L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 ottobre 2020

Racconti autunnali - 3 - la mascherina simbolo di sottomissione

Mutismo E Rassegnazione


10 ottobre 2020

Tempo fa guardavo la televisione insieme a mia moglie e mia figlia. Un evento raro, ma la trasmissione che andava in onda aveva catturato la mia attenzione.

Il programma che guardavamo si chiamava MythBuster. Si tratta di una specie di documentario in cui i due conduttori che si atteggiano a scienziati un po’ burloni entrano dentro le aziende e le industrie e mostrano alle telecamere come vengono realizzati certi prodotti.

In questa occasione si trattava di un azienda altamente meccanizzata che produceva latte di mucca.

Mentre il titolare dell’azienda, dall’aspetto egli stesso bovino, spiegava tutto il processo produttivo e forniva dati tecnici, le mucche sfilavano una dietro l’altra in modo composto e disciplinato, seguendo un percorso obbligato, delimitato da massicce barriere tubolari in metallo, fino ad arrivare alle macchine mungitrici.

Una volta raggiunta la posizione precisa, il robot mungitore, in modo totalmente automatico, faceva uscire un dispositivo che agguantava le mammelle, vi collegava certe cannule, e molto rapidamente, ne estraeva tutto il latte che riteneva necessario.


Il padrone era molto fiero di come il suo macchinario fosse efficiente, infatti, mentre la mucca veniva munta, l’apparecchio era in grado anche di effettuare rilevamenti biometrici accurati con sensori automatizzati che, leggendo il chip punzonato sull’orecchio dell’animale, aggiornavano nel database tutta la storia relativa all’età, alla salute, e alla produttività dell’animale.

Una volta conclusa la mungitura, la mucca veniva indotta a procedere seguendo lo stesso percorso obbligato, sempre delimitato da apposite sbarre, che non le consentivano altri movimenti se non quello di continuare in avanti lungo il tracciato prestabilito.

Con tutta questa efficienza produttiva a disposizione, è facile per un’azienda avere dati molto precisi per il suo piano industriale. Quando l’intera filiera è gestita in modo così impeccabile, è impossibile che sfugga anche una sola goccia di latte che non possa essere calcolata nell’algoritmo e trasmessa al modello gestionale finanziario per determinare il ritorno economico dell’attività, in questo caso basata sulla mungitura.

Al termine di tutto questo processo completamente automatizzato, tanto da sembrare meccaniche anche le mucche, ogni animale ritrovava quindi il suo ristretto spazio riservato dove gli veniva somministrata l’opportuna dose di mangimi industriali. Mangimi calibrati con lo scopo di consentire alla mucca di vivere di produrre in modo tale da assicurare e massimizzare il profitto dell’azienda.

A questo punto penso che non occorra spiegare la metafora.

Anche io mi sono sentito un po’ come quelle mucche e ciò mi ha rattristato.

Mi accorgo che sia io chetanti altri siamo quotidianamente incanalati in un percorso obbligato dal quale non osiamo uscire, semplicemente perché NON POSSIAMO. Ogni altra via è blindata.

Nessuna di quelle mucche, giunta alla mungitrice può più rifiutarsi di cedere il suo latte, che so, magari incornando la macchina e tentando un’improbabile fuga. Non si può fuggire! Le sbarre sono d’acciaio e laddove non basta il recinto intervengono brutalmente gli aguzzini armati.

Quindi non rimane altra scelta che continuare ad andare avanti. In fila uno dietro l’altro, zitti e a capo chino. Consapevoli che questo è il nostro dovere. Un processo di totale sottomissione ultimato in modo sadico con l’imposizione della mascherina, simbolo universale di quello che nelle gerarchie militari si chiama “MUTISMO E RASSEGNAZIONE”.

Ingozzare cibi industriali calibrati per ottenere bestiame docile.

Starsene nella nostra stalla nel perimetro che ci viene concesso.

Farsi mungere quel tanto quanto il padrone esige.

Le telecamere ovunque, i telefonini e il chip sempre più ubiquo (vedi chip sulla tessera sanitaria) registrano come la macchina delle mucche tutti i nostri pensieri e dati biometrici, e tutto confluisce nel database di Wall Street e degli organismi sovrannazionali, i quali elaborano continuamente le strategie per la gestione delle mucche-umane e le comunicano ai governi per le opportune ratifiche e implementazioni. Stampa e forze armate fanno il lavoro finale, quello della persuasione, con le buone i TG e con le cattive i manganelli.

L’unica speranza è quella di avere sempre latte a sufficienza da fornire alla macchina, altrimenti, al prossimo giro, se il latte non basta, si passa al mattatoio.


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