L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 26 ottobre 2020

Sovrapproduzione - 1 - e non solo



Siccome ogni discorso sull’ambiente finisce inevitabilmente in una discussione sul tipo, “tu ci vorresti far soffocare dalla plastica!”, “e tu invece vorresti far morire di fame i lavoratori!“, vi racconto una storia.

Qui a San Frediano, c’è una fila sempre più lunga di persone che aspettano la distribuzione di pacchi di cibo che fa la parrocchia.

Ma non ne vedi una vestita male: esistono gli affamati, i disperati e i molto preccupati, anche i suicidi, ma non esistono più gli straccioni.

Se oggi vedessi uno in giro conciato così, sapresti subito che è un attore che sta recitando in un film di costume:

Noi ci sentivamo molto bravi, organizzando bancarelle dove le mamme del rione potevano scambiare i vestiti dei figlioli.

Poi un giorno ci siamo accorti che quasi tutte davano senza prendere, perché avevano le case troppo piene, e non sapevano più dove tenere la Roba.

Quando abbiamo smesso, c’erano delle signore che arrivavano al giardino, si guardavano attorno furtivamente, mollavano grosse buste di vestiti usati e poi scappavano.

Ma di solito, queste signore vanno a uno di quei bei cassonetti colorati, dove promettono una seconda vita in Africa per magliette e pantaloni.


Invece di esserci una sanfredianina grintosa con tre figlioli e un cane zoppo che dice, “basta, non siamo una pattumiera!”, trovano il cuoricino che rassicura la signora che non sta commettendo un delitto, anzi che lo fa per amore.

Un giorno, mi contattò un imprenditore tunisino, chiedendomi se poteva comprare un po’ di vestiti usati da noi.

Mi sembrava un’idea carina e virtuosa, e gli chiesi quanti.

“Un paio di container al mese, per cominciare”, mi propose con non chalance.

Dopo ho ricostruito.

Grazie al lavoro gratuito di milioni di mamme oltrarnine e affini, innumerevoli container vengono caricati su camion, poi su grandi navi. Il nome di questo mostro, Evergreen, dice tutto…

Dove si mescolano con i container che portano la nostra plastica, ormai respinta anche in Oriente.

E tutta la discarica d’Occidente si riversa sull’Africa.

A prima vista, quello dei vestiti sembra un bell’esempio di riciclaggio.

Permette a milioni di africani di vestirsi decentemente, a poco prezzo, e dà lavoro anche a tanti ambulanti.

Solo che l’Africa una volta aveva molte imprese tessili, artigiane ma anche industriali, con dietro una grande storia, che sono state così messe in ginocchio.

Per questo motivo, Uganda, Kenya, Tanzania, Burundi, Sud Sudan e Rwanda hanno pensato di mettere dazi sui vestiti di seconda mano: in particolare, la Rwanda avrebbe anche il cotone come materia prima, ma è costretta a esportarne il 70% per colpa delle mamme di tutto il mondo che l’hanno scambiata per la Pattumiera con il Cuoricino.

Negli Stati Uniti, esiste una potente associazione che raccoglie tutti quelli che prendono i vestiti gratuitamente dalle brave signore riciclatrici, e li rivendono in Africa. E siccome non sono fessi, l’associazione si chiama SMART.


Sul suo sito, assicura gli associati che “la SMART è in grado di rispondere con servizi sofisticati di lobbying e di informazione”.

La SMART ha fatto appello al governo degli Stati Uniti, che è intervenuto subito minacciando rappresaglie economiche, se non si accettava la carità dell’Occidente: con l’eccezione della Rwanda, i paesi africani hanno fatto marcia indietro (black countries don’t matter).

Allora, ci possiamo chiedere, da dove sgorga questa immensa fiumana di roba?

Altre grandi navi portano la Roba, ad esempio, dal Bangladesh, che per la via più breve (Canale di Suez) dista 11.000 chilometri da Napoli, ma costa sempre di meno di un’operaia italiana.

Il tessile costituisce l’80% delle esportazioni del Bangladesh, dando lavoro a milioni di donne.

Con l’arrivo del Covid, i consumatori occidentali però hanno smesso di gironzolare per negozi e fare acquisti d’impulso di capi che non indosseranno mai;

uscendo meno di casa, hanno meno bisogno di far vedere a tutti che il martedì si vestono diversamente da come si erano vestiti il lunedì;

non dovendo partire in pieno inverno per i Caraibi, non comprano più abiti fuori stagione.

Gli acquirenti occidentali pagano i bengalesi mesi dopo la consegna, mentre i produttori bengalesi devono pagare subito i propri costi: e così già a luglio, i bengalesi si sono trovati con 1,5 miliardi di dollari in ordini cancellati, e tante fabbriche hanno licenziato il proprio personale, o sono fallite.

Immagino che qualunque persona normale, di destra o di sinistra, cattolica o atea, sentendo questa storia, capisca che c’è qualcosa che non va.

E il non va è di tali proporzioni, e il nostro unico pianeta è così piccolo, che c’è da mettersi veramente paura.

Di solito, a questo punto, qualcuno dice, “e allora, che si fa“?

Ne riparleremo.

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