L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 novembre 2020

Distruggere l'economia compito del governo

Ecco come Tria stritola le misure di Gualtieri anti crisi

8 novembre 2020


Tutti gli errori del governo, a partire dal ministero dell’Economia retto da Roberto Gualtieri, secondo l’ex titolare del Mef, Giovanni Tria, nelle misure di politica economica contro la crisi da Covid. L’articolo di Giuseppe Liturri

Oggi, sul Sole 24 Ore, un lucido e ficcante editoriale del professore Giovanni Tria, già ministro dell’Economia nel governo Conte 1, coglie in modo magistrale il punto debole di tutta l’azione che il governo ha fin qui condotto per mitigare gli effetti della crisi economica da Covid 19. C’era, e c’è tuttora, una misura che è stata adottata dal governo in modo insufficiente e tardivo, che avrebbe potuto costituire lo strumento più efficace ed immediato per attutire il colpo: il contributo a fondo perduto. Ma – Tria non la manda a dire – è mancata la capacità di comprendere il problema ed attuarne la soluzione.

Commentiamo di seguito gli stralci più significativi dell’analisi di Tria.

Proponevamo di intervenire immediatamente con una misura di compensazione a fondo perduto per tutte le attività economiche che erano state bloccate d’imperio per salvaguardare la salute pubblica. La compensazione doveva essere commisurata alla perdita oggettiva subita rispetto al valore aggiunto nello stesso periodo dell’anno precedente e in misura tale da permettere all’impresa di sopravvivere affrontando i costi fissi e il pagamento dei dipendenti. L’Agenzia delle Entrate è in grado di misurare queste perdite. Si trattava di una misura efficiente perché non avrebbe messo in moto mille rivoli di spesa e mille procedure burocratiche connesse. Sarebbe stata una misura equa perché oggettiva e perché rispondente al principio che se le misure di chiusura erano a beneficio di tutti anche i costi dovevano essere a carico di tutta la collettività. Stimavamo che almeno 50 miliardi dovessero essere destinati a questo intervento e l’effetto di freno alla caduta dell’economia sarebbe stato immediato. A un intervento ancorato a questo principio di misurazione del danno furono destinati invece solo circa 6 miliardi, su oltre 100 miliardi di maggiore spesa prevista dagli scostamenti di bilancio approvati, sufficienti per compensare in misura minima, quasi simbolica, una ristretta platea di imprese e attività economiche.

Si parla del contributo a fondo perduto, commisurato ad una percentuale (dal 10% al 20%, a seconda della dimensione dell’impresa) della perdita di fatturato, purché superiore al 33%, registrata ad aprile 2020 rispetto ad aprile 2019. Grazie ai dati della fatturazione elettronica, il Mef ci avrebbe messo un attimo a calcolare l’impatto della misura e pagare immediatamente i beneficiari. Ma qui Tria sottolinea proprio l’errore del governo: anziché mettere 50 miliardi solo su questa misura ne ha messi solo 6, diluendone in modo decisivo l’impatto. E disperdendo il resto in mille rivoli di spesa.

Non è un caso che oggi, con i “decreti ristoro”, si ricorra a quello stesso principio di compensazione a fondo perduto a favore di chi è nuovamente danneggiato, riconoscendo implicitamente che è, come lo era, il metodo più efficace e oggettivo. Ma lo si fa ancora una volta con imperizia, quasi senza consapevolezza dei problemi, perché le risorse stanziate sono ancora abissalmente insufficienti e ancorate a cifre e stime di aprile e non attuali. Ancora una volta i settori più colpiti riceveranno compensazioni per percentuali minime del danno, mentre è necessario coprirne la grande parte.

Col decreto legge 137 (“ristoro”), il governo compie lo stesso errore. E qui Tria alza il tiro e passa ad usare parole al vetriolo. Si passa da “imperizia” ad “assenza di consapevolezza” dei problemi. Ed il risultato è drammaticamente sotto gli occhi di tutti: somme irrilevanti a fronte del danno enorme subito da molte attività. L’ultimo decreto stanzia 2,4 miliardi, peraltro frutto di risorse non spese pescate all’interno dei 100 miliardi, per una platea di circa 460.000 beneficiari. Meno di €5.000 medi per impresa.

In sintesi, non vi è la consapevolezza né economica né politica che a fronte dei benefici attesi per tutti i cittadini derivanti dalle misure di chiusura non ci sarà una ripartizione conseguente dei costi che al contrario graveranno principalmente su alcune categorie di cittadini. E saranno costi rilevanti, perché le chiusure a macchia di leopardo, e per periodi differenti e imprevedibili, porteranno alla paralisi economica di interi settori, perché le filiere produttive e di consumo non sono circoscritte all’interno dei territori delimitati, per altri scopi, dal Cts.

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