di insulti, gesti maleducati, maldicenze, avvisi di garanzia, proclami di procuratori. Su tutte le favole magico-rituali spiccano quelle che potremmo chiamare le messe (non cattoliche, non protestanti…) europee, ossia quelle che celebrano i riti del salvatore europeo. Forma di un nuovo disarmante paganesimo senza belve nel circo che sbranano i veri credenti (sinora).

Veniamo al dunque. In tutto questo profluvio rituale è sfuggita un’argomentare razionale sotto traccia tra Ignazio Visco e Roberto Gualtieri che è la vera nobile verità di questi giorni. Interessante dibattito e confronto non più esorcistico sul Mes che intercorre tra queste due cuspidi del governare. Il governatore della Banca D’Italia è stato chiaro soprattutto nel corso del suo intervento – non recentissimo ma assai importante – all'”oficialista” Festival dell’Economia trentino. In quel tempio espresse un chiaro concetto, ossia che il problema del Mes era “lo stigma”: “stigma”, ossia discreto, dubbio, problema di credibilità e di fiducia. Il ricorso al Mes potrebbe vieppiù screditarci sui mercati internazionali.

Il ministro Gualtieri, che, com’è proprio della saggia tradizione politica a cui appartiene, tiene in gran conto i giudizi di Banca d’Italia, continua a sostenere la stessa tesi. Pochi giorni fa ha precisato che i denari effettivamente conseguiti con il ricorso al Mes sarebbero quelli del risparmio degli interessi, cifre ben inferiori a quelle sbandierate in tutte le salse: dai miliardi si passa a un paio di centinaia di milioni che pur sarebbero sufficienti, assommati al debito pubblico, a sottoporci alle procedure d’infrazione, mai eliminate. Ma sono proprio questi risparmi su cui i devoti europeisti – senza ragione ma con credenze rituali manicheo-simboliche – insistono. Ma dimenticano “lo stigma” e soprattutto dimenticano che – visto che il debito salirà alle stelle in Italia così come in altri Paesi e visto che, di contro, la Germania si appresta, come ha dichiarato, a richiedere i fondi del Recovery fund senza far ricorso ai debiti, ma solo ai sussidi – la Germania sarà l’unica nazione, di fatto, ad accedere senza “stigma” alle procedure negoziali di gestione degli sforamenti debitori secondo le regole dei Trattati (il Mes è un Trattato).

Tutto questo in un orizzonte minaccioso. Da entrambe le recessioni (2008-2009 e 2011-2013) l’Italia sembra ancora non essere del tutto uscita e su di essa si abbatte ora un pandemia che potrà essere drammatica per le sue conseguenze sociali. Nel 2018 e 2019 la crescita dell’economia italiana ha rallentato e il divario nei confronti della dinamica dell’area euro si è ampliato.

I motivi per cui, tra il 2008 e il 2019, il Pil italiano è cresciuto sistematicamente meno rispetto agli altri Paesi europei sono innumerevoli. Al netto delle dinamiche che hanno riguardato tutti gli Stati, sono evidente alcune debolezze interne. Certamente il pagamento di interessi passivi sul debito pubblico accumulato nel passato sottrae risorse a investimenti che potrebbero creare ricchezza in futuro. Ma le criticità maggiori sono il tasso di disoccupazione, la bassa produttività del lavoro e soprattutto la bassa Total Factor Productivity, ossia la bassa produttività del sistema sociale e istituzionale nel suo complesso, dalla Pubblica amministrazione alla mancanza di infrastrutture fisiche e online, l’assenza dello stato di diritto in vaste aree del territorio nazionale, i bassi investimenti pubblici in ricerca e istruzione, i fenomeni corruttivi di varia natura, un forte peso dell’evasione e dell’economia non osservata. Su tutti, il gigantesco problema a livello demografico e dell’inattività di giovani che né studiano, né lavorano e sono attivi frequentatori – nella deflazione secolare – delle movide, mentre la produzione del Pil si avvia a essere inferiore all’anno 2000.

In questo contesto risuonano ammonitrici le considerazioni che Ignazio Visco ha scritto recentemente su Il Sole 24 Ore: “La difficoltà …(sta) nel fare le scelte giuste per l’exit strategy dalle ingenti misure di politica monetaria e fiscale messe in campo. Bisogna evitare – scriveva – che una rimozione troppo rapida del sostegno crei un effetto di razionamento del credito che può a sua volta mettere a repentaglio la velocità della ripresa (e infine, drammaticamente) l’alto indebitamento delle imprese finanziarie potrebbe portare a problemi di eccesso di debito generalizzato che ridurrebbe gli investimenti, indebolirebbe la competitività e ostacolerebbe la crescita economica”. Sarebbero necessarie “misure di rafforzamento del capitale da parte dei governi per ridurre la leva finanziaria delle imprese e aumentare la loro capacità di pagare i debiti”. E si richiama anche alla necessità di dar vita a “procedure che effettivamente separino, in uno scenario in rapida evoluzione, le aziende meritevoli di sostegno da quelle non più vitali”.

Insomma, tutto il contrario di quanto sta facendo il Governo, che non crea investimenti in capitale fisso e non appronta misure di crescita con investimenti shock, ma disperde i fondi in misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza, mentre non fa nulla per combattere la povertà assoluta che aumenta sempre più. Le banche non potranno non essere colpite da questo aumento dei debiti, non solo pubblici, ma privati. Il debito privato sarà la vera tara che si troverà ad affrontare ogni possibile ripresa post-pandemica.

In questo senso l’Europa non prepara nessuna risposta: neppure quella darwiniana invocata da Visco e che pure ha una sua ragione d’essere. L’eccessiva complessità delle procedure della tecnocrazia europea stanno minando al cuore l’idea stessa dell’Europa come spazio di civilizzazione compassionevole e che deve però esser sempre vivificatrice. Questo perché lo spirito di potenza comincia ad agire con più forza proprio quando dovrebbe esser dismesso e, se non abolito (è impossibile con queste sequele di Trattati senza una Costituzione), almeno attenuato. Ma anche questo ci è negato.

Sino a quando? Sino a quando non si scatenerà una pandemia di anomia di rassegnazione, di malattia mentale prima che fisica e che veramente porrà in pericolo le nostre radici europee, che sono ben altre da quelle che hanno costruito in questi anni di delirio economicistico e neo-liberista?

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