L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 22 ottobre 2020

Xi Jinping ha rifiutato di usare il covid/lockdown/coprifuoco per distruggere uomini, merci, mezzi di produzione anzi ha rilanciato con la Doppia Circolazione. La sottile differenza e che vuole alzare il benessere delle sue comunità al contrario dell'Occidente che vuole distruggerla

Alberto Negri - Xi Jinping, il nuovo Grande Timoniere (non solo per i cinesi)


di Alberto Negri - QuotidianodelSud
21 ottobre 2020

C’è un nuovo Grande Timoniere, proprio dove è nata la pandemia del coronavirus. La Cina, come previsto dal Fondo monetario, sarà l’unico Paese al mondo a chiudere il 2020 con la ricchezza nazionale in crescita. Con un balzo del Pil del 4,9% nel terzo trimestre, la Cina festeggia quindi l’uscita dalla pandemia da Covid-19 e anche quella dalla crisi economica.

Dopo la storica battuta d’arresto a -6,8% di gennaio-marzo, l’economia ha ritrovato la fase espansiva salendo del 3,2% ad aprile-giugno e, appunto, del 4,9% a luglio-settembre.

La Cina è l’unico Paese indicato dal Fondo monetario in crescita nel 2020, a più 1,9% secondo le stime diffuse a ottobre. Il governatore della Banca centrale di Pechino Yi Gang è leggermente più ottimista e prevede una crescita nel 2020 al 2%, forse persino superiore.

A che cosa è dovuto questo successo? A misure draconiane per il controllo dell’epidemia combinate con una massiccio stimolo alle attività economiche.

Altri segnali arrivano infatti dalla conferma della forte ripresa della produzione industriale, con un nuovo balzo a settembre che ha visto un +6,9% su base annua, superando le stime degli analisti e il +5,6% messo a segno ad agosto.

La produzione industriale adesso sta crescendo a un ritmo ancora superiore a quello del 2019, segnale inequivocabile che la fabbrica-mondo a ripreso a lavorare senza sosta.

Ma grazie anche agli interventi dello stato guidato dal partito comunista del presidente Xi Jinping sono ripresi con forza anche i consumi interni.

Un segnale importante è quello che è venuto dalla cosiddetta “settimana d’oro” di ottobre, quella in cui milioni di cinesi prendono una vacanza: non potendo andare all’estero i turisti cinesi hanno affollato le località turistiche nazionali, come l’isola di Hainan, dal clima quasi tropicale, generando entrate per circa 70 miliardi di dollari.

E se la fabbrica-mondo va bene, nonostante la guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti, anche gli altri ne traggono benefici. Altro che “decoupling”: lo “sganciamento” dall’economia cinese come vorrebbe l’amministrazione Trump è ancora lontano.

Prendiamo come esempio il Giappone: se a Tokio, sul fronte export, si registra un rallentamento del calo delle esportazioni questo è dovuto soprattutto alla forte ripresa economica in Cina. Le esportazioni giapponesi verso Pechino sono aumentate del 14 per cento e questa performance sta contribuendo a tenere a galla la bilancia commerciale nipponica.

Il “miracolo cinese”, ormai visto da molte parti con un pericolo dall’Occidente soprattutto dagli Usa di Trump, in realtà aiuta a trainare l’economia mondiale.

Un miracolo ben spiegato con i suoi risvolti politici in un articolo pubblicato dall’Ispi, l’istituto di studi di politica internazionale di Milano.

Mercoledì 14 ottobre, il presidente Xi Jinping ha tenuto un discorso a Shenzhen per commemorare i 40 anni dell’apertura della prima Zona Economica Speciale. Il discorso ha richiamato diversi momenti dell’incredibile ascesa dello sviluppo cinese che ha portato la repubblica popolare da una condizione di arretratezza a quella di (quasi) primato economico mondiale.

Shenzhen è il simbolo più evidente di questo boom perché, fino a 50 anni fa, era soltanto un’oscura e modesta cittadina di circa 60mila abitanti al confine con Hong Kong. L’apertura della Zona economica da parte di Deng Xiaoping – che pose così fine gradualmente all’economia pianificata degli anni di Mao, il Grande Timoniere – innescò un meccanismo di attrazione di capitali e persone che permise alla città di esplodere e diventare una metropoli da 13 milioni di abitanti e un avamposto tecnologico mondiale.

Deng Xiaoping e l’innovazione sono gli elementi che emergono di più da questa narrazione. Sul primo bisogna richiamare il fatto che quando si è trattato, due anni fa, di celebrare i 40 anni dell’apertura al mercato, l’attenzione degli osservatori occidentali si era rivolta, tra le altre cose, a un dipinto che richiamava la genesi dell’ascesa di Shenzhen e della Cina: Deng e altri leader seduti ad ascoltare un dirigente del Partito che presentava il progetto.

Il dirigente si chiamava Xi Zhongxun ed era il padre di Xi Jinping.

In Cina quasi niente avviene per caso: lì chi progetta il nostro futuro è già all’opera, come descrive dettagliatamente Simone Pieranni nel suo libro “Red Mirror” (Laterza-2020). Tuttavia, nel discorso di mercoledì scorso, Xi Jinping – sottolinea l’articolo dell’Ispi di Filippo Fasulo – non ha fatto alcun richiamo alla figura del padre, se non in forma assai sfumata.

Il dipinto era salito alle cronache a pochi mesi dalla conclusione del percorso di centralizzazione del potere che tra 2017 e 2018 aveva portato Xi Jinping a inserire il proprio nome nello statuto del partito comunista con una formulazione paragonabile solo a quella dedicata a Mao e a eliminare il limite costituzionale dei due mandati presidenziali, aprendosi la strada a mantenere il potere a vita.

Ma ormai il presidente cinese, che per combattere il virus è ricorso ad armi antiche – dall’orgoglio nazionalista a Confucio – non ha più bisogno di ricorrere alla retorica e all’autocelebrazione: ha vinto la pandemia e rimesso in assetto di decollo l’economia.

Si candida al ruolo di Timoniere del 21° secolo, e forse non solo per i cinesi.

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