L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 10 novembre 2020

Biden proclamato vincitore solo dalle televisioni, giornaloni e i giornalisti di professioni ma il 14 dicembre è il giorno della formalizzazione nonostante le convinzioni di parte che vogliono il democratico vincitore

BIDEN NON HA ANCORA VINTO E TRUMP NON È UN SOVVERSIVO. CHE FIGURACCIA SE…


(di Avv. Marco Valerio Verni)
10/11/20 

Ormai è chiaro: sulle elezioni americane si è detto di tutto ed il contrario di tutto, in un susseguirsi di notizie vere, verosimili o false, sia prima di esse, che durante e dopo, in una vera e propria guerra dell’informazione.

Non parlerò, qui, dei possibili scenari che si potrebbero verificare con l’elezione dell’uno o dell’altro candidato, anche perché, secondo il mainstream dominante, semmai, si dovrebbe fare ciò solo per quello democratico, proclamato vincitore dai media di quasi tutto il mondo, americani in primis, naturalmente, con tanto di complimenti e congratulazioni da parte dei capi di Stato e di Governo, nostri compresi.

Al contrario, farò un passo indietro, affermando un qualcosa che, forse, risulterà antipatico a qualcuno o, magari, a diversi: Biden non ha vinto, nel senso che, prima di proclamarsi tale, avrebbe dovuto attendere l’esito delle azioni legali annunciate dal presidente, tuttora in carica, Donald Trump e costui, in realtà, lo sarà fino al 14 dicembre, quando i 538 “Grandi elettori” si riuniranno ed esprimeranno il voto, formalizzando, di fatto, la vittoria del prossimo numero uno della Casa Bianca.

Prima di quella data, precisamente entro l’8 dicembre, dovranno essere risolte le controversie legali, compreso l'eventuale ricorso alla Corte Suprema.

Il 3 gennaio 2021 debutterà il nuovo Congresso, con dei numeri che, comunque, in caso di effettiva vittoria del candidato democratico, costituiranno comunque un problema, dal momento che, se alla alla Camera dei Rappresentanti essi sono lievemente a favore dei democratici, al Senato, invece, lo sono a vantaggio dei repubblicani.

Il 20 gennaio 2021, vi sarà, al dunque, il giuramento del presidente eletto che, solo allora, entrerà concretamente in carica, come da dettato costituzionale.

Allora, la domanda è se, alla luce di tutto ciò, sia stato davvero opportuno ed istituzionalmente corretto che Biden si sia sbrigato ad autoproclamarsi vincitore: come fare un passo così azzardato, quando l’avversario - niente di meno che l’ancora Presidente degli Stati Uniti d’America formalmente in carica - abbia annunciato importanti azioni legali per dei precisi brogli elettorali, è, sinceramente, un mistero.

L’ovvia considerazione è che se fosse accaduto il contrario, si sarebbe scatenata l’ira di Dio, a qualunque religione esso fosse appartenuto.

Di certo, quel che tale mossa sembra aver facilitato, è stato l’additare l’attuale Presidente USA come non rispettoso delle regole democratiche, se non, addirittura, financo un sovversivo.

Come se, insomma, per qualcuno, stare in democrazia voglia significare accettare una sconfitta (o una vittoria, vista dall’altra parte) avvenuta con dei presunti inganni, perché metterla in discussione vorrebbe dire non credere nella tenuta del sistema (quale?), nella volontà degli elettori (ma se è stata truccata?) e non, invece, il denunciare i suddetti (inganni), proprio a salvaguardia di essa.

Stiamo parlando delle elezioni che, forse, sono tra le più importanti al mondo, non - per fare un italico esempio - di una partita di calcio, dove pure, per l’intera settimana ad essa successiva, magari si grida a questo o quel complotto per un rigore concesso o negato, ci si insulta e, come minimo, ci si guarda in cagnesco.

Come ulteriore risultato, secondo l’intero mondo politico è, così facendo, l’attuale inquilino della Casa Bianca a creare frizioni ed a dividere pericolosamente il popolo americano, surriscaldando gli animi, e sobillando le folle: con l’avversario che, al contrario, annuncia già che sarà il presidente di tutti, dopo aver chiaramente promosso la ricomposizione sociale dopo lo scellerato incaponimento di Trump a non volergliela dar vinta. Quasi fosse quest’ultimo a non voler riconoscere e legittimare la volontà del popolo americano.

Ma allora, delle due cose una, tertium non datur: o ha ragione il tycoon, o ha ragione il suo sfidante.

Perché, è davvero difficile credere che il primo, a tutt’oggi, non solo non abbia pronunciato il “concession speech” né, come da conseguente prassi, invitato e ricevuto il secondo alla Casa Bianca, ma abbia addirittura annunciato importanti iniziative giudiziarie, fino alla Corte Suprema, per giunta - è il caso di ricordarlo - nella sua veste di presidente ancora in carica, senza dei più che validi e comprovati motivi.

Se così non fosse, infatti, dire che ne uscirebbe molto male, sia per la figuraccia mondiale, che per la gogna che ne conseguirebbe, sarebbe davvero un eufemismo.

E, sebbene in questo caso, si verta in una situazione particolare, forse senza precedenti, non per i sospetti lanciati dal presidente uscente, ma per delle vere e proprie gravissime accuse (e la differenza, anche in termini giuridici, oltre che politici, non è di poco conto) formulate da quest’ultimo (“We all know why Joe Biden is rushing to falsely pose as the winner, and why his media allies are trying so hard to help him: they don’t want the truth to be exposed.”1), non è certo la prima volta che, dopo un primo risultato che sembri indicare un vincitore, ci sia poi, dopo il riconteggio chiesto dal presunto perdente, un clamoroso cambiamento di rotta.

Come ricordato dall’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, in un suo post su Facebook, dell’altro ieri2, in cui, pure, viene commentata con favore la vittoria di Biden e ciò che ne potrebbe derivare nei vari scacchieri di politica interna americana ed internazionale, numerose elezioni USA nel passato sono state problematiche, non solo quelle del 2000 fra Bush Jr e Al Gore: anche George Washington ha dovuto aspettare ben due mesi per risolvere le contestazioni. Aggiungendo poi che Da oltre due secoli, le elezioni in America sono oggetto di dibattiti, speculazioni e contestazioni formali: queste ultime sono sempre state risolte attraverso la legge - fondata su uno dei pilastri dello Stato di diritto, ovvero la separazione dei poteri - e da organi indipendenti, a cominciare dalla Corte Suprema stessa. I giudici federali incarnano ed esprimono i valori fondanti della Costituzione: ciò varrà anche per l'attuale Corte, qualora venga chiamata in causa. Tutti i giudici, dagli “originalisti” come Antonin Scalia, ai “progressisti” come Ruth Bader Ginsburg, hanno responsabilmente affermato tali valori e principi in garanzia dell’applicazione lineare ed equa della legge elettorale: non saranno né Trump né Biden ad interpretare le leggi statali in materia elettorale, ad interrompere o meno il conteggio, o a dichiarare valido o meno un voto, ma sarà il libro della legge USA, democratica, federalista e laica.

Rebus sic stantibus, occorrerebbe forse mantenere la cautela, ora più che mai, proprio per non esacerbare gli animi, e non accusare Trump delle più svariate assurdità, dall’”essere un bambino viziato che non voglia lasciare il gioco” a, come detto, l’”essere un sovversivo”: ne va della credibilità di quella che da molti viene definita la più grande democrazia al mondo. E, credo, che con gli americani, pure molti di noi si sentirebbero più tranquilli sapendo che, in quel Paese, a cui guarda più di mezzo mondo, le elezioni della sua carica più alta, da cui spesso dipendono le più svariate dinamiche globali, siano avvenute nella più totale trasparenza e correttezza. Interesse che, a volerla dire tutta, dovrebbe essere dello stesso Biden, affinchè la sua vittoria possa essere celebrata con maggior convinzione e forza ed egli stesso svolgere il suo mandato - ricco di importanti sfide - senza ombre.

D’altronde, non si dimentichi la formula di rito pronunciata, all’inizio del suo prestigioso incarico, da ogni presidente degli Stati Uniti d’America: "Io, ..., giuro solennemente di adempiere con fedeltà all'ufficio di presidente degli Stati Uniti, e di preservare, proteggere e difendere la Costituzione al meglio delle mie capacità. Che Dio mi aiuti."

Forse Trump - qualcuno se lo dovrebbe domandare - sta cercando di far proprio questo. Se avrà torto, ne pagherà le conseguenze, come più sopra detto. Ma se avrà ragione, non avrà fatto altro che adempiere al suo dovere, in nome del popolo che rappresenta. E, chi gli vorrebbe o potrebbe succedere, dovrebbe agevolare tutto ciò, per non inasprire gli animi e per prepararsi a sua volta, ove confermato nella vittoria, al rispetto di quel fatidico giuramento. Ne uscirebbe, anche lui, davvero con maggior splendore e dignità istituzionale. E, pure chi non lo avrebbe in simpatia, probabilmente lo guarderebbe con occhio più benevolo.


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