L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 25 ottobre 2020

L'offensiva contro i popoli dell'Occidente è ormai palese e certa. La resistenza ha bisogno di coraggio, uomini, organizzazioni, strumenti

È IL MOMENTO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE 

di Moreno PasquinelliOTT 22, 2020di SOLLEVAZIONEin POLITICA INTERNA


CON LA DEMOCRAZIA MUORE ANCHE IL LIBERALISMO

Ci sono gli stolti che non vedono il passaggio di regime. Poi ci sono quelli che non vogliono ammetterlo. I primi in buona fede, gli altri in mala, entrambi sono complici della stretta autoritaria, sociale e istituzionale, decisa dai governi d’Occidente (quasi tutti) col pretesto della pandemia. Chi pensa che si tratti solo di una parentesi, che tutto tornerà come prima, si sbaglia.

Negli anni ’70 si adottarono le “leggi speciali” dicendo che erano temporanee, invece sono ancora in vigore. Dopo l’11 settembre, a motivo della minaccia del terrorismo islamista, l’Esercito venne gettato nelle strade delle grandi metropoli. Doveva essere una misura momentanea, ma i soldati sono ancora per le strade.

Davanti alla pandemia è avvenuto un salto ulteriore: il potere ha decretato uno Stato d’eccezione camuffato da Stato d’emergenza sanitaria che oltre a causare una drammatica crisi economica e sociale, calpesta in modo clamoroso i più elementari diritti democratici e fa strame della Costituzione. Cieco chi non vede che le tre cose vanno assieme e si sostengono l’una con l’altra. Con lo Stato d’eccezione il potere, a nome e per conto delle classi dominanti, si sta dotando degli strumenti istituzionali per blindarsi e prevenire l’inevitabile sollevazione popolare.

Che fossimo in un contesto post-democratico lo sapevamo. La “Seconda Repubblica” già nacque con lo stigma del regime oligarchico. Ora si sta andando oltre, il regime, come un serpente, si sta sbarazzando della stessa pelle liberale con la quale si camuffava.

Si sente spesso nel mondo sovranista (statalista per natura) lanciare fuoco e fiamme contro il liberalismo, spesso confondendolo con quello che noi italiani chiamiamo liberismo. Come scrisse Benedetto Croce, è un errore. Questa comprensibile idiosincrasia è pericolosa non solo perché impedisce di vedere cosa sta davvero accadendo, anche perché così ci si priva di un’arma ideologica e politica per contrastare e combattere il potere. Mostrare che esso, davanti alla pandemia, straccia la tradizione liberale, è doveroso se si vuole davvero metterlo con le spalle al muro ed anche farsi capire dai cittadini che hanno accettato lo scambio mortale tra sicurezza e libertà.

Ferma la critica ai paradigmi individualistici e privatistici del pensiero liberale, resta che esso, a partire da John Locke, di contro alle teorie assolutiste, considerava Stato politico ottimale quello che governava in base ai principi della legalità e dello Stato di diritto. Proviamo ad elencarli: il sovrano non è legibus solutus, ma deve anch’esso sottostare alle leggi che la comunità politica si è data; chi governa deve farlo con leggi certe e non per mezzo di decreti estemporanei o ad personam; il Parlamento non può trasferire ad altri il potere di legiferare (tantomeno può consegnarlo ad un dictator); le tasse per finanziare lo Stato debbono godere del consenso della maggioranza dei cittadini.

E’ evidente che il governo Conte sta andando in tutt’altra direzione. Se ben osserviamo cosa esso sta facendo col pretesto di combattere la pandemia e se consideriamo corretto quel che ebbe a sostenere Norberto Bobbio — “Garanzia dei diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale” —, diventa difficile negare che il governo Conte non calpesta solo la democrazia costituzionale, ma gli stessi basilari principi del liberalismo politico. E’ la “Terza Repubblica” che sta nascendo, che occorre impedire nasca.

E se in questa battaglia ci troveremo assieme ai pochi liberali superstiti, se fosse necessario allearsi momentaneamente con loro, lo si dovrà fare senza esitazione, malgrado molti di loro siano anche liberisti. Questo impone la lotta, oggi solo di resistenza, contro il comune nemico, il potere neo-assolutista.

Non dovremmo quindi vergognarci di appellarci a Locke che sosteneva il “diritto di resistenza” ove il potere tentasse di rendere il popolo schiavo. Principio conforme a quello del legittimo tirannicidio di Tommaso D’Aquino.

E’ il momento di una intelligente ma determinata disobbedienza civile, poiché chi non disobbedisce merita solo di essere trattato da schiavo.

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