L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 ottobre 2020

Uranio e non solo. 3.000-3.200 soldati dispiegati dal 1° agosto 2014 operazione Barkhane che opera in Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Ciad. Da un punto di vista organizzativo non c’è soluzione di continuità rispetto al passato, cioè alle operazioni Serval ed Épervier. Il nuovo stato maggiore è sempre a N’Djamena, all’interno della base aerea 172 «Sergent-chef Adji Kosseï »


Vi racconto come la Francia difende l’uranio in Mali

18 ottobre 2020


L’articolo di Marco Cesario per Atlantico quotidiano

Era l’11 gennaio del 2013 quando François Hollande annunciava che la Francia inviava il suo esercito in Mali per “affrontare l’aggressione terroristica che minaccia tutta l’Africa occidentale”. La retorica hollandiana accompagnava come una grancassa il governo francese alle prese con la sua singolare crociata contro la minacciosa jihad niente popo di meno che in Mali. Nessuno all'epoca si chiedeva per quale motivo si alzavano in volo i Rafale e si materializzavano con aerei ed elicotteri migliaia di soldati francesi in quel di Bamako (alcuni giornalisti in Francia sì, ma nessuno se li filava). Sette anni dopo il dispiegamento dell’esercito francese in Mali non solo niente è cambiato ma il Paese sembra sempre più allo sbando, con al potere gli stessi colonnelli che hanno rovesciato il presidente Ibrahim Boubacar Keïta il 18 agosto (in un putsch effettuato ufficialmente senza spargimento di sangue), ed un territorio in preda alle incursioni di jihadisti senza scrupoli che ammazzano, stuprano, tagliano mani e fanno sparire chiunque si metta sulla loro strada.

Ma proprio come accaduto al momento dell’intervento militare contro Gheddafi in Libia, è quanto meno ironico che la Francia abbia effettuato e mantenga il controllo di un intervento militare essendo in gran parte responsabile di ciò che sta accadendo in Mali. In effetti, in questo Paese abbiamo visto succedersi solo regimi corrotti in gran parte sostenuti dalla Francia, regimi che hanno portato alla totale disintegrazione dello stato maliano. È probabilmente questo crollo che ha portato i gruppi islamisti a fare un passo coraggioso verso Bamako. Chi può davvero credere che la permanenza della Francia in Mali da sette anni avvenga per scacciare l’orco jihadista ed assicurare la democrazia in Mali?

La realtà è molto più prosaica: la Francia con l’intervento in Mali ha voluto garantire la fornitura di uranio alle sue centrali nucleari. L’uranio viene infatti estratto proprio nelle miniere del nord del Niger, una zona desertica separata dal Mali solo da una linea sulle carte geografiche. Per 40 anni la Francia ha mantenuto dunque volutamente il Niger in uno stato di debolezza e dipendenza dall’ex potenza coloniale proprio per permettere alla sua compagnia mineraria di uranio di bandiera, Cogema, diventata poi Areva, di fare affari d’oro monopolizzando di fatto l’uranio nigeriano in queste miniere situate a 500 chilometri dalla capitale e dal fragile “potere” politico nigeriano. Quando il Niger ha deciso di farsi avanti (in fondo sono le sue miniere) sono ricomparsi come per incanto tuareg, islamisti, alcuni ex GIA che seminavano il terrore in Algeria, altri controllati da Gheddafi, e potenziati dopo la scomparsa di quest’ultimo. Gruppi variegati di barbudos tagliagole che di fatto hanno precipitato l’intervento militare francese che era già in preparazione. Insomma, un colpo di stato neocoloniale, anche se i modi sono stati messi in atto grazie all’aiuto tempestivo dell’allora presidente ad interim del Mali, la cui legittimità era già nulla in quanto in carica a seguito di un colpo di stato avvenuto il 22 marzo 2012.

La favola dell’intervento militare per la democrazia in Mali dunque non regge. La Francia non sta in Mali per scacciare i jihadisti che uccidono e seminano il panico in questo sfortunato Paese, sta li per garantirsi materie prime per il suo sistema nucleare (il 75 per cento dell’energia usata in Francia proviene dal nucleare, il surplus viene rivenduto persino all’Italia). L’arroganza del capitalismo nucleare ha portato addirittura la compagnia Areva a citare in giudizio l’Osservatorio nucleare davanti all’Alta Corte di Parigi il 1° febbraio 2013, per commenti “diffamatori”. L’ong infatti aveva accusato Areva di stare organizzando una “manovra corrotta” in Niger per “perpetuare la sua morsa sulle riserve di uranio del Paese”. In realtà l’Osservatorio nucleare è stata una delle poche voci a denunciare l’operazione militare immediatamente dopo il lancio. Oggi, invece, mentre parliamo di ostaggi liberati, non si leva oramai più nessuna voce per denunciare l’ennesimo saccheggio neo-coloniale ai danni della sfortunata Africa.

Articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it

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