L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 ottobre 2020

Turchia=alla Germania di Hitler, gli islamisti, Fratelli Musulmani, da anni stanno distruggendo germi e focolai di democrazia e il processo per giungere alle elezioni di novembre lo dicono. 4 novembre 2015


Con la Turchia siamo al punto di non ritorno

Mediterraneo. Il punto di non ritorno con la Turchia di Erdogan è stato superato da un pezzo ma si fa finta di nulla sperando che sotto la minaccia di sanzioni europee Ankara faccia dei passi indietro

Un manifesto elettorale di Erdogan durante le amministrative del 31 marzo 2019
© Ap

PUBBLICATO 16.10.2020, 23:57

Il punto di non ritorno con la Turchia di Erdogan è stato superato da un pezzo ma si fa finta di nulla sperando che sotto la minaccia di sanzioni europee Ankara faccia dei passi indietro.

In realtà è difficile immaginare che l’Unione possa aspettare dicembre per reagire alle provocazioni del Sultano della Nato che manda altre navi nella zona economica esclusiva greco-cipriota disegnata secondo convenzioni che Ankara non ha mai firmato.

E’ una contesa che va avanti da quasi un secolo, da quando, dopo il Trattato di Losanna del 1923, nacque la Turchia moderna. Fra il 1958 e il 1982 la Convenzione di Ginevra sul diritto del mare (Unclos) firmata da Atene, ma non da Ankara, ha dato vita a una stagione di tensioni pressoché continue fra i due Stati che oggi sono diventate ancora più esplosive.

La Grecia ha ratificato il trattato nel 1994 e dal quel momento ha facoltà di aumentare il limite delle acque nazionali da 6 a 12 miglia marine, con la Turchia che è arrivata a minacciare una dichiarazione di guerra se Atene dovesse mettere in atto quanto deciso dall’Unclos. In realtà, la Grecia non ha mai applicato la Convenzione.

Se il limite delle acque territoriali passasse realmente da 6 a 12 miglia nautiche, il 71% dell’Egeo farebbe parte delle acque nazionali greche e le acque internazionali si ridurrebbero dal 48% a meno del venti per cento.

E Ankara non gradisce, soprattutto dopo che ha adottato la dottrina strategica della “Mavi Vatan”, la Patria Blu, che ha un obiettivo fondamentale e apparentemente irrinunciabile: controllare il mare per controllare le risorse energetiche e imporre la propria influenza.

Scopo politico che ha un significato anche economico: sarà il mare, la “patria blu”, a sostenere i piani egemonici e di leadership di una Turchia che vuole riemergere dopo un secolo dai trattati di Sevrés e Losanna.

Con la Turchia sono tutti indignati: gli europei perché Erdogan vuole il gas nel Mediterraneo orientale e ridisegnare i confini marittimi, gli americani per i missili S-400 russi schierati sul Mar Nero che possono abbattere anche i loro aerei invisibili F-35 (progetto cui partecipavano pure aziende turche).

Per non parlare delle guerre di Erdogan in Siria, in Libia e adesso in Nagorno Karabakh: lì però il giudizio della “civile” comunità internazionale sul ruolo della Turchia è meno netto perché è un membro Nato che si oppone alla Russia e allo stesso tempo c’è molto da dire sull’ambiguo comportamento su questi fronti di europei e americani.

Certo chi pensa di manovrare Erdogan al servizio dell’atlantismo o di interessi altrui – e ce ne sono anche qui in Italia – è decisamente fuori strada.

Si avvicina il decennale dall’esplosione delle “primavere” arabe e il bilancio sono almeno quattro guerre devastanti (Siria, Iraq, Libia, Yemen), quasi il nulla sul fronte della democrazia reale, un nulla accompagnato invece dall’ossequio a dittatori come l’egiziano Al Sisi e dalla celebrazione di presunti accordi di pace mediorientali con improponibili monarchie assolute.

Mentre Russia e Turchia sono diventate protagoniste delle crisi di un Mediterraneo che proprio l’Europa e gli Usa nel 2011 hanno contribuito a distruggere con le loro bombe, favorendo o cercando di favorire cambi di regime in Libia e in Siria che hanno ridotto a brandelli un’intera regione alle porte di casa.

I danni alle popolazioni civili sono stati enormi, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, anche quei tre milioni di rifugiati mantenuti dall’Unione europea in Turchia che Erdogan agita continuamente come arma di ricatto nei confronti di Bruxelles. La Turchia sa bene come far leva nell’inferno dei migranti e dei rifugiati dell’Egeo e sulle rotte balcaniche.

Ankara da un pezzo non guarda più né all’approdo nell’Unione né al rispetto delle sue regole e valori, compresi democrazia, diritti umani e leggi internazionali. I politici curdi sono in carcere, gli oppositori pure, i giornalisti e gli intellettuali anche, alcuni detenuti con accuse assurde e prive di ogni fondamento scatenate dopo il fallito golpe del luglio 2016.

Tutto senza che nessuno qui in Europa o in Italia dica mai una parola di condanna. La vergogna di Erdogan è anche la nostra. Del resto Francia e Germania hanno fatto di tutto nel corso del tempo per tenere Ankara fuori dal club di Bruxelles.

La Turchia odierna del Sultano della Nato si muove con ambizioni da potenza neo-ottomana e da paladina dell’Islam politico, con l’obiettivo di negare ogni spazio ai curdi, dentro e fuori i suoi confini, e di diventare una piattaforma strategica per i flussi energetici dalla Russia, dall’Asia centrale e ora dai giacimenti mediterranei.

Di trasformarsi essa stessa in produttrice di gas se Erdogan confermerà (come più volte annunciato) le mirabolanti scoperte di un grande giacimento nel Mar Nero.

Per lui tutto questo ormai non è più un’alternativa ma una necessità per ricompattare le istanze nazionalistiche e mantenere un consenso indebolito da un’economia in recessione e dall’ondata della pandemia. Ecco perché questa Turchia, senza “miracoli” diplomatici, appare sull’orlo del punto di non ritorno.

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