L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 novembre 2020

Concentrarsi sulla Fratellanza Musulmana vero cavallo di Troia in Euroimbecilandia, l'Islam non centra niente. el Sisi docet

Cambiamo gioco nel Mediterraneo

di Fabio Alberti
2 novembre 2020

Neo-colonialismo francese e neo-ottomanesimo turco vanno in rotta di collisione e si trovano su fronti opposti nelle guerre in Libia, in Siria, in Nagorno-Kharabac e nel mar Mediterraneo orientale. Uno scontro di potere con in palio l’influenza nel Mediterraneo (e l’energia) ora che la superpotenza statunitense è in ritirata. Questo è il campo di gioco e in tanti si stanno arruolando per fare i palloni in questa partita. Dovremmo invece cominciare a costruire una comunità mediterranea di destino

Forse non si aspettava tutto questo clamore Abdullakh Anzorov il giovane assassino dell’insegnante di storia della scuola media di Conflans Sainte Honorine. Forse pensava “solo” di lavare un’onta con il sangue e guadagnarsi il paradiso. Probabilmente non si era accorto di essere entrato inavvertitamente in un campo di gioco in cui quelli come lui e come la sua vittima non giocano, ma sono giocati.

Al massimo fanno il pallone.

Non era il primo, e purtroppo non sarà l’ultimo episodio di violenza cieca, nascosta sotto un discorso religioso. L’ultimo era stato poche settimane prima, il 25 settembre, con il tentato omicidio due giornalisti presso la ex sede di Charlie Hebdo. Era stato “notiziato” senza eccessiva enfasi, come in Francia si fa da tempo.

Tutti gli studi sull’estremismo violento testimoniano che l’enfatizzazione dei fatti alimenta l’emulazione (come si è visto pochi giorni dopo a Nizza) perché dà l’impressione agli attentatori di essere eroi nella storia e non dei miserabili. Ma questa volta si è voluto enfatizzare.

Si sono voluti giocare questo pallone.

Il presidente francese non si è limitato a condannare l’episodio, ma ha, di fatto, chiamato in causa l’intero islam. Ha difeso il diritto di opinione, ma ha annunciato una sorta di controllo di Stato sulla religione.

O è un apprendista stregone, o più probabilmente sapeva quello che voleva: aprire uno scontro “di civiltà” nel quale costringere tutta Europa a sostenerlo.

Macron aveva bisogno di scrollarsi di dosso la gravissima situazione pandemica, ma soprattutto, essendo impegnato sia diplomaticamente che militarmente su più fronti in un progetto neo-coloniale nel Mediterraneo, cerca sostegno nell'opinione pubblica.

A Erdogan, dal canto suo, non è parso vero. Nel giorno in cui la lira crollava rispetto al dollaro e di fronte alle gravi conseguenze economiche della sovraesposizione militare ha intravisto la possibilità di reclutare nel suo esercito centinaia di milioni di musulmani ergendosi a paladino della “dignità” dell’Islam, non a caso tirando in ballo la dominazione europea sulle popolazioni a sud del Mediterraneo.

Il fatto è che neo-colonialismo francese e neo-ottomanesimo turco vanno in rotta di collisione e si trovano su fronti opposti nelle guerre in Libia, in Siria, in Nagorno-Kharabac e nel mar Mediterraneo orientale. Uno scontro di potere con in palio l’influenza nel Mediterraneo (e l’energia) ora che la superpotenza statunitense è in ritirata.

Questo è il campo di gioco e in tanti si stanno arruolando per fare i palloni in questa partita.

D’altronde non è uno scontro recente, pur senza arrivare alle crociate tirate in ballo da Istambul. Uno scontro che affonda nel tempo a quando la Francia moderna (insieme, beninteso, a un folto gruppo di superpotenze europee) si è messa al lavoro per smembrare, pezzo dopo pezzo, l’impero (turco) Ottomano, colonizzandone territori che ha poi rinominato Marocco, Algeria, Tunisia, e poi Libano e Siria.

Poi, quando la Turchia moderna, che dal 1963 era legata all’Europa da un trattato di associazione, chiese una mano per il proprio sviluppo chiedendo, nel 1987, di entrare nella Comunità Economica Europea, la Francia è stata tra le nazioni più attive nel far fallire i negoziati di accesso, spingendo così la Turchia a cercare un’altra strada rispetto all’integrazione europea.

Erdogan è un autocrate spietato e l’attuale politica di potenza della Turchia inaccettabile. Ma nello scontro in atto non tutti i torti stanno dalla parte turca. Non è ragionevole che una popolazione di 80 milioni di abitanti, da millenni presente nel Mediterraneo con ruolo importante, possa esserne tenuta ai margini.

Tanti discorsi altisonanti e nobili, tanta proclamazione di diritti umani (nel territorio metropolitano, ma non in quello coloniale), tante campagne islamofobiche, come si è già visto, non sortiranno nessun risultato per debellare la piaga dell’estremismo religioso violento. Per combatterlo davvero occorre cambiare gioco.

Molto più utile sarebbe mettersi in cammino per costruire una comunità mediterranea di destino, condividendo, invece che sottraendo, risorse e sviluppo (e anche valori) con le popolazioni a sud del bacino, turche e non solo. Una strada difficile, ma la strada della pace è sempre apparentemente più difficile di quella della guerra.

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