L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 ottobre 2020

Ma come si fa a non credere alla narrazione ufficiale in cui due aerei fanno cadere tre torri. 11 settembre 2001

19 Ottobre 2020
I picchiatelli prima di FacebookLo stile paranoico della società contemporanea è diventato maggioritario con la serie tv 24

Quelli, anche insospettabili, che spiegano che c’è sempre un complotto dietro a ogni inciampo sono figli di un film di Mel Gibson del 1997, ma senza i complotti e gli intrighi della fiction raccontata in tempo reale interpretata da Kiefer Sutherland non ci sarebbero la metà delle teorie cospiratorie di cui si parla oggi. Nella stagione 2003-2004, per esempio, c’è tutto il 2020

volodymyr hryshchenko, Unsplash

I picchiatelli di Facebook, quelli che sanno sempre quale complotto c’è dietro a ogni inciampo, hanno avuto il film che li raccontava dieci anni prima di esistere. 

Era il 1997, e il paranoico Mel Gibson, non disponendo dei social, in Ipotesi di complotto aveva una newsletter scritta a macchina. Nella quale spiegava – a gente che lo guardava come oggi noi guardiamo quelli che su Facebook scrivono che hanno inventato il virus per vaccinarci i figli e renderli (ancora più) scemi – che la Nasa avrebbe presto tentato di uccidere il presidente. 

Il tassista fuori di testa che vedeva ovunque traffici di multinazionali cattive e funzionari statali corrotti sembrava un’iperbole, e invece era realismo, solo in anticipo di qualche anno.

Poiché la paranoia non era ancora un tema mondiale, e poiché la parte sana del film era Julia Roberts, il trailer faceva sembrare il film una commedia romantica. Anche i picchiatelli amano. 

L’altra sera, in un luogo pubblico, un esponente della classe dirigente non ontologicamente picchiatella (uno più simile a Carlo Calenda che a Paola Taverna) ha abbassato la voce e mi ha spiegato che la Cina ha già il vaccino, e che è tutta una questione economica. Non lo dico pubblicamente perché uno mica può sembrare amico di Bocelli e Montesano, ha aggiunto, mentre io annuivo educatamente. 

Mel Gibson è diventato maggioranza, e la colpa non è di Ipotesi di complotto, ma di 24. 

24 è una serie televisiva che cominciò nel novembre 2001, fatto che oggi pare incredibile: due mesi dopo l’11 settembre, andava in onda una storia che cominciava con una tizia che faceva esplodere un aereo in volo. Oggi le prefiche della suscettibilità urlerebbero all’offesa delle vedove, degli orfani, della nazione tutta: com’era più semplice la vita prima dei social network. 

Come spesso accade con i prodotti popolari, 24 è orrendo senza requie. 

È quel che la tv sapeva volessimo da lei prima che lo streaming le facesse venire il delirio d’onnipotenza: una cosa da tenere in sottofondo mentre cucini, chiacchieri, ti limi le unghie; come quelle radio private in cui si fanno battute sgrammaticate tra una canzone e l’altra. 

E infatti era, all’inizio di questo secolo, il prodotto preferito dal pubblico non sveglissimo e dagli sceneggiatori incapaci; quando qualcuno obiettava «sì ma non è che ogni volta che non sai come andare avanti puoi far arrivare un personaggio nuovo», loro potevano rispondere «E allora 24?». Da quando Netflix l’ha reso disponibile in streaming, c’è un ritorno di moda di «e allora 24?», una scusa per le proprie brutte sceneggiature che non si sentiva da anni. 

Tuttavia, la tremendità dell’originale è difficile da eguagliare. 

La fotografia fa sembrare tutti gli attori convalescenti dal vaiolo; la recitazione è da canile municipale; i colpi di scena, invece di sorprenderti, s’intuiscono venti minuti prima; le sceneggiature sono così piene di buchi da parere scritte sull’emmenthal. 

A un certo punto esplode una bomba nella sede dell’unità antiterrorismo. Una tizia stava facendo il backup dei documenti e rimane ferita così gravemente che viene messa in coma farmacologico. La svegliano dal coma per chiederle su che volume del disco abbia salvato l’ultimo documento, quello senza il quale non possono salvare il mondo. La salvezza del mondo affidata a gente non in grado di ordinare i documenti per data e ora dell’ultimo salvataggio senza che una comatosa le spieghi come si fa. 

24 è perfetto per la nostra cialtroneria media, ma soprattutto sta alle nostre paranoie come Harry ti presento Sally sta alle nevrosi sentimentali: è l’atto fondativo. 

Avevi qualche dubbio su Guantanamo? In 24 si cominciava a torturare la gente prima ancora d’ammanettarla, la pornografia della tortura era la sua caratteristica precipua. 

Sospettavi che i governi fossero in balìa del primo miliardario stronzo? Bastavano delle fialette di virus perché il presidente passasse dal tradizionale «noi non trattiamo coi terroristi» a «ma certo, signor terrorista, che le ammazzo il capo dell’unità antiterrorismo che vuole morto per dispetto, eccolo qui bello sparato per la sua soddisfazione». 

Qualcosa ti diceva che André Gide, con quel suo odio per le famiglie, non avesse tutti i torti? Metà delle prolisse puntate di 24 (la cui convenzione narrativa è che la storia venga raccontata in tempo reale, ventiquattro puntate da un’ora che coprono una storia che si svolge nell’arco di ventiquattr’ore) sono cronache dei familiari dei protagonisti che si mettono nei casini: dalla moglie del presidente alla figlia dell’agente segreto, non c’è affetto stabile che non sia lì lì per causare la fine della democrazia e come minimo una pandemia. 

Nella terza stagione, in onda tra il 2003 e il 2004, c’è tutto il 2020. 

Il virus polmonare (con sintomi molto più esibiti – sangue dal naso e bolle sul corpo – giacché il calo dell’ossigeno nel sangue è difficile da rendere drammaturgicamente). 

Il presidente che dice ai giornalisti «il modo migliore in cui i cittadini si possono tutelare è stando a casa, spero che i media ci aiutino a convogliare questo messaggio». 

Il cattivo cattivissimo, quello che ha le fialette di virus e infetta intere città per divertimento, il cui slogan è «Make America clean again». 

Gli assembramenti, la quarantena, il lockdown (che però quelli, essendo madrelingua, usano alla lettera: l’albergo nei cui condotti d’areazione è stata diffusa una fialetta di virus viene barricato, nessuno può entrare né uscire, chi è già dentro muore coperto di bolle e col naso che sanguina; altro che «potete passeggiare entro i duecento metri da casa», il sequestro è sequestro). 

Mancano solo gli asintomatici, risparmiandoci tutte le manfrine di brodo troppo allungato persino per 24: lì chi si contagia muore in giornata con breve ma straziante agonia, e chi non muore in fretta è immune; mondo di mezzo non pervenuto. 

La versione di 24 di questa nostra stagione di scontento ha meno problemi d’affollamento delle rianimazioni, non essendoci niente da rianimare, e il virus è stato fabbricato dai cattivi, proprio come sulle bacheche Facebook dei picchiatelli diciassette anni dopo. 

Servisse un’altra ulteriore prova che la brutta tv è comunque meglio della realtà: il cattivissimo cattivo fa diffondere il virus in luoghi pubblici, e quindi a nessuno del governo viene in mente di dire che «ci si contagia in casa».

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