L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 11 novembre 2020

Aiuti di stato - i francesi e tedeschi possono gli italiani no, a Euroimbecilandia queste sono le regole

Per Bruxelles il governo ha sbagliato tutto sugli aiuti anti Covid?

10 novembre 2020


Il governo si adegua (inchina?) ai limiti imposti da Bruxelles sugli aiuti anti Covid, mentre gli altri Stati in parte li ignorano. L’analisi di Giuseppe Liturri

800.000 euro. Questa cifra potrebbe diventare a breve l’incubo di qualsiasi impresa italiana che ha avuto la fortuna di ricevere agevolazioni di varia natura disposte dai decreti legge che si sono succeduti da marzo a fine ottobre (Cura Italia, Liquidità, Rilancio, Agosto e Ristoro). Infatti, questi decreti contengono numerose misure definite dalle norme Ue come aiuti di Stato e che, di conseguenza, come vedremo in seguito, sono ritenute sì ammissibili ma entro il limite anzidetto. Il risultato sarà quello di rendere presto di fatto inutilizzabili numerosi benefici varati dal governo. Se a questo si aggiunge che il confronto europeo ci vede, come al solito, penalizzati, la beffa è completa.

Perché rischiamo di finire in questo collo di bottiglia? Partiamo dalla definizione di aiuto di Stato: si tratta di misure di aiuto pubblico che non riguardano tutta l’economia e conferiscono un vantaggio selettivo limitato a determinati settori o tipi di imprese, falsando o minacciando di falsare la concorrenza nel mercato interno. Che è un po’ il “Sacro Graal” della costruzione europea. Affinché le misure anticrisi possano superare questo divieto, secondo l’articolo 107 del Trattato sul funzionamento della Ue, si deve dimostrare che: l’aiuto sia di portata generale e quindi fuori dal particolare regime restrittivo; oppure che si tratti di “aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali” (comma 2 lettera b) o che siano aiuti “destinati a porre rimedio ad un grave turbamento dell’economia” dello Stato membro (comma 3 lettera b). C’è una fondamentale differenza tra la prima causa di esenzione e la seconda: il primo aiuto è, per definizione, compatibile col mercato interno, e quindi non ha bisogno della preventiva approvazione da parte della Commissione, al contrario del secondo aiuto che “può” considerarsi compatibile col mercato interno, solo dopo la notifica e la relativa approvazione. Sembra una distinzione di lana caprina ma non lo è, poiché è su questa differenza che ballano decine di miliardi di aiuti.

Non dimentichiamo che, nel 2015, una decisione della Commissione ritenne aiuto di Stato una irrilevante ricapitalizzazione di Banca Tercas per 300 milioni, innescando la risoluzione di 4 banche ed una crisi epocale delle banche italiane.

Quando il 19 marzo scorso, di fronte alle disastrose conseguenze economiche del blocco di numerose attività produttive e di servizi a causa del Covid, la Commissione ha varato il Quadro Temporaneo (Temporary Framework) relativo agli aiuti di Stato, ha definito ben dodici misure agevolative di varia natura, quasi tutte riconducibili alla finalità di porre rimedio ad un grave turbamento dell’economia. L’elenco è lungo: aiuti di importo limitato (sovvenzioni dirette, agevolazioni fiscali e di pagamento o altre forme) aiuti sotto forma di garanzie statali sui prestiti per garantire l’accesso alla liquidità delle imprese, tassi di interesse agevolati per i prestiti pubblici e garanzie e prestiti veicolati tramite banche, assicurazione del credito all’esportazione a breve termine da parte dello Stato, aiuti per la ricerca e sviluppo e per gli investimenti per la produzione di prodotti connessi al Covid-19, aiuti sotto forma di differimento delle imposte e/o dei contributi previdenziali, aiuti sotto forma di sovvenzioni per il pagamento dei salari, aiuto per la ricapitalizzazione a favore delle imprese, sostegno per i costi fissi non coperti dalle imprese. Gran parte delle misure di sostegno adottate dal nostro governo trovano fondamento giuridico in uno di quei dodici tipi di aiuto di Stato considerati ammissibili, sono state notificate a Bruxelles e, per ciascuna di esse, c’è una decisione della Commissione che ne attesta la conformità al Temporary Framework (TF). Da marzo a fine ottobre, si tratta di circa 20 decisioni autorizzative.

Il problema per noi è che la gran parte di esse o sono consentite entro il vecchio “de minimis” da € 200.000 o entro il nuovo limite del TF da € 800.000. Hanno quasi tutte il terribile difetto di “consumare” uno di questi due plafond. Quattro esempi per comprenderci: il contributo a fondo perduto per le imprese (art. 25 “Rilancio”) assorbe il “de minimis”; l’aiuto per la ricapitalizzazione delle imprese (art. 26 “Rilancio”), il fondo per la promozione integrata sui mercati esteri (art. 72 “Cura Italia”) e la decontribuzione del 30% per il Sud (art. 27 Decreto “Agosto”) assorbono tutti il plafond da € 800.000 del TF.

Con il risultato che nelle imprese è ormai partita la corsa ad ostacoli per evitare lo splafonamento e, soprattutto, evitare di incorrere in sanzioni penali, oltre che nell’obbligo di restituzione delle somme illecitamente percepite. Il penale rischia di scattare perché, al momento della richiesta delle agevolazioni, le imprese presentano un’autocertificazione attestante la disponibilità del plafond che potrebbe rivelarsi successivamente falsa qualora siano pendenti altre richieste di aiuto non ancora concesse e, nel frattempo, ricevute.

Il limite dell’azione del nostro governo sta proprio nella decisione di aver supinamente e prevalentemente instradato tutte le agevolazioni lungo il sentiero del “rimedio ad un grave turbamento dell’economia” anziché lungo quello degli “aiuti per eventi eccezionali”. In quest’ultimo caso, il limite di € 800.000 non si applica.

Sul punto, il confronto con la Germania che già a maggio vantava il record nella Ue di aiuti di Stato alle proprie imprese (circa 1.000 miliardi su 2.000 complessivi, con l’Italia ferma a 300) è impietoso. A prescindere dal maggior spazio offerto dal loro bilancio pubblico, i tedeschi hanno spinto al massimo sulla leva dell’evento eccezionale: miliardi per gli aeroporti, per le società di trasporto pubblico regionale, per gli operatori turistici, per la Lufthansa (6 miliardi contro i 199 milioni erogati ad Alitalia), perfino la compagnia charter Condor ha ricevuto 550 milioni. Tutto senza plafond.

Noi ci ritroviamo invece gli imprenditori costretti a muoversi col bilancino del farmacista per paura di superare il limite. Ancora una volta, a Bruxelles prevalgono gli interessi dei più forti e noi restiamo col dubbio: abbiamo almeno chiesto e ci hanno detto di no o non abbiamo nemmeno voluto disturbare il manovratore?

(Articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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